"Pagine
corsare"
Saggistica
Pasolini prossimo nostro
e Salò o le 120 giornate
di Sodoma
Le foto di Deborah
Beer
Gli archivi di
Gideon Bachmann

Pacato e disperato. Pochi mesi
prima di morire. È questo il Pasolini prossimo nostro che Giuseppe
Bertolucci ha proposto alla Mostra di Venezia nel settembre 2006. L'opera
parte dalle foto scattate da Deborah Beer sul set di Salò o le 120
giornate di Sodoma e da un'intervista - che costituisce il supporto
audio del film di Bertolucci - filmata da Gideon Bachman sul set dello
stesso film nel giugno 1975. Poco dopo, e prima che il film fosse distribuito
nelle sale, Pier Paolo Pasolini morì lasciando questa confessione inedita
che rivela il dramma di un uomo rimasto solo a gridare la sua rabbia per
il nuovo “fascismo consumista”, l’anarchia del potere,
l’oscuro futuro dei giovani.
È il ritratto di un poeta sconfitto, affidato a immagini mai viste prima.
Qualcuna delle dichiarazioni
pasolininane nel corso dell'intervista di Bachmann:
Ognuno odia il potere
che subisce. Quindi, io odio con particolare veemenza il potere di oggi,
1975. È un potere che manipola i corpi in un modo orribile, che non ha
niente da invidiare alla manipolazione di Himmler o Hitler. Li manipola
trasformandone la coscienza, cioè nel modo peggiore, istituendo dei nuovi
valori che sono alienanti e falsi. Sono i valori del consumo, che compiono
quello che Marx chiama un genocidio delle culture viventi, reali, precedenti.
[...]
Un vecchio contadino tradizionalista
e religioso non consumava delle sciocchezze preconizzate dalla televisione.
Bisognava fare in modo che invece le consumasse. In realtà, i produttori
costringono i consumatori a mangiare merda. Il brodo Knapp è merda! Danno
delle cose sofisticate, cattive, le robioline, i formaggini per bambini,
tutte cose orrende che sono merda. Se facessi un film su un industriale
milanese che produce biscotti, li reclamizzassi e li facessi mangiare a
dei consumatori, verrebbe fuori un film terribile, sull’inquinamento,
la sofisticazione, l’olio fatto con le ossa delle carogne. [...]
Durante le età repressive
il sesso era una gioia, perché avveniva di nascosto ed era un’irrisione
di tutti gli obblighi e i doveri che il potere imponeva. Invece, nelle
società tolleranti, come si dichiara quella in cui viviamo, il sesso è
necrotizzante perché la libertà concessa è falsa e soprattutto è concessa
dall’alto e non conquistata dal basso. Quindi, non si tratta di vivere
una libertà sessuale, ma di adeguarsi a una libertà che viene concessa.
Allora, a un certo punto, uno dei personaggi del film dirà proprio questa
frase: «Le società repressive reprimono tutto, quindi gli uomini possono
fare tutto». Ma ho aggiunto questo concetto che per me è lapidario: le
società permissive permettono qualcosa e si può fare solo quel qualcosa.
Scrive Giuseppe Bertolucci sul
suo film: «Il termine fotoromanzo, associato a un film “maledetto”
come il Salò di Pasolini, sembra incongruo e quasi inopportuno. E invece
a me pare assolutamente appropriato, perché di un foto-romanzo si tratta.
Con Federica Lang abbiamo rivisitato il piccolo tesoro delle foto di scena
di Deborah Beer (impeccabili sul piano della fedeltà e della qualità)
e abbiamo creato una sorta di sintesi dell’ultima opera di Pasolini:
sostituendo le immagini fisse alle sequenze cinematografiche. Ma l’archivio
di Gideon Bachmann conteneva anche alcune preziose testimonianze (filmate
e sonore) dell’autore, che abbiamo posto a commento del nostro fotoromanzo.
Arrivando, io credo, a una rilettura inedita, assolutamente attendibile,
di uno dei film più sconvolgenti degli anni settanta. Dalla quale emerge,
potente, la spietata analisi pasoliniana di una società italiana sempre
in bilico sulla voragine del fascismo. Il suo grido d’allarme fu strozzato
la notte del 2 novembre 1975, ma continua ad arrivarci, nitido e straziante,
a trent’anni di distanza».
Deborah Imogen Beer
Deborah Imogen Beer è nata
in Inghilterra, dove ha studiato fisioterapia. A 21 anni si è trasferita
in Italia e si è dedicata alla fotografia, specializzandosi presto nel
cinema.
Dopo alcuni anni come fotoreporter
sui set, è stata assunta da Pasolini e lo ha seguito nei suoi ultimi anni,
curando sia le foto di produzione da destinare alla pubblicità dei film,
sia le foto sul set per film come Salò.
In rapida successione ha
lavorato nella stessa veste per Fellini (La cittò delle donne,
E la nave va, Ginger e Fred), Liliana Cavani (La pelle),
Volker Schlöndorff (Circle of Deceit), Mike Newell (Soursweet),
Sergio Citti (Casotto) e altri.
Ha fotografato inoltre sul
set di registi quali Peter Bogdanovich, Vittorio De Sica, Bernardo Bertolucci,
Sergio Citti, Steno, Vincent Minnelli, Norman Jewison, i fratelli Taviani,
Carlo Lizzani, Riccardo Freda, Michelangelo Antonioni, Ettore Scola, Franco
Zeffirelli, Marco Ferreri, Andrej Tarkowski
La sua opera è stata usata
per pubblicizzare, tra gli altri, i seguenti film: Daisy Miller,
Il viaggio, Novecento, Il fiore delle Mille e una notte,
Casotto, Due pezzi di pane, Rollerball, Fontamara,
ldentificazione di una donna, Il mondo nuovo, La traviata,
Otello, Storia di Piero, Nostalghia, Dietro le
quinte, Lifeforce, Déjà Vu, Delta Force e, ovviamente
i già menzionati film di Fellini, Schlöndorff, Cavani, Newell.
Nelle foto di registi al
lavoro, Deborah Beer unisce il suo interesse per il cinema con il suo vecchio
amore per le persone e il ritratto.
Gideon Bachmann
Gideon Bachmann è nato
in Germania, è cresciuto negli Stati Uniti, ha studiato a Praga e, negli
anni Sessanta, è tornato in Europa, fissando la sua dimora in Italia.
Ha iniziato la sua carriera
nel cinema con una trasmissione alla radio americana. Nel corso degli anni,
i suoi articoli e le interviste con protagonisti del cinema, accompagnati
dai suoi scatti, sono apparsi in oltre un centinaio di giornali e riviste
in tutto il mondo, e il suo lavoro di critico ai festival lo ha portato
praticamente ovunque. Per decenni ha collaborato in veste di consulente
con numerosi festival (Venezia, Berlino, Cannes, Locarno, Rotterdam, Chicago,
New York, Mannheim, Vienna, Haifa e altri) e in molti casi ha fatto parte
del comitato selezionatore.
A partire dal 1961, l’anno
del trasferimento a Roma, il suo è diventato un volto conosciuto sui set
di molti film importanti, documentati sia attraverso le sue fotografie
che i suoi scritti. Da quando la fotografa britannica Deborah Imogen Beer,
incontrata nel 1970, è diventata sua moglie, è lei a realizzare quasi
tutte le foto di cui Bachmann aveva bisogno per i suoi articoli e saggi.
Ha realizzato diversi documentari sul cinema, tra i quali: Jonas
e Underground New York sul periodo di rivolgimenti politici ed artistici
nella New York degli anni Sessanta e Settanta; Ciao Federico! su
Federico Fellini; A Camera is not a Molotov Cocktail sul cinema
politico in Italia; The Schlöndorff Protocol girato durante la
guerra civile a Beirut; le serie televisive Movies on Movies e The
Cinema of the Men Who Say No sul cinema israeliano di opposizione (realizzati
per ZDF, ARD, Channel 4 e altri network europei).
Attualmente riveste la carica
di direttore esecutivo EIKK - Europaisches Institut des Kinofilms Karlsruhe
ed è membro dell’European Film Academy, della Federazione Internazionale
dei Critici Cinematografici e dell’American Society for Cinema Studies.
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