.Sade
per Pasolini:
una pietra contro la
società
.
di Alberto Moravia
.
"Corriere della Sera",
6 dicembre 1975.
.
"... Se si vuol parlare
di corruzione, è necessario non parlare della corruzione inesistente
di Pasolini, ma di quella che pesa ancora sul paese nel quale egli era
nato e che amava appassionatamente. Questa corruzione spiega, fra l'altro,
il carattere provocatorio del film su Sade. Pasolini non ha fatto un film
sadico, poiché non era cudele; ha fatto un film del tutto cerebrale,
quindi provocatorio. Ma perché la provocazione? [...] Ecco dunque,
per grandi linee, il percorso dell'idea provocatoria di Pasolini:
1) Pasolini "nasce" omosessuale;
ma "nasce" contemporaneamente dotato di spirito religioso e patriottico;
è un uomo dotato di virtù civiche; e, così, inevitabilmente,
visto che desidera far parte della società italiana, egli accetta,
suo malgrado, e può darsi senza rendersene conto, il punto di vista
negativo di questa società nei confronti dell'omosessualità,
vale a dire non riesce a liberarsi di un senso di colpa.
2) Pasolini scopre a sue
spese che la società italiana non è la società libera
e grandiosa del Rinascimento [...], ma che è piuttosto una società
piccolo-borghese repressa e repressiva e, perdipiù, molto diversa
da quella che dovrebbe essere e da quella che dichiara di essere.
3) Pasolini scopre di avere
un senso di colpa provocato da una società non solo indegna di portare
un tal nome, ma corrotta e spregevole.
4) Pasolini fa un film su
Sade nel quale, con un moralismo eccessivo, non solo «punta il dito
contro se stesso», come vorrebbe Calvino (*), ma lo punta anche troppo;
vale a dire che non riesce a liberarsi, come aveva fatto Sade con l'uso
della razionalità, del senso di colpa instillato in lui da una società
ch'egli ormai disprezza.
5) Pasolini si serve di
Sade come di una pietra da lanciare contro la società italiana,
con l'intento provocatorio di farla uscire allo scoperto, fuori dalla sua
corruzione e dalla sua contraddittoria condanna dell'omosessualità.
Quindi, la tragedia di Pasolini
non è quella dell'uomo corrotto dal denaro, ma quella del patriota
tradito dal suo paese. Ma lasciamogli la parola, nella sua poesia Alla
mia nazione: «Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo
antico, / ma nazione vivente, ma nazione europea: / e cosa sei? Terra di
infanti, affamati, corrotti, / governanti impiegati di agrari, prefetti
codini, / avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi, / funzionari
liberali carogne come gli zii bigotti, / una caserma, un seminario, una
spiaggia libera, un casino! / Milioni di piccoli borghesi come milioni
di porci / pascolano spingendosi sotto gli illesi palazzotti, / tra case
coloniali scrostate ormai come chiese. / Proprio perché tu sei esistita,
ora non esisti, / proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.
/ E solo perché sei cattolica, non puoi pensare / che il tuo male
è tutto il male: colpa di ogni male. / Sprofonda in questo tuo bel
mare, libera il mondo."
(*) Si tratta di una risposta
di Moravia a Italo Calvino che, in un articolo (pubblicato dal Corriere
della Sera) aveva affermato che il film postumo di Pasolini non aveva avuto
buon esito a causa di "poca chiarezza di posizione [...] perché
Pasolini non si è reso conto che qualsiasi denunzia – o, come diceva
lo stesso Pasolini, qualsiasi processo – richiede anzitutto che non si
additino gli altri, ma se stessi". [Pasolini non l'avrebbe fatto poiché
non avrebbe avuto il coraggio di] "parlare del tema fondamentale del suo
dramma: la parte che aveva preso il denaro nella sua vita da quando era
diventato un cineasta di successo". [ndr.]
Traduzione di Angela Molteni
da Pier Paolo Pasolini, "... Avec les armes de la poésie...",
volume realizzato da Laura Betti, Giorgio Corapi, Elio Pecora in occasione
di una manifestazione culturale tenutasi a Parigi dal 1° ottobre al
31 dicembre 1984 e pubblicato dall'Associazione "Fondo Pasolini", Roma
1984. La versione originale (in italiano) della poesia citata da Alberto
Moravia è in Pier Paolo Pasolini, Bestemmia. Tutte le
poesie, vol. I, Garzanti, Milano 1993.
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