Ecco il mio Totò
.
Da interviste
e dichiarazioni di Pier Paolo Pasolini
dopo i commenti
e le critiche sul film
Uccellacci
e uccellini con Totò e Ninetto Davoli
[1973 / 1975]
da
"la Repubblica", 1976
Pasolini,
in molte sale cinematografiche si proiettano i vecchi film di Totò.
Siamo di fronte a un recupero? Possiamo tentare un'analisi di questo fenomeno?
Il recupero dei film di
Totò mi sembra un recupero puramente casuale, non ha altro senso
che quello di proporre alla volgarità degli anni Settanta la volgarità
degli anni Cinquanta. Sono sicuro che i film che ha fatto Totò durante
gli anni Cinquanta sono tutti orribili, squallidi e volgari. Non per colpa
sua, perché in questo caso bisogna ipotizzare una dissociazione
assolutamente netta, precisa, drastica, tra autore del film ed attore.
In quanto attore Totò si è autocreato ed è vissuto
autonomamente, ma i film che ha fatto sono oggettivamente brutti. Se ne
salvano alcuni, ma non sono quelli del recupero attuale.
E allora, che senso
ha recuperarli?
Infatti: questo dimostra
che sostanzialmente nulla è cambiato, e anzi probabilmente quanto
a volgarità e a sottocultura gli anni Settanta non hanno nulla da
invidiare agli anni Cinquanta. Voglio dire, in realtà non c'è
stato un caso Totò negli anni Cinquanta. Negli anni Cinquanta Totò
è stato uno dei tanti prodotti, una delle tante merci che si sono
consumati quasi senza accorgersene. Non è stato un caso di cultura,
perché negli anni Cinquanta c'erano altri problemi, altri casi molto
più interessanti, più vivi, più reali, anche se, come
tutte le cose umane, superati. Invece oggi, negli anni Settanta, Totò
è una scoperta, una scoperta che ha carattere di una scoperta cosiddetta
culturale. Per me non lo è, significa che negli anni Settanta si
sono scatenate delle forze, degli interessi che erano rimasti sopiti allora
e che esplodono adesso.
Nel suo film, Uccellacci
e uccellini, lei ha usato questo personaggio per quello che era, un
piccolo-borghese che non vede la storia che gli passa vicino...
No, nel mio film io ho scelto
Totò per la sua natura doppia: da una parte c’è il sottoproletariato
napoletano e dall’altra c'è il puro e semplice clown, cioè
un burattino snodato, l'uomo dei lazzi, degli sberleffi. Queste due caratteristiche
insieme mi servivano a formare il mio personaggio ed è per questo
che l'ho usato. Nel film non si presenta come piccolo-
borghese, ma si presenta
come proletario, sottoproletario, lavoratore. E il suo non accorgersi della
storia è il non accorgersi della storia dell'uomo innocente, non
del piccolo-borghese che non vuole accorgersene per i suoi miseri interessi
personali e sociali.
C'è stato un
particolare apporto di Totò, oppure l'attore si è piegato
a una sceneggiatura di ferro?
È difficile fare
questa distinzione, perché io uso attori e non attori ma, praticamente,
mi comporto con loro nello stesso modo. Cioè li prendo per quello
che sono, non m'interessa la loro abilità, se prendo un attore lo
prendo per quello che è. Mettiamo Ninetto Davoli: non era attore
quando ha cominciato a recitare con Totò, e l'ho preso per quello
che era, non ne ho fatto un altro personaggio. La stessa cosa ho fatto
per Totò. Naturalmente un attore porta in questa operazione la sua
coscienza e quindi può essere usato proprio per la realtà
che lui è. Molte volte non accetta, resiste, ma sostanzialmente
il risultato espressivo non tiene conto degli apporti professionali dell'attore,
ma di quello che lui è "anche" in quanto attore.
Ma
Totò uomo era forse un personaggio completamente diverso, prendiamo
per esempio quella sua goffa ansia di nobiltà...
Ma no, quella sua ansia
di nobiltà è molto ingenua! Quando io dico che prendo una
persona per quello che è, intendo soprattutto come uomo. Nel fondo
di Totò c'era una dolcezza, un atteggiamento buono, e al limite
qualunquistico, ma di quel qualunquismo napoletano che non è qualunquismo,
bensì innocenza, distacco dalle cose, estrema saggezza, decrepita
saggezza. Quindi, quando dico Totò nella sua realtà intendo
dire nella sua realtà di uomo, ed aggiungo "anche" di attore.
Come mai, in Uccellacci
e uccellini, per trovare un antagonista ad un intellettuale di sinistra
in crisi lei ha scelto proprio questo tipo di personaggio già codificato
nel qualunquismo?
La mia ambizione era proprio
quella di strappare Totò dal codice, cioè di decodificarlo.
Come era il codice attraverso cui uno poteva interpretare Totò allora?
Era il codice del comportamento dell'infimo borghese italiano, dell'infima
borghesia portata alle sue estreme espressioni di volgarità e di
aggressività, di inerzia, di disinteresse culturale. Totò,
innocentemente, faceva tutto questo, vivendo parallelamente (attraverso
quella dissociazione di cui parlavo prima) un altro personaggio che era
al di fuori di tutto questo. Però il pubblico lo interpretava attraverso
questo codice. Ed allora io per prima cosa ho cercato di passare un colpo
di spugna su questo modo di interpretare Totò ed ho tolto tutta
la sua cattiveria, tutta la sua aggressività, tutto il suo teppismo,
tutto il suo fare sberleffi alle spalle degli altri. Questo è scomparso
completamente dal mio Totò. Il mio Totò è quasi tenero,
e indifeso come un implume, è sempre pieno di dolcezza, di povertà
fisica, direi, non fa le boccacce dietro a nessuno. Sfotte leggermente
qualcuno ma come qualche altro potrebbe sfottere lui, perché è
nel modo di comportarsi popolare il desiderio di sfottere qualcuno... ma
è una sfottitura leggera e mai volgare. Quindi, come prima cosa
ho cercato di decodificare Totò, avvicinandomi il più possibile
alla sua vera natura che veniva fuori in quel modo strano che dicevo. Una
volta fatto questo, l'ho opposto in quanto antagonista all'intellettuale
marxista ma borghese. Ma è un antagonismo che non sta in Totò
o nel corvo che fa l'intellettuale, sta nelle cose. Insomma ho opposto
un personaggio innocente, fuori dall'interesse politico immediato, cioè
fuori dalla storia, a chi invece fa della politica il suo vero e più
profondo interesse e vive in quella che lui crede essere la storia. Cioè
ho opposto esistenza a cultura, innocenza a storia.
Nelle prime cose di
Totò qualcuno ha visto un certo legame con l'avanguardia, per esempio
con il futurismo
L'avanguardia nasce sempre
come un'élite battagliera, paradossale e scandalosa, ma poi la sua
prima preoccupazione è quella di annettersi il più possibile
epigoni e fonti.Il caso Totò mi sembra una di questa operazioni
tipiche dell'avanguardia per allargare il proprio dominio territoriale.
Sì, si può dire che Totò, il suo modo di essere, di
presentarsi, di esprimersi fisicamente, ha qualcosa di avanguardistico
in senso lato, e cioè ha se non altro l'estraniamento: si stacca
dalle cose, dal mondo degli altri e costruisce questa specie di marionetta
che non ha quell'interezza umana tipica dell'arte classica, semmai è
tipica dell'avanguardia.
E l'uso del dialetto?
Il rapporto di Totò
con il dialetto è molto realistico. Probabilmente decise fin dalle
origini di non essere un attore dialettale napoletano, come per esempio
Eduardo De Filippo, e i tipici attori dialettali. Ha voluto essere un attore
dialettale di origine napoletana ma non strettamente napoletano. E cioè
la sua lingua è stata una specie di mimesi del dialetto o del modo
di parlare del napoletano emigrato in una città burocratica come
Roma. E allora ecco gli inserti di lingua burocratica, di lingua militaresca,
dei vari gerghi del parlare comune, quello sportivo per esempio. Ma nell'uso
che io ho fatto di Totò ho eliminato tutto questo. Ho eliminato
le parole dette tra virgolette, le citazioni burocratiche, militaresco-sportive,
e gli ho dato un linguaggio che se non è il linguaggio corrente
dialettale napoletano o romano è un misto dei due. È una
lingua che può parlare un emigrato meridionale che non vive più
al sud da venti o trenta anni e quindi ha perso le sue caratteristiche
linguistiche mescolandole con le nuove.
["la Repubblica", 1976]
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