La musica
nei film
di Pier Paolo
Pasolini
.
.
Con qualche cenno
riguardante anche
alcune scelte
pittoriche del poeta-regista
.
di Angela
Molteni
.
1/3
..
.
E finalmente
arrivò il suono...
Affiancare un
commento sonoro alla proiezione di pellicole cinematografiche fu un
evento che ebbe i natali contemporaneamente all’avvento della
stessa arte cinematografica. Ma come!? – si obietterà
– se fino alla seconda metà degli anni Venti si
produssero e si proiettarono nelle sale solo film muti? Ebbene: mai
come in questo genere di film l’accompagnamento musicale si
rivela indispensabile. Proiettare un film muto a un pubblico senza
un tale accompagnamento sarebbe come rappresentare un balletto
escludendo l’orchestra (o anche solo uno strumento che fosse
in grado di eseguire, per esempio, una melodia con il suo bravo
accompagnamento in tre quarti). Se questa tesi non è
convincente, provate a visionare un film muto senza alcun
accompagnamento sonoro: vi sentirete irrimediabilmente condannati
ad una forzata, sgradevole, insopportabile sordità; non solo:
il film muto provocherà in voi una strana e indecifrabile
sensazione di angoscia che nessun valido elemento estetico della
pellicola sarà in grado di
neutralizzare.
Chi ha visto, per
esempio, il film di Milos Foreman Amadeus sa esattamente di
che cosa sto parlando. Riassumo brevemente: il sovrintendente dei
compositori, "concorrente" di Mozart alla Corte
dell’imperatore d’Austria Giuseppe II, impedì,
allo scopo di boicottare il giovane compositore salisburghese,
l’esecuzione di musica da ballo all’interno
dell’opera teatrale che era in fase di allestimento. Mozart
in quei giorni stava lavorando alle prove di Nozze di Figaro
e per tale opera aveva tra l’altro composto un balletto:
dovette subire l’imposizione del sovrintendente. Lasciò
inalterati interpreti e scenario (i ballerini eseguivano quindi sul
palcoscenico passi di danza) e fece contemporaneamente tacere
l’orchestra. L’imperatore, invitato ad assistere alla
prova generale, protestò vivacemente per l’incongruenza
e l’insensatezza di quanto stava vedendo e, ottenutene
spiegazioni dallo stesso Mozart, ordinò che la musica fosse
immediatamente "reintegrata".
A Parigi, dal 1886, il
Cabaret du Chat Noir divenne il luogo deputato alla proiezione di
immagini animate, accompagnate da un pianoforte sulla cui tastiera
si avvicendarono anche le mani illustri di Eric Satie e di Claude
Debussy. Nel 1892 Émile Reynaud presentò al pubblico del
Musée Grevin il suo "Théâtre-Optique", dotato di
alcune "pantomime luminose" in cui cani, clown, acrobati e
cavallerizze si muovevano al ritmo di un’orchestrina, creando
le premesse della sincronizzazione.
Dalla preistoria alla
storia: i manifesti che pubblicizzavano le "sedute" del
Cinématographe Lumière al Grand Café del Boulevard
des Capucines riportavano il nome della maison du piano
nonché quello del pianista-compositore. Il più delle
volte i pianisti si sedevano a fianco dello schermo e suonavano,
improvvisando i brani a seconda del carattere delle
scene.
In Unione Sovietica,
nel 1928, Sergej Ejzenstejn – il primo grande "cineasta"
della Federazione delle Repubbliche Socialiste (Pasolini amò
profondamente il cinema di Ejzenstejn, insieme a quello di Charlie
Chaplin) – progettò l’introduzione in Urss del
cinema sonoro. Il 20 luglio di quell’anno il regista e due
suoi colleghi, Grigorij Aleksandrov e Vsevolod Pudovkin,
pubblicarono un documento che passerà alla storia del cinema
come il manifesto dell’asincronismo, i cui presupposti
teorici sono:
- dare priorità
assoluta, in termini di importanza, al montaggio quale "mezzo
fondamentale e unico, in virtù del quale il cinema ha
raggiunto un alto livello espressivo";
- evitare di dare
vita a una "produzione pseudo-letteraria con rinnovati tentativi
d’invasione teatrale";
- orientare la
realizzazione di pellicole sonore a una "non coincidenza tra
immagine visiva e immagine sonora: questo sistema", sostenevano i
registi, "porterà alla creazione di un nuovo contrappunto
orchestrale".
Dagli anni Venti in
poi, dunque, in Europa, e soprattutto in Unione Sovietica e in
Francia, il cinema ricorse frequentemente a musicisti che
raggiunsero grande fama non solo per le rispettive collaborazioni
cinematografiche, quali: Sergej Prokofiev (la cui musica fu
congeniale proprio al cinema di Ejzenstejn), Juri Šaporin,
Aram Cachaturian, Lev Švarz, Gavril Popov, Isaak Dunaevskij,
Dmitrij Šostakovich in Urss; Maurice Jaubert, Georges Auric,
Jacques Ibert, Darius Milhaud, Arthur Honegger in
Francia.
Un cenno particolare
su Prokofiev: scrisse per Ejzenstejn le musiche per Aleksandr
Nevskij, Ivan il Terribile, La congiura dei Boiardi. "Come
credete che un normale musicista scriverebbe un pezzo per paesaggi
autunnali?", dirà il regista, nel 1946, durante una lezione di
cinema. "Prenderà lo stormire delle foglie, poi passerà
qualche venticello, una certa trepidazione. Prokofiev, invece,
parte da una percezione molto complessa dell’immagine visiva.
Per lui anche le diverse sfumature di colore giocano un ruolo nel
passaggio all’immagine musicale. Qualsiasi musicista è
capace di trasporre in musica uno stormire di foglie. Ma per
tradurre il ritmo della tonalità di giallo
dall’inquadratura nella corrispondente tonalità
musicale, ci vuole ben altro talento [...] Quando noi registi
abbiamo, per esempio, una fortezza in campo, non ci limitiamo a
riprenderla di fronte, ma facciamo altrettanto con la torre, con le
entrate eccetera, e dalla composizione delle diverse prospettive
risulta infine una immagine globale. Allo stesso modo lavora con la
musica Prokofiev (1)".
Tutto ciò
significa, oltretutto, che la musica non deve essere mai al
servizio del cinema e viceversa. Infatti, sono entrambe espressioni
artistiche che utilizzano linguaggi non verbali e che tuttavia sono
assolutamente differenti e agiscono in modo diverso e indipendente
sulla percezione.
Scriverà
Pasolini: "I valori che essa [la musica] aggiunge ai valori ritmici
del montaggio sono in realtà indefinibili, perché essi
trascendono il cinema, e riconducono il cinema alla realtà,
dove la fonte dei suoni ha appunto una profondità reale, e non
illusoria come nello schermo. (2)
.
Primi approcci
di Pier Paolo Pasolini alla musica e alle arti
figurative
Nel corso della
seconda guerra mondiale, Pasolini – studente-laureando a
Bologna – si recava sempre più di frequente a Casarsa,
luogo di origine della madre, dove soggiornava spesso e per lunghi
periodi, e dove aveva molti amici. Nei primi mesi del 1943 la
cerchia degli amici si ampliò, con l’arrivo a Casarsa di
una violinista slovena, Pina Kalc, rifugiatasi in casa di parenti a
seguito delle vicende belliche. E, mentre gli accadimenti di quella
terribile guerra disperderanno gli altri amici, Pina, rimasta sola,
si dedicherà al tentativo di instaurare con Pier Paolo
un’amicizia esclusiva.
Di lei, Pasolini
scriverà:
.
"[...] La conobbi nel
febbraio del ’43. Subito dopo mi divenne necessaria per il
suo violino (3); mi suonò dapprima il moto perpetuo di
Janácek che divenne quasi un motivo del nostro incontro, e si
ripeté in molte occasioni. La ricordo perfettamente nell’atto di suonarlo, con
la gonna blu e la camicetta bianca. Ma presto cominciò a farmi
udire Bach: erano le sei sonate per violino solo, (4) su cui
emergevano, ad altezze disperate, la Ciaccona (A) e il Preludio della III;
il Siciliano (B) della I. Le
centinaia di sere che abbiamo trascorso insieme, dal ’43
all’estate del ’45 quando, finita la guerra
ripartì per la Jugoslavia, mi danno la solita disperazione
dell’inesprimibile, del troppo unico; tuttavia resta la
musica come qualcosa di solido, di avvenuto senza equivoco e che
riassume tutta la nostra tempestosa amicizia [...]"
(5)
.
Nei momenti di calma,
in assenza delle incursioni aeree con allarmi che si ripetevano di
giorno e di notte, Pina andava ogni giorno in casa Pasolini e dava
lezioni di violino a Pier Paolo. Dopo le lezioni eseguivano insieme
qualche duetto portato a termine con visibile emozione. Infine Pina
suonava da sola Bach.
.
"Era soprattutto il
Siciliano che mi interessava", narra Pasolini, "perché
gli avevo dato un contenuto, e ogni volta che lo riudivo mi metteva
con la sua tenerezza e il suo strazio, davanti a quel contenuto:
una lotta cantata impassibilmente tra la Carne e il Cielo, tra
alcune note basse, velate, calde, e alcune note stridule, terse
astratte. Come parteggiavo per la Carne! Come mi sentivo rubare il
cuore per quelle sei note, che per un’ingenua sovrapposizione
di immagini, immaginavo cantate da un giovanetto siciliano dal
petto bronzeo e ardente. E come invece sentivo di rifiutarmi alle
note celesti!" (6)
.
Nel 1944, Pasolini
scriverà uno Studio sulle sonate di Bach con molti
paragoni letterari, quasi una ricerca di equivalenti, come, per
esempio, alcuni passaggi musicali di una sonata e alcuni versi
poetici.Frattanto, all’Università di Bologna – ove
Pasolini otterrà la laurea con lode discutendo la tesi
Antologia della lirica pascoliana: introduzione e commenti
(7) – le lezioni di storia dell’arte medievale e
moderna sono tenute da Roberto Longhi (8); nel 1941 Longhi tiene i
corsi "Sui fatti di Masolino e Masaccio". Pasolini li frequenta con
entusiasmo. La formazione di Pasolini, avvenuta alla scuola di un
grande storico dell’arte quale fu appunto Longhi, gli
permetterà non solo di costruire con grande gusto figurativo
le inquadrature dei suoi film, ma anche di orientare il suo stesso
pensiero.
Longhi affermava, per
esempio, che nei quadri di Caravaggio gli apostoli e i santi sono
rappresentati da personaggi umili, dei ceti popolari; allo stesso
modo Pasolini dichiarerà di avere scoperto che nel mondo della
piccola delinquenza e dei ragazzi di strada, nel mondo del
sottoproletariato, ci sono effettivamente dei "santi". Oltre alla
pittura, Longhi amava il cinema (andrà a Parigi appositamente
per vedere La grande illusione di Jean Renoir e Il grande
dittatore di Chaplin) e trasmetteva ai giovani allievi anche il
"gusto" per la nascente arte cinematografica. Longhi, infine, oltre
ad avere avuto, per quanto riguarda le arti figurative, molta
influenza sulla formazione di Pasolini, rimarrà suo
"consigliere" e critico quando il Poeta affronterà le sue
opere cinematografiche.
Nei suoi soggiorni a
Casarsa, Pasolini frequenta spesso una sala cinematografica di San
Vito al Tagliamento: proprio in occasione di una della sue puntate
al cinema incontra un giovane pittore, Federico De Rocco. Vanno a
dipingere insieme e Pasolini viene introdotto alle tecniche
pittoriche: dipinge paesaggi "alla De Pisis", sentendo di
accingersi a conquistare un suo stile e una sua tavolozza. "I
quadri appena terminati vanno a riempire le pareti del
‘camerone’ e quell’estate sono più di una
dozzina. Quadri e poesie nascono sugli stessi fondali friulani".
(9) Più avanti, Pasolini stringerà stretti rapporti di
amicizia con un altro pittore, Giuseppe Zigaina, con il quale
rimarrà in contatto per tutta la vita e che sarà chiamato
in qualche caso anche ad avere un ruolo nei suoi
film.
Giungeranno presto, per Pasolini,
gli anni dell’insegnamento nella piccola scuola organizzata
nella sua stessa abitazione ("il camerone" di cui parla il cugino
Nico Naldini [a sinistra, con Pasolini, nella foto a fianco
scattata a Casarsa]) in Friuli, delle prime pubblicazioni poetiche,
e poi della fuga da Casarsa, con la madre Susanna, destinazione
Roma, dopo la denuncia per atti osceni e corruzione di minorenni
dell’ottobre 1949. Vera e propria vittima di persecuzioni
dovute a quegli inestirpabili pregiudizi che tendevano, e tendono,
a emarginare quando non a criminalizzare chi era, ed è,
diverso – ho proprio l’impressione che ben poco sia
mutato a oltre vent’anni di distanza dalla tragica scomparsa
del Poeta – tale denuncia fu la prima di una lunga serie di
vicende giudiziarie che costituiranno per Pasolini un vero e
proprio calvario.
A Roma, dopo alterne vicende,
dapprima di miseria e di umile lavoro come insegnante in una scuola
privata, quindi di lenta e progressiva affermazione, come scrittore
prima, come regista cinematografico poi, Pasolini chiuderà
definitivamente il violino nell’astuccio, ma gli rimarrà
nel cuore "la musica come qualcosa di solido", e di ciò si
rintracceranno agevolmente i segnali significativi nelle scelte
musicali "istintive" che costituiranno una parte non secondaria
della sua opera cinematografica. Continuerà invece [vedi foto
qui sopra] ad usare tele e pennelli: infatti, durante la
lavorazione dei suoi film, spesso Pasolini utilizzerà disegni
e schizzi, soprattutto per indicare la disposizione dei personaggi
e degli elementi paesaggistici nelle
inquadrature.
1961,
l’anno di Accattone
Dopo alcune
collaborazioni alle sceneggiature di film diretti da registi
già affermati, quali Soldati, Fellini, Bertolucci e altri,
Pasolini inizia la lavorazione della prima pellicola
cinematografica con un soggetto da lui scritto e diretto:
Accattone.
"Accingendosi a
realizzare il suo primo film Pasolini ha idee ben chiare per quanto
riguarda la musica che avrebbe adoperato. È convinto –
come regola generale a cui rimarrà sostanzialmente fedele, sia
pure con qualche eccezione – che è preferibile usare
musica di repertorio (cioè brani classici o leggeri di autori
noti) piuttosto che farla espressamente comporre. Questo
perché, secondo Pasolini, è più efficace una buona
musica già collaudata piuttosto che una mediocre partitura
che, il più delle volte, è un cattivo rifacimento di temi
e motivi già noti." (10)
Elsa Morante,
l’amica più cara in quei giorni, ha una ricca collezione
di dischi che sarà da allora in poi una preziosa miniera cui
Pasolini farà ricorso per realizzare il commento musicale dei
suoi film.In Accattone il commento musicale è costituito in
gran parte da brani di Johann Sebastian Bach; vi è poi
l’utilizzo di canzoni popolari e di stornelli con testi
parodiati e una scena in cui esplode, bellissimo, il blues di
William Primrose St James Infirmary.
Scrive Pasolini:
"La Passione secondo Matteo di Bach, nel momento della rissa
di Accattone, assume questa funzione estetica. Si produce una sorta
di contaminazione fra la bruttezza, la violenza della situazione, e
il sublime musicale. È l’amalgama (il magma) del sublime
e del comico di cui parla Auerbach (11) [...] La musica si rivolge
allo spettatore e lo mette in guardia, gli fa capire che non si
trova di fronte a una rissa di stile neorealista, folklorica,
bensì a una lotta epica che sbocca nel sacro, nel religioso
[...] Io sentivo, sapevo, che dentro questa degradazione
c’era qualcosa di sacro, qualcosa di religioso in senso vago
e generale della parola, e allora questo aggettivo,
‘sacro’, l’ho aggiunto con la musica. Ho detto
cioè che la degradazione di Accattone è, sì, una
degradazione, ma una degradazione in qualche modo sacra, e Bach mi
è servito a far capire ai vasti pubblici queste mie intenzioni
(12)".
Il Coro finale della
Passione secondo
Matteo (C) viene inserito dal regista sia nella scena sopra
ricordata sia nelle ultime inquadrature del film, quando si compie
il tragico destino di Accattone e sopravviene la morte, unica vera
libertà concessa dalla società a uomini "privi di
dignità" che ignorano (come Accattone) o rifiutano (come
Pasolini) le leggi della "ragione
dominante".
Sempre in
Accattone, il secondo movimento del
Concerto brandeburghese n. 2 (D) di Bach viene
utilizzato per creare forte contrasto nei confronti delle immagini
che frattanto scorrono sullo schermo, quelle cioè in cui la
prostituta Maddalena viene malmenata nella radura dell’Acqua
Santa dai ragazzi di vita amici del suo sfruttatore. E Pasolini
chiarisce:
" [...] Questo aver
contaminato una musica coltissima, raffinata come quella di Bach
con queste immagini, corrisponde nei romanzi all’unire
insieme il dialetto, il gergo della borgata, con un linguaggio
letterario che per me è di derivazione proustiana o joissiana.
È l’ultimo elemento di questa contaminazione che rimane
così un po’ esteriore nel film. Quanto alla scelta,
è una scelta molto irrazionale, perché prima ancora di
pensare ad Accattone quando pensavo genericamente di fare un
film, pensavo che non avrei potuto commentarlo altrimenti che con
la musica di Bach: un po’ perché è l’autore
che amo di più; e un po’ perché per me la musica di
Bach è la musica a sé, la musica in assoluto [...] Quando
pensavo ad un commento musicale, pensavo sempre a Bach,
irrazionalmente, e cosi’ ho mantenuto, un po’
irrazionalmente, questa predilezione
iniziale".(13)
Anche la formazione
pittorica di Pasolini entra in gioco, a partire da
Accattone: "Come modello formale pensa alla grande
tradizione pittorica italiana del Tre-Quattrocento, a Giotto, a
Masaccio e quindi all’esigenza di rappresentare i suoi
personaggi frontalmente, fortemente chiaroscurati, statuari". E,
riguardo al luogo prescelto per le ultime inquadrature del film,
Pasolini scriverà:
"[...] era
soprattutto su Olevano [una località del sud del Lazio] che
puntavo, come luogo dipinto da Corot. Ricordavo le sue montagne
leggere e sfumate, campite come tanti riquadri di sublime, aerea
garza contro un cielo del loro stesso colore."
(14)
Nei primi giorni di
aprile 1962 hanno inizio le riprese di Mamma Roma in un prato di Cecafumo
alla periferia di Roma, sparso di ruderi antichi e limitato da una
cintura di enormi caseggiati bianchi. In questo film Pasolini ha
scelto di commentare alcune scene utilizzando musica di Vivaldi,
ritenendola conosciuta, familiare al grande
pubblico.
In P.P.
Pasolini, Per il cinema, Milano, Mondadori, 2001 la filmografia
contenuta nel Tomo secondo relativa al film Mamma Roma
riporta le seguenti indicazioni: Musica: Antonio Vivaldi: Largo in
mi minore dal Concerto RV 443; Larghetto in sol minore dal Concerto
RV 481; Largo in fa maggiore dal Concerto RV 540 - P
266.
Sulla scelta del
protagonista, Ettore, dirà Pasolini:
"Ho visto Ettore
Garofalo mentre stava lavorando come cameriere in un ristorante
dove una sera ero andato a mangiare, [...], esattamente come
l’ho rappresentato nel film, con un vassoio di frutta sulle
mani come la figura di un quadro di Caravaggio".
Ancora dal punto di
vista pittorico, la scena iniziale del film (banchetto di nozze),
costituisce un forte richiamo a molte classiche rappresentazioni
pittoriche rinascimentali dell’Ultima cena (dal Ghirlandaio a Leonardo da
Vinci).
Le esperienze
successive, fino al progetto del Vangelo
Tra il 1962 e il
1964 più che una successione di film vi è un intreccio di
progetti. Durante un convegno ad Assisi, Pasolini, casualmente,
legge il Vangelo di san Matteo e scopre quanta parte del mondo
contadino dell’età di Cristo sia finita nelle pagine del
testo dell’evangelista Matteo, "il più rivoluzionario
perché il più realista". Da questa lettura trae una
riflessione: la storia di Cristo è fatta di due millenni di
interpretazione cristiana; tra la realtà storica è oggi
si è creato lo spessore del mito e questo mito è già
un’idea trascinante per farne un
film.
Alfredo Bini,
produttore di Accattone e di Mamma Roma, è
attratto dall’idea e accoglie la proposta di realizzare un
film sul Vangelo. Chiede
però a Pasolini di dare la precedenza a un film a episodi i
cui registi sono Roberto Rossellini, Jean-Luc Godard e Ugo
Gregoretti. Pasolini realizzerà il proprio episodio,
La ricotta. Un brano musicale molto significativo che il regista
inserirà nel film è il Dies Irae attribuito a
Tommaso da Celano, (1190 ca - 1260), musicista oltreché
discepolo e biografo di san Francesco d’Assisi [clicca
sull'immagine per ottenerne un ingrandimento e ascoltare il Dies
Irae]. Nella Ricotta è anche notevolmente
appropriata la sottolineatura dell’atmosfera grottesca di
alcune scene, ottenuta con l’inserimento di un brano
verdiano, "Sempre libera degg’io" dalla Traviata,
deformato nel tempo, nella dinamica, nell’uso filologicamente
non ortodosso degli strumenti, tutti elementi trattati nelle scene
del film con intenti ironici e per qualche verso evocativi delle
comiche degli anni Venti e Trenta.
.
Sugli intendimenti
figurativi di Pasolini, scrive Antonio Bertini: "[...]
All’uso semplificato e rigoroso degli obiettivi 50 e 75,
impiegati in Accattone, Pasolini aggiunge il pancinor o
zum. Si tratta di un obiettivo, come si sa, che permette di
passare (senza soluzione di continuità)
dall’inquadratura di un dettaglio o di un primo piano fino a
un totale o a un campo lungo. [...] Sembra quasi ci sia la
volontà – da parte del regista – di togliere
all’immagine filmica l’impressione di
tridimensionalità, di profondità di campo (dovuta
soprattutto all’immagine in movimento, al movimento
all’interno dell’inquadratura) per ricondurla in un
ambito figurativo e pittorico. Il richiamo a Masaccio (che ritorna spesso
nelle dichiarazioni della sua tecnica) non è casuale.
L’obiettivo viene paragonato a un pennello nelle mani di un
pittore, un pennello leggero e agile che, tuttavia, ha la forza di
rendere greve, massiccia la materia, con una forte accentuazione
del chiaroscuro. (15)
(segue)
.
NOTE
(1) "Amadeus" n. 71,
ottobre 1995
(2) Antonio Bertini,
Teoria e tecnica del film in Pasolini, Bulzoni Editore
1979.
(3) Pasolini aveva
avuto una educazione musicale; aveva infatti iniziato a studiare il
violino all’età di tredici anni.
(4) Pasolini cita poco
più avanti la Ciaccona, che è inequivocabilmente
uno dei brani della II Partita (e non della III Sonata) per violino
solo di Bach. Nel suo scritto, Pasolini intendeva riferirsi quindi
alle tre sonate e tre partite per violino solo e più in
particolare alla Ciaccona dalla II Partita (la
Ciaccona appare solamente in questa Partita), al
Preludio dalla III Partita (l'unica Partita che abbia un
Preludio) e al Siciliano dalla I
Sonata.
(5) "Quaderni rossi
del ‘46", in Nico Naldini, Pasolini, una vita,
Einaudi, Torino 1989.
(6) "Quaderni
rossi...", cit.
(7) In un primo tempo
Pasolini aveva pensato di laurearsi con una tesi sulla Pittura
italiana del Novecento e aveva iniziato a lavorarvi nel 1942.
Nello stesso periodo pubblicava sul "Setaccio" articoli di critica
d’arte.
(8) Roberto Longhi
(1890-1970) fu storico dell’arte, scrittore e didatta. Fu tra
i primi in Italia a introdurre un metodo di critica di tipo
formale.
(9) Nico Naldini,
Pasolini, una vita, cit.
(10) Antonio Bertini,
cit.
(11) Erich Auerbach
(1892-1957), filologo e critico tedesco, ha dato contributi
fondamentali allo studio della letteratura occidentale. Nella
citazione, Pasolini si riferisce a un passo di Mimesis. Il
realismo nella letteratura occidentale
(1946).
(12) Quaderni di
filmcritica - Con Pier Paolo Pasolini, Bulzoni, Roma
1977.
(13)
Ibidem.
(14) Nico Naldini,
cit.
(15) Antonio Bertini,
cit.
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SUL CINEMA
DI
PIER PAOLO
PASOLINI
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