.Pier
Paolo Pasolini
su Totò
[dopo Uccellacci e
uccellini]
Dicono che Totò fosse
principe. Una sera che eravamo a cena insieme diede una mancia di ventimila
lire a un cameriere. Di solito i principi non danno simili mance, sono
molto taccagni. Se Totò era principe, era dunque un principe molto
strano. In realtà conoscendolo risultava un piccolo borghese, un
uomo di media cultura, con un certo ideale di vita piccolo borghese. Come
uomo. Ma come artista, qual è la sua cultura? La sua cultura è
la cultura napoletana sottoproletaria, è di lì che viene
fuori direttamente. Totò è inconcepibile al di fuori di Napoli
e del sottoproletariato napoletano. Come tale Totò legava perfettamente
con il mondo che io ho descritto, in chiave diversa perché il mondo
da me descritto era in chiave comica e tragica, mentre Totò ha portato
un elemento clownesco, da Pulcinella, però sempre tipico di un certo
sottoproletariato che è quello di Napoli.
Un comico esiste in quanto
fa una specie di cliché di se stesso, egli non può uscire
da una certa selezione di sé che egli opera. Nel momento in cui
ne uscisse non sarebbe più quella figura, quella silhouette che
il pubblico è abituato ad amare e conoscere e con cui ha un rapporto
fatto di allusioni e di riferimenti. Anche Totò ha fatto il cliche
di Totò, che è un momento inderogabile per un comico per
esistere.
Entro i limiti di questo
cliché, i poli entro cui un attore si muove sono molto ravvicinati.
I poli di Totò sono, da una parte, questo suo fare da Pulcinella,
da "marionetta disarticolata"; dall'altra c'è un uomo buono, un
napoletano buono starei per dire neorealistico realistico, vero. Ma questi
due poli sono estremamente avvicinati, talmente avvicinati da fondersi
continuamente. È impensabile un Totò buono, dolce, napoletano,
bonario, un po' crepuscolare, al di fuori del suo essere marionetta. È
impensabile un Totò marionetta al di fuori del suo essere un buon
sottoproletario napoletano.
Il problema del rapporto
tra regista e attore è un tasto molto delicato. Non voglio certo
pretendere di risolverlo qui. Quando dicevo che ogni comico oggettiva se
stesso in una specie di figura assoluta, stilizzata, di cliché di
se stesso, volevo dire che l'attore comico crea se stesso, inventa se stesso,
quindi compie un'operazione poetica, artistica, di carattere e livello
estetico e non semplicemente comunicativo e strumentale. E quindi nel momento
in cui Totò ha creato e inventato se stesso ha continuato sempre
a inventarsi; la sua opera di inventore continua, non cessa nel momento
in cui si inserisce dentro l'invenzione di un altro. Praticamente il Totò
in un film mio o in un film di un altro regista è inscindibile dal
film; teoricamente invece lo è, si può scindere, e si può
trovare dentro la creazione del regista il momento creativo dell'attore.
Evidentemente egli è sempre inventore, è sempre un creatore,
sempre un artista in qualsiasi film si trovi. Se lo si trova nel film di
un autore, è difficile capire qual è il momento suo dell'invenzione,
se invece lo si trova in un film mediocre o addirittura in un film brutto,
allora invece quest'operazione è molto più facile. Si scopre
immediatamente il momento creativo di Totò, e lo si gode di più.
Il recupero che viene fatto
oggi di Totò mi sembra un recupero puramente casuale, che non ha
altro senso che quello di proporre alla volgarità degli anni Settanta
la volgarità degli anni Cinquanta. Sono convinto che i film che
ha fatto Totò durante gli anni Cinquanta sono tutti orribili, squallidi
e volgari. Non per colpa sua, perché in questo caso bisogna ipotizzare
una dissociazione assolutamente netta, precisa, drastica, tra autore del
film e attore. In quanto attore Totò si è autocreato ed è
vissuto autonomamente, ma i film che ha fatto sono oggettivamente brutti.
Se ne salvano alcuni, ma non sono quelli del recupero attuale. Si recuperano
i brutti film di Totò perché sostanzialmente nulla è
cambiato, e anzi probabilmente quanto a volgarità e a sottocultura
gli anni Settanta non hanno nulla da invidiare agli anni Cinquanta. In
realtà non c'è stato un caso Totò negli anni Cinquanta.
Negli anni Cinquanta Totò è stato uno dei tanti prodotti,
una delle tante merci che si sono consumati quasi senza accorgersene, non
è stato un caso di cultura. Perché negli anni Cinquanta c'erano
altri problemi, altri casi molto più interessanti, più vivi,
più reali, anche se come tutte le cose umane naturalmente oggi superati.
Invece oggi Totò è una scoperta, che ha carattere di una
scoperta cosiddetta culturale, mentre secondo me non lo è. Il che
significa che negli anni Settanta si sono scatenate delle forze, degli
interessi che erano rimasti sopiti allora e che esplodono adesso.
Nel mio film io ho scelto
Totò per la sua natura, diciamo così, doppia. Da una parte
c’è il sottoproletario napoletano, e dall’altra c'è il puro
e semplice clown, il burattino snodato, l'uomo dei lazzi e degli sberleffi.
Queste due caratteristiche insieme mi servivano a formare il mio personaggio.
Ed è per questo che l'ho usato. Nel mio film Totò non si
presenta come piccolo borghese, ma come proletario o come sottoproletario,
cioè come lavoratore. E il suo non accorgersi della storia è
il non accorgersi della storia dell'uomo innocente, non del piccolo borghese
che non vuole accorgersene per i suoi miseri interessi personali e sociali.
lo uso attori e non attori.
Praticamente mi comporto con loro nello stesso modo, li prendo per quello
che essi sono, non m'interessa la loro abilità. Se prendo un non
attore, lo prendo per quello che lui è. Mettiamo Ninetto Davoli.
Non era attore quando ha cominciato a recitare con Totò, e l'ho
preso per quello che era, non ne ho fatto un altro personaggio. La stessa
cosa ho fatto di Totò. Naturalmente un attore porta in questa operazione
la sua coscienza e magari anche la sua opposizione al fatto di essere usato
per quel brano di realtà che lui è. Molte volte non lo accetta,
allora resiste, ecc. Ma sostanzialmente il risultato espressivo finale
non tiene conto degli apporti professionali di un attore, ma di quello
che l'attore è, anche in quanto attore. Quando dico che prendo una
persona per quello che è intendo soprattutto come uomo. Nel fondo
di Totò c'era una dolcezza, un atteggiamento buono e al limite qualunquistico,
ma di quel tipico qualunquismo napoletano che non è qualunquismo,
che è innocenza, che è distacco dalle cose, che è
estrema saggezza, decrepita saggezza. Quindi quando io dico Totò
nella sua realtà intendo Totò nella sua realtà di
uomo, e aggiungo anche di attore.
La mia ambizione in Uccellacci
è
stata quella di strappare Totò dal codice, cioè di decodificarlo.
Com'era il codice attraverso cui uno poteva interpretare Totò allora?
Era il codice del comportamento dell'infimo borghese italiano, della piccola
borghesia portata alla sua estrema espressione di volgarità e aggressività,
di inerzia e di disinteresse culturale. Totò innocentemente faceva
tutto questo facendo parallelamente, attraverso quella dissociazione di
cui parlavo prima, un altro personaggio che era al di fuori di tutto questo.
Però evidentemente il pubblico lo interpretava attraverso questo
codice, allora io per prima cosa ho cercato di passare un colpo di spugna
su questo modo di interpretare Totò. E ho tolto tutta la sua cattiveria,
tutta la sua aggressività, tutto il suo teppismo, tutto il suo ghignare,
tutto il suo fare gli sberleffi alle spalle degli altri. Questo è
scomparso completamente dal mio Totò. Il mio Totò è
quasi tenero e indifeso come un implume, è sempre pieno di dolcezza,
di povertà fisica, direi. Non fa le boccacce dietro a nessuno. Sfotte
leggermente qualcuno, ma come un altro potrebbe sfottere lui, perché
è nel modo di comportarsi popolare quello di sfottere qualcuno,
ma è una sfottitura leggera e mai volgare.
Quindi come prima cosa ho
cercato di decodificare Totò, e avvicinarlo il più possibile
alla sua vera natura, che veniva fuori in quel modo strano che dicevo.
Una volta fatto questo, l'ho opposto in quanto protagonista all'intellettuale
marxista ma borghese. Ma è un antagonismo che sta nelle cose, non
sta in Totò o nel corvo che fa l'intellettuale, sta nelle cose.
Che cosa ho opposto? Ho opposto un personaggio innocente fuori dall'interesse
politico immediato, cioè fuori dalla storia, a chi invece fa della
politica il suo vero e più profondo interesse e vive in quella che
lui crede essere la storia. Cioè ho opposto esistenza a cultura,
innocenza a storia.
Il rapporto di Totò
con il dialetto è molto realistico. Totò ha probabilmente
deciso sin dalle origini di non essere un attore dialettale napoletano,
come in un certo senso, Eduardo De Filippo e i tipici attori dialettali.
Ha voluto essere un attore dialettale, di origine napoletana, ma non strettamente
napoletano. La sua lingua è stata una specie di mimesi del dialetto
o del modo di parlare del napoletano, del meridionale, emigrato in una
città burocratica come Roma. E allora ecco gli inserti di lingua
burocratica, di lingua militaresca, di modi di dire dei vari gerghi del
parlare comune, per esempio quello sportivo, mettiamo.
Nell'uso che io ho fatto
di Totò ho eliminato tutto questo, ho eliminato le parole dette
fra virgolette, le citazioni burocratiche o militaresche o sportive, e
gli ho dato un linguaggio che non è un linguaggio puramente dialettale,
mettiamo o il napoletano o il romano, ma un misto dei due. È la
lingua che può parlare un immigrato meridionale che vive da venti,
trent'anni a Roma e quindi ha perso le sue caratteristiche linguistiche
mescolandole con le nuove.
(Pier Paolo Pasolini, 1973)
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