"Pagine
corsare"
Cinema
Milano nera,
di Gian Rocco e Pietro Serpi
Da una sceneggiatura (rimaneggiata)
di Pier Paolo Pasolini
1964
.
di Alberto Piccinini
dal "manifesto" del 7 febbraio
1996
Il "Contessa", "Mose'", il
"Gimkana", Toni detto "Elvis", "Rospo" che della banda di teddy boys è
il capo, il suo fratellino Cino. Milano si ricostruisce. È tutta
grattacieli, fabbriche, neon, juke-box, macerie e… Adriano Celentano. Una
notte di capodanno di fine anni Cinquanta, in un turbinare di motociclette
e macchine rubate, i ragazzi della ghenga festeggiano a modo loro. Fanno
passare un brutto quarto d'ora a una coppietta - cumenda e segretaria -
sorpresa a far l'amore in macchina, in un prato. Rubano i gioielli che
addobbano la madonnina di una chiesa di campagna, e li regalano a una barbona
di passaggio. Vanno a trovare un amico maggiordomo in una villa di signori,
e lì si strafogano di polenta. Rapiscono tre signore impellicciate
e le costringono a un'orgia spaccona e ubriaca. Ballano il rock'n'roll
in un night dove si esibisce Laura Betti. Caricano in macchina un omosessuale
di passaggio, per spogliarlo e poi picchiarlo. Infine, uno di loro muore,
colpito da un proiettile involontariamente sparato da Cino, il fratellino.
Era il 1964 quando uscì
il film in una sala di Milano, e soltanto per cinque giorni. L'avevano
diretto Gian Rocco e Pietro Serpi, due registi semisconosciuti che qualche
anno dopo torneranno alla carica con il western Giarriettiera Colt
(girato a Oristano!). La scheda di Milano nera aggiunge, laconica,
che il produttore era Renzo Tresoldi per la Mediolanum. E le musiche di
Giovanni Fusco, che aveva lavorato fino allora in tutti i film di Antonioni.
Nico Fidenco cantava Perché non piangi più, con l'orchestra
di Bacalov.
Scrisse sulla "Domenica del
Corriere" Antonio La Nocita che "tutto questo è nello spirito di
Pasolini", lamentandosi che il film uscisse con quattro anni di ritardo.
"Se l'avessimo visto neonato", continua La Nocita, "ci sarebbe apparso
più grintoso".
Non aveva tutti i torti.
In effetti, lo sceneggiatore
di quel film era proprio Pier Paolo Pasolini. I "suoi" teddy boys sono
dei selvaggi piccolo borghesi, figli di ex fascisti, esemplari d'avanguardia
di quell'omologazione che il poeta racconterà negli anni successivi
con angosciata e crudele precisione. Dimenticata come il film (ma diversa
dal film), oggi quella sceneggiatura riemerge dal nulla dopo 36 anni, e
viene pubblicata sull'ultimo numero di "Filmcritica". Fu lo stesso Pasolini
a spedirla, assieme alle scene scritte per La notte brava di Bolognini.
Purtroppo quel dattiloscritto scomparve subito dopo. È ricomparso
fortunosamente soltanto due anni fa.
"È proprio la sua
Lettera 22", ci ha detto Laura Betti, curatrice del Fondo Pasolini. "Sue
sono le correzioni. Semmai quello che non mi torna è la scena nella
quale io canto. Pierpaolo non avrebbe messo i suoi amici così, in
un film, e semmai me l'avrebbe detto". Dunque qualcuno mise le mani sulla
sceneggiatura, azzarda la Betti. Non è improbabile. Anche perché
in tutta questa confusione, nessuno ricorda bene neppure se il nome di
Pasolini comparisse sui titoli di Milano nera. Della sceneggiatura
fa cenno appena la biografia di Nico Naldini, e incerto è anche
il titolo: La rovina della società, si legge sul dattiloscritto,
poi corretto a penna in La nebbiosa (e così esce su "Filmcritica").
Nico Naldini, che fu vicinissimo a Pasolini durante il soggiorno milanese
speso a lavorare al film, lo ricorda invece come Polenta e sangue.
Dice: "Me lo spiegò così: 'questi ragazzi sono sanguinari
pur essendo dei polentoni'".
È lo stesso Pier Paolo
Pasolini, in un articolo scritto per "Paese sera" nel 1961 (ripubblicato
di recente su Storie della città di Dio), a fugare molti
dei "misteri" che avvolgono quel lavoro. Misteri comprensibilissimi, del
resto: alla fine degli anni '50 non è ancora un regista famoso;
collabora a parecchie sceneggiature, e qualche volta prende delle solenni
fregature. Racconta Pasolini: "Un certo T. [è il produttore Tresoldi]
- di famiglia ricca e onorata, da far conoscere a Gadda - […] incantato
da due ispirati, due registi di cui non mi viene in mente il nome, l'inverno
passato arriva, con un colpevole occhio smarrito - insieme ai due ispirati,
uno istriano e uno siciliano - e mi chiede di sceneggiargli un film sui
teddy boys milanesi […] Insomma: vado a Milano, passo venti atroci giorni
in un alberghetto a lavorare come un cane, lavoro altri venti giorni a
Roma. La prima metà del prezzo pattuito riesco a strapparla: la
seconda l'avete vista voi?".
Non ci sono altri indizi,
per il momento, dell'avventurosa storia produttiva di Milano nera.
Nico Naldini, all'epoca ufficio stampa, sottolinea il grande impegno e
l'intensità che Pasolini mise in quello sfortunato lavoro: "Si trattava
di collaudare i suoi schemi narrativi romani, basati sulla presa diretta
del parlato, su Milano", dice. E spiega che proprio lui fece conoscere
a Pasolini alcuni teddy boys che lo scrittore studiò con il consueto
interesse e amore, per mimarne lo scarno gergo milanese: "Girò con
loro qui a Milano, e poi se ne portò due a Roma". Ne nacque persino
uno scandaletto minore: un settimanale scandalistico pubblicò alcune
foto di scena del film, che ritraevano uno dei teddy boy finito in galera
per precedenti reati, dando a Pasolini la colpa di averlo portato sulla
"cattiva strada".
Ma a parte questo, l'ambientazione
de La nebbiosa - tra le periferie di Metanopoli, di bar luccicanti
al neon e grattacieli del centro direzionale - è davvero straordinaria.
Pasolini aveva scritto di teddy boys e della nuova Milano in alcuni articoli
e lettere pubblicati su "Vie nuove". Dal punto di vista cinematografico,
nella sceneggiatura si sentono echi de I vinti di Antonioni, e di
un certo cinema inglese "arrabbiato". Con un po' di fantasia, la gang di
Milano
nera non sfigurerebbe in un bikermovie di Roger Corman o di Herschell
Gordon Lewis; e gli scenari periferici sono quasi gli stessi che ritroveremo
in certi gialli lividi di Scerbanenco, come Venere privata. Almeno
cinque o sei anni dopo, però.
Posseduti da una spirale
di sesso, velocità e violenza i teddy boys di Pasolini hanno in
testa una sola canzone: Teddy girl di Adriano Celentano. Il "molleggiato"
inaugurava proprio in quegli anni la sua parabola ascendente. Nel 1959
fu chiamato da Fellini per La dolce vita. Subito dopo fu protagonista
di Urlatori alla sbarra e Il tuo bacio è come un rock.
Pasolini adorava Celentano, soprattutto quando cantava Ventiquattromila
baci. Dicono che qualche anno dopo andò a trovarlo a Milano,
quasi un pellegrinaggio, assieme a Ninetto Davoli.
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CINEMA DI
PIER
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