Il cinema

"Pagine corsare"
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Quando la rabbia è testimone
di Enrico Campofreda

‘‘La rabbia’’ era il titolo e rabbia suscitò nei due autori, l’un contro l’altro armati di penna e d’immagini di repertorio come il mondo che narravano. Dove vivevano ideologie opposte e contrapposte che s’erano osteggiate nel conflitto e dopo, creando una nuova guerra. Fredda. 
In verità Pasolini è più rabbioso di Guareschi per quella sensibilità poetica, umana e ideale che s’indigna davanti a un reazionario noto ma non sospettato di posizioni addirittura razziste. E razzista Guareschi si compiace d’essere quando, in più occasioni del monologo da lui diretto inveisce contro i negri africani mostrandoli come animali con tanto di colonna sonora circense. Due spezzoni d’un’ora circa l’uno, progettati e realizzati nel 1963 autonomamente dai due autori che non vollero sfiorarsi. Poi assemblati e mantenuti, per quanto sembrava che a un tratto Pasolini volesse ritirare la sua firma. 

I due si scrissero, denunciando ciascuno nella propria missiva l’incomprensione e anche la disistima per l’altro ma restando sul terreno della polemica non dell’invettiva. ‘‘Lei è un borghese di sinistra e come tale conformista’’ chiosava il creatore del Don Camillo. ‘‘Lei è un reazionario e usando le armi della mediocrità, della demagogia del qualunquismo riuscirà vincitore nella disputa - rispondeva il poeta -. Ma qual è la vera vittoria, quella che fa battere le mani o quella che fa battere i cuori?’’ 

Cuori e mani battevano da entrambe le parti come la passione e l’ideologia. Certo, confrontate su ogni argomento, le posizioni erano opposte e incomunicabili, un vero dialogo fra sordi. Perché sull’oppressione dei popoli africani, i massacri, le torture ai leader come Lumumba ricordate dalle immagini proposte da Pasolini, Guareschi risponde col diritto dei bianchi di sfruttare le colonie. Mostra i francesi - costretti ad abbandonare l’Algeria dopo la lunga lotta di liberazione popolare - quali vittime, parla dei parà torturatori come di difensori della libertà dell’Occidente. Libertà, parola abusata dalle dittature d’ogni colore. È lo stesso Pasolini comunista ad ammetterlo ‘‘neri giorni d’Ungheria’’ recita e ricorda come ‘‘le colpe di Stalin sono le nostre colpe’’. 

Carri armati sovietici a Budapest
Ma in nome della libertà dalla repressione sovietica quanto dolore, quanto disprezzo, quanta violenza alla maniera fascista l’Occidente ha profuso. Mentre Guareschi parla di vendetta del dopoguerra a cominciare da Norimberga per finire al triangolo rosso, vendetta contro i vinti. La giustizia dei vincitori è vendetta? Sicuramente per chi vorrebbe in ogni caso farla franca, passando un colpo di spugna su lugubri eventi come in molti casi è stato. 

Scorrono le figure dei giganti del Novecento e quelle anonime del popolo e quando i commenti dicono: ‘‘folla degli anni Sessanta che ha bisogno di religione per espiare le proprie colpe’’ oppure ‘‘l’uomo che è nemico di coloro che vorrebbero arare la terra dove giacciono le ossa dei nostri morti’’ già sappiamo chi la pronuncia. Ma in queste posizioni, che oggi apparirebbero rigide e sorde alle ragioni dell’altro, ci sono credo e coerenza svanite assieme alle tante trasformazioni - antropologiche e non - preconizzate proprio dal poeta. 

Rivedere la pellicola, restaurata dalla Cineteca di Bologna e presentata ieri alla Festa del Cinema, è una sana immersione in un passato recente che come ogni passo della Storia restituisce agli eventi la comprensione dei perché, evitando le decontestualizzazioni di comodo tanto care a chi racconta un presente senza passato. 

Enrico Campofreda
27 ottobre 2007
Alternativ@mente
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