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Cinema Mamma Roma
Recensione di Luca Martello, www.lankelot.com
È da sottolineare innanzi tutto
Non c’è regista, nell’ambito del Neorealismo, che abbia offerto alla capitale un ruolo così primario. La Roma dei romanzi e successivamente dei primi due film di Pasolini è uno scenario pregno di una violenza sottintesa ma visibilissima nel non mostrato - il concetto di sesso come morte arriverà più tardi con Salò. Eppure nel cinema neorealista la capitale non è stata così loquace come in Pasolini. L’indifferenza della città verso Antonio Ricci alla ricerca dell’oggetto che è la sua sopravvivenza (*) o per il povero Umberto D eponimo del capolavoro del 1953 non è la stessa che Anna Magnani vede dalla sua finestra. Sono passati degli anni dal primo Neorealismo e un nuovo problema post bellico è evidente allo sguardo di Pasolini: le famiglie sfrattate e gettate come animali nelle periferie dentro baracche fangose poi sostituite con l’Ina Case, in quartieri dormitorio. Se Accattone parlava di tuguri, Mamma Roma sale di categoria e prende la parola per gli inquilini delle case popolari. La speranza di rispettabilità e benessere, per una vita più semplice. Ecco che l’Urbe si fa testimone d’una condizione sociale che non è presente solo nel quartiere di Ettore, ma tutte le periferie di tutte le altre città che in silenzio convivono col degrado e l’impossibilità di un’elevazione sociale, morale, storica. Si è formato come un microcosmo delimitato dal raccordo anulare, di una città che è metonimia per le altre condizioni umane disperate; ecco perché ogni strada e ogni quartiere di Roma assume un personale senso narrativo, non è contesto decorativo in cui inserire dei personaggi d’una storia particolarmente appassionante, nulla di tutto ciò: le strade semi asfaltate nel quartiere Tuscolano, i prati al sole vicino ai ruderi nell’Appio Claudio, i casermoni di Cecafumo e il lungo mercato in piazza hanno valore pienamente narrativo sono parte fondamentale della vicenda.
Se un letterato ha la capacità di esprimere le parole in immagini - sebbene di un testo scritto in definitiva si possano riportare i soli dialoghi: non ha senso confrontare una descrizione letteraria con un’immagine cinematografica - con una capacità del mezzo così sicura, allora è anche grande regista. Si sostiene a volte che un letterato non possa fare cinema, Pasolini è la risposta eclatante di come un artista possa diventare autore, a tutto tondo. Mamma Roma che cammina per
gli stradoni al Foro Italico che ragiona sulla propria condizione esistenziale,
in un piano sequenza fatto di solo monologo con qualche interruzione umoristica
dei clienti e delle altre mignotte: uno degli incontri fra testo scritto
e immagine. L’inquadratura è buia, visibile solo la sagoma della
donna e le luci dei lampioni nello sfondo, in uno dei carrelli più
interessanti del film (che si ripete per altre due volte).
Un breve sguardo al ralenti
La recitazione della Magnani ha disturbato gran parte della critica, accusando un’incomunicabilità con la naturalezza degli attori non professionisti. Totale disaccordo. La teatralità, limitata, della fresca recitazione dell’attrice non stona affatto, tutt’altro rende maggiormente cinematografico il rapporto con i non attori. Un minimo di finzione recitativa
poi, non disturba. Del resto la storia narrata è anch’essa finzione:
il che non esclude l’inserimento del film nel circuito neorealista.
E si ritorna al ruolo della città La città di Roma ha qualcosa che tutte le altre città non hanno. Il ruolo dei quartieri è una cosa ben visibile per i non romani, ognuno dei rioni ha per i cittadini un ruolo a sé stante, sintomatico e incisivo. Porta Portese, è evidente, fa pensare al mercato. Quando Ettore vende i dischi rubati alla madre per regalare qualcosa a Bruna, va esattamente a Porta Portese. Sebbene Roma abbia significati ben saldi nella zona archeologica, ecco che assumono plasticità anche le parti meno note. L’inquadratura ricorrente durante tutto il film è la visuale della finestra di Ettore. Ecco, i palazzoni e la cupola di Don Bosco hanno un’aria austera a volte, nel finale hanno persino l’espressione colpevole dell’indifferenza.
Con una soggettiva ecco l’immagine
finale del film: è Roma, la stessa inquadratura sui palazzi del
Tuscolano; sì, l’inquadratura è la stessa ma è in
atto l’effetto Kulesov (**):
gli occhi della Magnani sanguinano di odio e per risposta Roma tace, le
facciate dei palazzi continuano a fissare il sole; la cupola di Don Bosco
è indifferente al suo dolore, tutto continua ad essere com’era prima.
Ma non solo Mamma Roma se n’è accorta, anche gli astanti fissano
fuori e poi guardano allarmati la donna: la città vive e il suo
cinismo è morte e pianto.
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