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"Pagine corsare"
Il cinema
Qua
so' cazzi
Antonio Cipriani
http://www.accattone.org/archivio/_04/05/cipriani05_04.htm
C'era uno specchio tutto
scheggiato, che aveva perso la sua anima d'argento e rendeva le cose
sognanti.
Era lo
specchio che stava in fondo all'osteria di Pietralata vecchia, dove
andavo a bere vinaccio sfuso (di cartine e zolfo) e a conversare con
Mario Cipriani, Stracci per poeti e battone, er Balilla per altri
acculturati; Mariuccio per il tutto il resto del mondo lungo le valli
brunite pietralate. Luogo senza ali né possibilità di fuga. Per chi è
fuggito da sempre e non sa più dove riparare il passo di fetente
speranzoso borgataro in attesa perenne. Di un viaggio, di una donna, di
un pezzetto di normalità così urlata da strappare silenzi alla gola.
Specchio
d'avanzo, quello dell'ostaria-strettoia con l'acca davanti. Di qualche
vecchio comò mollato lì dai parenti, complici e luttuosamente stretti
nell'ultimo chissenefrega, soffiato nel trapasso di un eroe qualunque
da dimenticare presto.
Che poi la
distorsione dello specchio rendeva l'immagine di sé e la fatica, di sé
e la speranza, leggermente più accettabili. Oblunga, straniata, mai
doma. Perché tra i calcinacci del passato bisogna conservare la faccia
di sé che uno preferisce. Agguerrita o sognante, per niente somigliante
alla vita che, giorno dopo giorno, non ci appartiene. Non ci interessa,
fa a cazzotti con i ricordi e con la bellezza amara dell'illusione.
Ti specchi
Mario e diventi Stracci, impresso su metri e metri di pellicola che
attraverso il miracolo della macchina da presa esorcizza la vita per
l'arte. Ma non è per tutti. La mutazione è riconoscibile solo allo
sguardo che sa guardare attraverso. Agli altri resta l'immagine
riflessa di uno sticazzi e via.
Come all'oste,
senz'acca però.
Me so' venuti a
intervista', so' giornalisti, hai capito? Devono fare un servizio sui
film che ho fatto con Pasolini, me tocca raccontare qualche cosa... Ma
quello passava dritto, a passo pesante e sbuffando un fanculo
rantolato. Seh seh e via oltre allo specchio.
Qua a Pietralata mica ce
credono che so' attore, disse una sera di vento giallo e strazio di
segherie lontane. Fuori le lampadine danzavano al buio aromatico, e
vecchi predatori di periferica vocazione vagavano a caccia sui
montarozzi dello sfascio.
Che cazzo ne
sanno qua dell'epos del proletariato, concluse amaro Bastiano, il
filosofo di Ponte Mammolo. Non c'è manco un cinema, Mariu', siamo
sottosviluppati. Seh, replicò Mario, è che semo sviluppati sotto. E giù
brindisi e risate a gola rauca. Uno sfregio di antica arroganza edile,
alla faccia dell'universo ostile e del destino manovale che impediva a
Stracci di portare in giro a testa coronata la S maiuscola. Stracci di Ricotta,
Stracci di Pier Paolo Pasolini, con tanto di Orson Welles e Pontormo.
Con rispetto parlando, diceva Bastiano.
Poi rimaneva
il silenzio, il dire lasciato in ostaggio del tacere. Un tractatus da
mezzo litro a testa, tutto d'un fiato, di intellettuali plebei e
periferici alla deriva dentro l'ultima salvezza prima dell'alba.
Nel ricordo, mica tanto
distante, Mario non ha il volto stanco e beffardo di quelle serate
(rughe come trincee, diceva il Filosofo). È per sempre l'omino affamato
che corre a macchinetta nelle praterie (sempre quelle sfregate dal
vento della periferia, di polvere africana e cartacce di vecchi
imbianchini), che muore davvero, strozzato in croce mentre la vita che
si muove indifferente intorno a lui è finzione. E sullo sfondo, fuori
scena, si staglia la città penosa e lontana.
Viverci dentro, in quella
giungla di case e rancori, è un destino, mica una passeggiata. Se fai
il muratore sei il muratore, se fai lo scopino sei lo scopino. Ma se
fai il muratore e pure l'attore con Pasolini, a quelli del baretto gli
si complica la vita. Questo il rammarico. Perché attore, in borgata,
vuol dire riscatto sociale, scintillante desiderio di redenzione alla
conte di montecristo; soldi, vendette sociali legittime, annessi e
connessi. Se resti a campare nello stesso caseggiato e la mattina parti
all'alba vestito da muratore, è un'altra cosa. Nella coscienza popolare
stai alla stregua di quelli che la domenica vanno a giocare le
regionali di bocce a Civita Castellana e il lunedì, con la pagnottella
nella carta del forno, raccontano i dettagli.
È una questione di dignità
operaia. Mario fece la sua scelta di classe e rimase quello che era
sempre stato, lavorando a giornata e navigando a vista lungo le
scogliere di quel fuoriscena. Fino a negare a se stesso la possibilità
di essere se stesso fino in fondo. Soprattutto nel dubbio estremo che
quel se stesso non fosse proprio il senso ultimo della sua vita, ma un
pezzo di cielo metallico caduto per caso da chissà quale marte
sconosciuto. Così campava.
In attesa di
un vento nuovo, di un'altra parte in un film qualunque, di essere
riconosciuto per la strada, ma nel momento giusto.
Mica come quella volta
sull'autobus, in centro, tanti anni fa. Mario tornava dal lavoro con il
secchio e dentro gli attrezzi da muratore, dopo una giornata di fatica
sputata in qualche cantiere. Impolverato e con addosso gli schizzi di
calce rimase in piedi in fondo all'autobus. Un turista francese si
avvicinò e lo guardò. Beh, che te guardi? Disse il muratore di
Pietralata. E quello: ma io la conosco. Lei è Stracci, l'attore
protagonista della Ricotta di Pasolini. No, no, rispose
Stracci, nun so' io. Io so' uno qualsiasi, che se ero un attore famoso
stavo qua...
Tanti anni
dopo, ricordando quell'incontro, Mario disse a Chigo Gallian: hai
capito? In Francia ero una celebrità e io non lo sapevo. Solo che quel
giorno, sull'autobus, zozzo da fa' paura, dopo una giornata de bucio de
culo, me vergognavo come un ladro. Non potevo esse' io, no? Ma che un
protagonista di un film importante campa facendo l'imbianchino?
Che palle, fu
la conclusione arbitraria ma sintetica di Chigo. Che palle per definire
il mondo rutilante e rovesciato che si porgeva ai nostri occhi
arrossati dal sonno, riflesso di inganni e caverne; e noi bestie feroci
in cattività da borgata cercavamo attraverso quei riflessi qualche cosa
che sapesse di senso, un'ispirazione qualunque per la giustizia e
l'uguaglianza. Un frammento di comunismo, anche sbiadito, per cuori
affannati.
Stracci oggi non c'e'
più. Vive solo nelle pellicole che ha girato. È morto da poco, da
muratore in pensione, ma da attore fino all'ultimo respiro. Qualche
parte in film italiani (ma Pasolini non c'e' più) e una montagna di
ricordi del suo affabulare leggero e ironico, con una lingua antica che
a Roma quasi non si parla più. Cioccare, capezza, brillocco,
mezzacucchiara, 'o ggiuro su mi madre; una romanità lasciata cadere a
pioggia sull'epica in bianco e nero di uno scavalco da regazzini. O da
ladroni grandi e avventurosi, eroici robbinud de noantri, cresciuti nel
mito di "se te becca Santillo" ai Villini, profeti di imprese
mirabolanti destinate al fallimento epocale. Che te restano sur
groppone, diceva Chigo e Mariuccio annuiva. Mai che 'ste imprese
aggiustano la vita dei Cichetta il pataccaro, di Palle secche, di Collo
storto che continuano, assatanati, a giurare sull'ossa dei morti e a
toccarsi il pacco a protezione metafisica dalla vendetta di chiunque
profferisca, con agilità linguistica da giaguaro: e de tu' nonno.
Sintesi e fulmine che squarcia la notte.
Lingua perduta
dai giovani ruggenti, con mille tatuaggi da ferimento dell'anima e
orecchino scintillante. Per nulla ammansiti dal cappelletto da baseball
e dalla gutturale ricerca del suono rombante da stadio, per comunicare
in un neoborgataro inglesizzato lo status di viventi. Nonostante tutto.
Coatti, incazzati incupiti più fascisti che altro, ma con lo stesso
sguardo insolente dei padri e dei nonni paini.
Lo stesso
sguardo insolente e ciancicato dal controluce che doveva avere Mario la
prima volta che incontrò Pasolini in borgata nel 1959. Giravano Il
Gobbo del Quarticciolo e il Poeta faceva anche una parte nel film
di Lizzani.
Sghignazzavo co' l'amici,
'o pijavo per culo, quello me guardava fisso. Dico, qua finisce male,
aho. Poi se fece sotto Citti e mi disse che era uno famoso e mi voleva
per un film. Da quell'incontro nacque er Balilla in Accattone e
poi Stracci. A Mamma Roma m'hanno tajiato, ero troppo bravo,
oscuravo l'artri... E il provino? Me lo fecero a casa di Fellini, mica
no, c'erano un sacco di persone e quando sono entrato mi so' detto:
aho', in campana, che qua te danno un sacco de botte. Capito, no? È che
pensi male. Invece...
Poi la prima
volta sul set. Mario faceva er Balilla e si vergognava. L'amici lo
guardavano, gli ridevano dietro. Lui doveva uscire di corsa e correre.
Ma non lo faceva. Gli andò accanto Bernardo Bertolucci e lo pregò di
uscire. Niente. Il ciacchista romanaccio interpretò filosoficamente la
situazione e trovò il modo per far correre Mario: "Aho, si nun esci nun
te pagheno". Er Balilla ancora corre...
Diceva così:
aho, ancora corro... Se la rideva nel ricordo, e la gente intellettuale
e un po' chic nelle sale culturali applaudiva. Lui ingallato buttava
giù storielle e battutacce un po' ciniche, per illustrare ai profani la
dignitas del borgataro che non può fare niente per niente. Dunque,
niente senza tornaconto perché la società non se lo merita e se rubba
tutto. Ma per Paolo si poteva fare uno strappo, perché era un grande
pensatore, ci aveva 'na testa così, eppure era uno di noi. Poi ti
faceva recitare quello che eri davvero, ed essendolo non lo sapevi che
eri una cosa artistica e fondamentale.
L'ultima volta, col sorriso
inciso nel volto stanco, raccontava di quanto fosse piccola la stanza
di un capolavoro come quello di Rosso Fiorentino a Volterra e di
quanto, in fin dei conti, si sentisse un artista vero e proprio, come
la storia e la cultura gli riconoscevano. Un po' meno il cinema. E zero
la borgata.
Peccato che
non c'è più Paolo; io continuo a fa' provini e non me prende nessuno,
diceva. Me volevano pe' fa' Geppetto, sai che ride. Ma nun m'hanno
chiamato manco quella volta, segno che so' destinato da una sorte
speciale a restare per sempre Stracci oppure er Balilla. Sarà per quel
segno della croce scombiccherato che me venne mentre giravamo Accattone.
Capirai, co' le manette, non capivo niente. Fu così, un'invenzione.
Pasolini la scoprì nel montaggio, mi disse grazie Mario. Era quello che
ce voleva. Bella mossa rega', ma non rinascono i paolipasolini.
Brindisi, alla poesia
amara e a Stracci. In quell'hostaria ci andavo con Mario e ci
incontravo Chigo Gallian anche lui di nobile stirpe bevitora e animo
scrittorico, cappottone loden e barba perennemente sfatta, abitava da
quelle parti. Io, eretico e straniero, ero viandante che giungeva a
Pietralata come fosse la porta del mondo. Tiburtino, vedevo in Ponte
Mammolo il confine misterioso che separava e congiungeva la città dalla
sua espansione feroce e meticcia. Il fiume era l'anima che ci univa e
divideva. Chi usciva e chi entrava. In un incrocio di razze, idiomi e
furie. Sangue, comunque nuovo. Occupanti e sfrattati, negri e zingari,
immigrati pugliesi, calabresi, siciliani che si andavano a conquistare
il pezzo di orto sotto le case popolari dell'Albuccione. Sfidando i
primi innesti di Roma lontana che si erano presentati dietro alle
zampogne abruzzesi, ai norcini, ai marchigiani venditori di vino di
cartine e cannolicchi.
Per quel mondo
in movimento, Ponte Mammolo era il limes, Pietralata il cuore. In mezzo
Tiburtino Terzo, dove so' cazzi. Punto. Così era. Qua so' cazzi c'era
scritto sul muro che costeggiava la Tiburtina. E dentro, i ragazzini ci
giocavano a pallone. Ed erano cazzi davvero.
Forse più adesso che
prima, sono cazzi. Con le stradacce che s'impennano contro le case
popolari e portano nel bitume la loro ambizione da cavalcavia senza
memoria. Altra cosa le pietre lasciate lungo le strade antiche che dal
profondo del loro essere sognano di essere una cattedrale. O un posto
dove possano poggiare il culo i poveri affamati di vento, stanchi con
le loro vite callose. Che poi se vai a cercare bene, dietro lo sguardo
appannato di un bicchiere di vino, l'utopia è un'arma e lievita come il
pane. La bruttezza è la seconda arma per sopravvivere mimetizzati da
poveri cristi che fanno il mazzo e schioppano. Dimenticati con il loro
sberleffo di umanità, faccia e rabbia. Fino a un Mario o Chigo che si
perdono nei meandri della confusione e vogliono ricominciare da capo,
come se lo specchio riannodasse il filo della storia e consentisse loro
di riprendere da dove eravamo rimasti. Uno sguardo insolente, la
bellezza seduta sulle ginocchia.
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