La musica nei film
di Pier Paolo Pasolini
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. Con
qualche cenno riguardante anche
alcune scelte pittoriche
del poeta-regista
.
di
Angela Molteni
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3/3
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La "trilogia della vita"
Dopo Medea, tre nuovi
progetti, ispirati a importantissime opere letterarie di tre culture diverse,
apriranno un nuovo capitolo della cinematografia pasoliniana. Pasolini
stesso chiama i tre film "trilogia della vita", e spiega che si tratta
di: " [...] film sulla fisicità umana e sul sesso. Questi film sono
abbastanza facili, e io li ho fatti per opporre al presente consumistico
un passato recentissimo dove il corpo umano e i rapporti umani erano ancora
reali, benché arcaici, benché preistorici, benché
rozzi, però tuttavia erano reali, e opponevano questa realtà
all’irrealtà della civiltà consumistica".
Durante l’estate 1970 Pasolini
scrive la sceneggiatura di dieci novelle dal capolavoro di Boccaccio, scelte
tra quelle che hanno un equilibrio tra il tragico e il comico-burlesco
e fa parlare i personaggi in napoletano. Quest’ultima scelta – di ambientare
le novelle del Decameron a Napoli
e dintorni – a mio parere è stato un vero e proprio "colpo di genio"
del regista; in ciò dissento da quanto dichiarerà Morricone,
che definirà "strana" la trasposizione del pasoliniano Decameron
nel Sud Italia.
Nel Decameron Pasolini
stesso assunse il ruolo di un allievo di Giotto. Sulle pareti che, insieme
ad aiuti, dipingerà appaiono rifacimenti di opere giottesche. Si
vestì come il "Vulcano" di Velasquez nel dipinto La
fucina di Vulcano conservato al Museo del Prado: grembiule di cuoio
e fascia bianca sulla fronte.
Pasolini aveva visitato il museo madrileno nel 1964 e si era scoperto "tale
e quale" al personaggio raffigurato nel quadro di Velasquez. Inoltre, venne
a sapere che La fucina di Vulcano era stata dipinta dal pittore
spagnolo a Roma ''con modelli tratti dalle borgate romane" e questo fu
per Pasolini un ulteriore motivo di identificazione.
"Quanto Accattone
e Mamma Roma erano film di contestazione sociale", dichiarerà
il regista nel corso di una intervista, "espressione della volontà
di presa di coscienza, tanto il Decameron rappresenta la mia nostalgia
di un popolo ideale, con la sua miseria, la sua assenza di coscienza politica
(è terribile dirlo, ma è vero), di un popolo che ho conosciuto
quando ero bambino."
La musica, curata da Pasolini
e arricchita da composizioni originali di Ennio Morricone, è costituita
anche da antiche musiche napoletane, a cominciare da Fenesta
‘ca lucive (N), un "classico" della canzone napoletana (la musica,
originariamente di autore anonimo, è attribuita a Vincenzo Bellini).
Riferisce Morricone in una
intervista: "[Pasolini] volle mettere una canzone napoletana [...] non
è che io fossi molto contento di tutto ciò [...] Mi pare
fosse Fenesta ‘ca lucive. Poi, a vedere il film, aveva ragione,
perché era tutto collocato nel Sud, cioè era una trasposizione
strana quella del Decameron. Quindi mi pareva giusto quello che
m’aveva chiesto, anche se mi scocciava, dico la verità che mi scocciava
proprio". (21)
Alcune scene di Decameron
sono girate a Sana’a, nello Yemen del Nord; qui Pasolini girerà
anche un "documentario in forma di appello all’Unesco" per fornire, attraverso
immagini bellissime e suggestive, un’ampia documentazione di luoghi da
salvare da un degrado e da una distruzione incombenti.
Nella primavera del 1971
Pasolini scrive la sceneggiatura del secondo film della "trilogia della
vita", I racconti di Canterbury. Terminata la sceneggiatura, all’inizio
dell’estate effettua alcuni viaggi in Inghilterra alla ricerca di luoghi
e di personaggi adatti all’ambientazione del film. Lui stesso apparirà
come Geoffrey Chaucer [vedi foto qui sotto],
l’autore delle Canterbury Tales alle quali il film si ispira.
Anche per questo film, così
come per il successivo, Il fiore delle
Mille e una notte, le musiche originali sono di Ennio Morricone.
Parlando delle composizioni inserite nei tre film, e sollecitato dall’intervistatore
che gli chiedeva se per essi avrebbe voluto fare della musica diversa,
Morricone rispose: "Forse sbagliando ma... Comunque avrei fatto una musica
originale, popolaresca italiana, negli episodi italiani. Poi, per l’Oriente,
avrei fatto una versione diversa... adesso non so quello che avrei fatto.
Non ho riflettuto: ho accettato passivamente certi suoi consigli [di Pasolini]
ed in certi casi ho anche reagito dicendogli che mi sembrava sbagliato
e lui ha accettato anche e spesse volte le mie osservazioni... Insomma,
c’è stato sempre un dialogo, però, che mi vedeva all’inizio
un po’ arrendevole. [...] Per Canterbury Tales ho scritto delle
cose originali per zampogna". (22)
Nel 1972 Dacia Maraini collabora
con Pasolini alla sceneggiatura del Fiore della Mille e una notte,
che conclude la "trilogia della vita" del regista. Le riprese avverranno
tra marzo e maggio 1973 in Nepal, Persia, Etiopia, nello Yemen del Nord
e in quello del Sud.
L’ultima fatica: Salò
o le centoventi
giornate di Sodoma
"Il mio principale apporto
a questa sceneggiatura", disse Pasolini rispondendo alle domande di un
intervistatore della televisione svizzera a proposito della trasposizione
filmica delle Centoventi giornate di Sodoma di De Sade, "è
consistito nel dare alla sceneggiatura una struttura di carattere dantesco
che probabilmente era già nell’idea di De Sade, cioè ho diviso
la sceneggiatura in gironi, ho dato alla sceneggiatura questa specie di
verticalità e di ordine di carattere dantesco. Ma mentre lavoravamo
a questa sceneggiatura, Sergio Citti [collaboratore alla sceneggiatura
insieme a Pupi Avati] man mano si disamorava perché gli era giunta
un’altra idea, l’idea di un altro film e io invece pian piano me ne innamoravo
definitivamente quando è avvenuta questa illuminazione, quando cioè
è venuta l’idea di trasporre De Sade nel ’44, a Salò." (23)
Durante gran parte del film
una pianista, in apparenza completamente assente da quanto sta accadendo
attorno a lei, esegue come un’automa canzoni degli anni Trenta, qualche
motivo di regime, alcuni Valzer (O) e Preludi
(P) di Chopin, a rappresentare con il commento sonoro, oltre all’ambiente
e al momento storico, la decadenza, il disfacimento di quell’epoca di massima
espansione della dittatura, della repressione, della nefasta guerra fascista.
Quando, dopo inenarrabili torture commesse su giovani tenuti come schiavi
in una tetra villa di Salò, avverranno nei confronti degli stessi
ragazzi e ragazze i primi crudeli omicidi, anche la pianista apparentemente
estraniata, robotizzata, non reggerà allo strazio e al disgusto
e si suiciderà. Sarà in questo stesso momento del film che,
anche musicalmente, si avrà la percezione "infernale" di ciò
che sta accadendo, con alcune introduzioni accordali e canti dai Carmina
Burana di Carl Orff, una composizione del 1936 che raccoglie antichi
canti medievali e li rielabora unendo arcaico e moderno, musica colta e
popolare con soluzioni antiche e attuali. (I contenuti dei Carmina Burana
sono vari: accanto a canzoni sulla primavera, l’amore, le gioie del sesso
e della tavola vi si trovano poesie satirico-moraleggianti che lamentano
la perversione del mondo, la decadenza dei costumi e degli studi, la malvagità
del clero e del potere, lo strapotere del denaro).
Vi è infine da dire,
a conclusione di questa breve riflessione sulle scelte musicali nei film
di Pier Paolo Pasolini – oltre che su qualcuno dei riferimenti pittorici
che in alcuni casi hanno costituito la fonte di ispirazione del regista
e che sono, a mio parere, bene amalgamati e in gran parte assolutamente
congruenti con i commenti musicali –, che un elemento rilevante in tutta
la produzione cinematografica del poeta è il silenzio dei personaggi,
l’assenza della parola e di qualsiasi altro suono. Le sequenze completamente
prive di suono (la "musica dei silenzi", la definisco), che prevedono la
sola, nuda presenza delle immagini dei personaggi – a volte immobili, se
si eccettua il fuggevole mutare di una espressione del viso o l’impercettibile
movimento di una mano o, ancora, un lieve battere di palpebre – sono momenti
indimenticabili nel cinema di Pasolini. Momenti nei quali pare di trovarsi
in comunione spirituale con l’artista e con i personaggi da lui creati,
momenti che fanno rimanere con il fiato sospeso, rispettosi, quasi timorosi
di disturbare in qualche modo i pensieri, le riflessioni trasmessi in un
modo così informale dal regista. Sono silenzi che pretendono il
massimo della concentrazione intellettuale e un grande coinvolgimento emotivo
da parte di chi, più che assistere, "partecipa" all’avvenimento
che si svolge sotto i suoi occhi comprendendone e spesso condividendone
i messaggi. Questa musica del silenzio è, nelle opere cinematografiche
di Pier Paolo Pasolini, lo specchio stesso della sua poesia.
NOTE
(21) Antonio Bertini, cit.
(22) Ibidem.
(23) Nico Naldini, cit.
BRANI MUSICALI ESEMPLIFICATI
(MIDIFILES O REAL AUDIO) NELLA "MUSICA NEI FILM DI PIER PAOLO PASOLINI"
(A) Johann Sebastian Bach
(Eisenach 1685-Lipsia 1750), "Ciaccona" dalla Partita n. 2 per violino
solo
(B) Johann Sebastian Bach,
"Siciliano" dalla Sonata n. 1 per violino solo
(C) Johann Sebastian Bach,
"Coro" finale dalla Passione secondo Matteo BWV 244
(D) Johann Sebastian Bach,
Concerto
Brandeburghese n. 2 in fa maggiore BWV 1047, secondo movimento
(E) Johann Sebastian Bach,
"Aria" dalla Passione secondo Matteo BWV 244
(F) Pier Paolo Pasolini/Domenico
Modugno, Uccellacci e uccellini
(G) Wolfgang Amadeus Mozart
(Salisburgo 1756-Vienna 1791), Il flauto magico K 620, "Duetto Papageno-Pamina"
(H) Wolfgang Amadeus Mozart,
Il
flauto magico K 620, "Aria di Sarastro"
(I) Fischia il vento,
canzone popolare
(L) Pier Paolo Pasolini/Domenico
Modugno, Che cosa sono le nuvole
(M) Wolfgang Amadeus Mozart,
Requiem
K 626, "Introitus-Requiem Aeternam"
(N) Anonimo, Fenesta
'ca lucive. Canzone della tradizione napoletana. La musica è
attribuita a Vincenzo Bellini
(O) Friedrich Chopin (Zelazowa
Wola, Varsavia 1810-Parigi 1849), Valzer op. 34 n. 2
(P) Friedrich Chopin, Preludio
op. 28 n. 20.
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