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"Pagine corsare" Il cinema
In ricordo di Mario
Cipriani Nel febbraio 2003 moriva a Roma a 75 anni Mario Cipriani, noto ai più col soprannome di “Stracci” dal personaggio da lui interpretato nell’episodio di Pasolini La ricotta (RoGoPaG): in una celebre sequenza vediamo Cipriani morire sulla croce, ed era stato già “il Balilla” in Accattone. La morte di Pasolini portُ Cipriani ad isolarsi dalla cerchia degli amici, in cui peraltro non si era mai sentito a proprio agio. La stima per Pasolini, e quel rapporto di profonda amicizia che forse voleva esclusivo, crebbero, e Mario accettava volentieri di raccontare, col suo modo di pause e di battute a effetto, il modo in cui si erano conosciuti: ”Che fa quello, mi fissa?… ma che? Ce l’hai con me?… T’ho fatto quarche cosa?” Aveva continuato ad
apparire sporadicamente in film di altri registi, ma non cambiُ la
professione di muratore che garantiva il necessario per mantenere la
famiglia. In
età avanzata è stato riscoperto da Rolando Stefanelli (La matta dei
fiori), Daniele Vicari, per non parlare dell’introvabile
documentario su di lui realizzato da Giulia D’Intino. *
* * "Vojo
anna' giù a Terracina, a fa' merenda in terra piana, vojo
magnamme na' vaccina e na' pecora co' tutta la lana". [La canzone che Stracci - comparsa poverissima e con prole a carico - canta nella Ricotta] * * *
Mario Cipriani interpreta nella Ricotta il ruolo del povero Stracci, che è scritturato per fare la parte del ladrone buono, in un film sulla Passione di Cristo. Un regista-marxista dirige gli attori su un prato della periferia romana: è Orson Welles. I piani della rappresentazione sono numerosi e, se a prima vista, questo mediometraggio di soli trentacinque minuti puُ sembrare quasi un divertissement d'autore; a una prima analisi, invece, risulta ben evidente la sua curiosa e intricata architettura. Si intrecciano infatti, più livelli di finzione: quella di Mario Cipriani, il Balilla di Accattone e uno dei coatti di Mamma Roma, che interpreta la parte del sottoproletario Stracci; quella di Stracci che interpreta il ladrone buono, che dovrà essere crocefisso di fianco a Gesù Cristo; e quello degli attori della troupe, che in un film nel film, fanno la parte delle figure di un celebre dipinto.
Ma l'espediente della finzione nella finzione è scavalcato, e il gioco delle parti si rompe, perché sarà proprio lo stesso Stracci a fare la parte di Gesù, ripercorrendo grottescamente e disordinatamente alcune tappe della Via Crucis: tra l'indifferenza dei presenti, farà la sua ultima fatale cena, prima di morire schernito in croce. Pasolini si serve di uno dei simboli del cristianesimo, la passione di Cristo, per rappresentare, attraverso l'immoralità della troupe di quel set cinematografico, il vero Cristo: Stracci. Stracci ha una duplice funzione: rappresenta il sottoproletario sacrificato al vuoto borghese, e rappresenta l'incarnazione reale e contemporanea del Cristo. Stracci viene sacrificato, condannato a morte dalla ferocia di un mondo gretto e teso al consumo a tutti i costi. Stracci-Cristo-Cipriani: questo nuovo messia pasoliniano non è, perُ, destinato alla resurrezione; a risorgere dovrà essere l'intero sottoproletariato, che abita i palazzoni dei sobborghi di periferia, ben visibili sullo sfondo del film, l'umile umanità da questo suo cinema e dai suoi personaggi riscattata e, in qualche modo, redenta. L'utopia pasoliniana ha qui la sua essenza. Ma c'è nel film anche il Gesù Cristo storico e tradizionale: è quello con i capelli lunghi biondi, che appare nei tableaux vivants, appena tratteggiato, in evidenza con un primo piano, lieve e non rilevante nella sua morbida forma visiva. Stracci rappresenta, dunque, il nuovo Cristo, anche fisicamente.
La sua fisionomia di borgataro si oppone con
fermezza a quella del "solito" Cristo, che è immagine piacente,
tramandata e alterata, per lo più, da opere di commissione di
generazioni di pittori ossequiosi. I tratti fisionomici di Stracci, lo
rendono come una macchia in un dipinto; il suo corpo si fa veicolo del
suo messaggio, che non è di consolazione, ma di aggressione. Cosً come
consolare non è lo scopo della parola di Cristo, dirà nel 1971 Pasolini
a Enzo Biagi nel corso della trasmissione televisiva III B,
Facciamo l'appello. E aggredire è quello che fa (e farà con Il
Vangelo) Pasolini con secoli di tradizione iconografica del Cristo.
Egli realizza
cosً, forse ne La ricotta più che altrove, il suo Vangelo
anti-borghese e marxista.
Stracci-Cristo-Cipriani, dopo la corsa alla ricotta, si ripara in una grotta e si appresta finalmente al sospirato pasto. Egli scarta la ricotta avvolta nelle carte dei giornali, quando un megafono (inquadrato al centro di un banchetto ricco di ogni ben di Dio) lo richiama al dovere di ladrone buono. “Ecchime. Da', forza schiavi, inchiodateme!”.
Un' inquadratura in campo medio ci mostra le tre croci appoggiate a terra e Stracci-Cristo-Cipriani che si spoglia in fretta per prendere posto su una di esse.
Subito un gruppo di componenti della troupe si affretta a "inchiodarlo". Iniziano a dileggiarlo, chiedendogli se è riuscito a mangiare, poi un personaggio con un cappello si fa avanti e, dopo averlo scartato, gli avvicina un panino alla bocca, per poi ritirarlo e addentarlo egli stesso. Si avvicina un altro, che gli porge una bottiglietta con dell'aranciata, ma anche questa volta viene ritirata in fretta e bevuta a grandi sorsate davanti ai suoi occhi.
A Natalina, senti: vie’ qua! È l'invito allo strip-tease. Natalina inscena lo spogliarello, messo su per prendersi beffa di lui, ai piedi della croce. Due primi piani di Stracci-Cristo-Cipriani crocefisso, che alza la testa e guarda il grottesco spettacolino, finché, esausto, la fa ricadere all'indietro sulla base di legno della croce, si alternano alle immagini della troupe festante. È questa un'inquadratura dal taglio particolare, che Pasolini ripeterà più volte nei suoi film e che sembra voler riproporre il punto di vista di chi è ai piedi della croce. Ettore morente, costretto su un letto di prigionia (in Mamma Roma), Accattone morente, caduto sul selciato, ora Stracci, crocefisso in orizzontale: gli "ultimi" dei suoi film sono fisicamente schiacciati a terra e la macchina da presa prova a conferire loro l'onore di un punto di vista solenne.
Portate su le croci!: è il nuovo ordine della regia. La processione si avvia lentamente al "Calvario", dove i tre crocefissi vengono depositati. Dopo il campo lungo che ha ripreso la salita, l'autore insiste con le inquadrature ravvicinate di Stracci-Cristo-Cipriani, in croce, a terra, ripreso leggermente dall'alto, di taglio. Egli singhiozza. In controcampo una zoomata all'indietro a partire dal volto della sfacciataggine di Laura Betti, inquadrata sotto un tavolo ricco di vivande e affiancata da due angeli. Accompagnata da Ettore Garofolo (l'Ettore martire di Mamma Roma) si presenta dal regista Welles e minaccia: “Si puُ sapere che scena prepari? Senti un po', darling, o giri me o me la batto. Mi pare giusto”. Un nuovo ordine parte cosً dalla regia: “Fare l'altra scena!” Ma la dicitura della sceneggiatura originale era diversa e recitava: “Via i crocefissi”. Fu uno degli aggiustamenti apportati dalla censura. In ogni caso le croci vengono portate via.
Lasciateli inchiodati!: le beffe per Stracci-Cristo-Cipriani si sommano. Di nuovo l'inquadratura ai piedi della croce. “C'ho fame, ch'ho fame, mannaggia, mo' bestemmio”. I suoi pensieri non vanno all'aldilà, e invece di un "Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno", una sola cosa lo preoccupa e assorbe tutte le sue energie, il pensiero forse più materiale per eccellenza: la fame. Il dialogo del ladrone buono con Cristo in croce finisce con l'amara presa di coscienza della sua vocazione: “C'è chi nasce co 'na vocazione e chi co n'altra. Io sarُ nato con la vocazione di morirme de fame”.
Riportiamo due brani
significativi che ci fanno conoscere un po’ meglio Mario Cipriani. Sono
ripresi da www.accattone.org e
da www.frameonline.it, che hanno
acconsentito alla riproduzione in “Pagine corsare” e che ringraziamo
per la cortesia. - Mario Cipriani e la ricotta metafisica, di Gaetano Gentile - Qua so’ cazzi, di Antonio Cipriani > |