Salò o le
centoventi
giornate di Sodoma
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di Giovanni Grazzini.
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Rileggendo in questi giorni
L'Innocente
di D'Annunzio, vi trovo un pensiero che sono tentato di applicare al Salò
di Pasolini: "Ahimè, quante volte noi crediamo sentire la verità
in una voce che mentisce! Nulla ci può difendere dall'inganno".
Penso alla verità
dell'arte, ma anche alla trappola in cui può essere caduto il povero
Pasolini e che può contenere, o non contenere, il film: così
ambiguo, così sconcertante a chi non sappia troppo giocare con le
parole, e apportatore per tutti di malessere profondo, sembrandomi il suo
ultimo modo di usare l'immagine del male per condannarlo.
Mi chiedo se la ricerca
della verità, che egli indubbiamente perseguiva con assillo furibondo,
non fosse ormai guidata da una fantasia così ossessionata dal turpe
da impedirgli di possedere il reale. Mi sento molto vicino a quanti, suoi
amici, oggi si adoperano perché la sua fine appaia sotto una luce
non ignobile. Dopo aver visto Salò, l'ipotesi che Pasolini
sia andato volontariamente in cerca di qualcuno che lo suicidasse in uno
scenario sentito come luogo canonico della desolazione mi sembra rafforzarsi.
Il suo film, voglio dire,
avvalora il dubbio che negli ultimi mesi Pasolini non sapesse più
guardarsi da quella forma di autodistruzione, di separazione dalla realtà,
di fuga dalla storia, che si esprime da un lato nella frenetica predicazione
di assetti sociali utopisticamente regrediti e dall'altro nell'anarchico
rifiuto dell'idea di potere, tenuto esso stesso per trionfale espressione
dell'anarchia.
Doveva esserci una dissociazione
tragica, risolta nel delirio letterario, in un Pasolini che mentre rimpiangeva
"il tempo del pane", tornando a contemplare il mondo qual è denunciava
la vocazione dei suoi protagonisti subalterni, umili e casti, a essere
con la loro passività complici delle aberrazioni dei potenti, sboccando
così in un nichilismo nel quale forse si esprime l'impotenza di
molta cultura contemporanea a reggere la difficoltà di vivere.
Perché altrimenti
Pasolini, col suo grande talento di artista, avrebbe scelto di ispirarsi,
fra mille opere e mille esempi, a pagine della storia letteraria che per
quanto possano essere interpretate come una rivolta metafisica non cessano
perciò di restare un mito repellente, un rifiuto della ragione e
dell'amore?
Pasolini sapeva bene che
l'immagine ha una concretezza sconosciuta alla parola, e che il simbolismo
del marchese De Sade, una volta portato sullo schermo, non avrebbe potuto
serbare la sua carica di scandalo intellettuale, ma prodotto un disagio
fisico e morale in cui il fascino del male sarebbe stato maggiore del suo
orrore. Se lo ha fatto, credo, è perché la nausea di sé,
complice e vittima egli stesso del consumismo del sesso, lo induceva al
più tetro "cupio dissolvi" che possa albergare in chi è costretto
ad arrendersi dinanzi alla violenza corruttrice di quel potere che Pasolini
considerava la negazione della storia e che invece è inerente alla
sua stessa nozione. Perché la storia dell'umanità è
la storia del potere, e viceversa.
Salò trasferisce
al 1944-45, nel clima della Repubblica sociale italiana, le vicende narrate
nelle Centoventi giornate di Sodoma, scritte da Sade, esattamente
centonovanta anni fa, in una cella della Bastiglia, e per la prima volta
pubblicate, non a caso da uno psichiatra, nel 1904. Il film si apre su
quattro personaggi (un'eccellenza, un presidente, un monsignore, un duca)
che firmano un regolamento, da loro redatto, nel quale si prevede il cerimoniale
delle pratiche cui si apprestano a dedicarsi. Di che cosa si tratti veniamo
a sapere ben presto: appena rastrellati fra le campagne e sottratti a famiglie
e collegi, adolescenti dei due sessi vengono raccolti in una villa, selezionati,
e costretti ad assistere e partecipare ad azioni nefande, compiute su di
sé e su di loro dai quattro signori e dalle guardie del corpo in
divisa repubblichina. Perché l'atmosfera si scaldi, tre vecchie
ruffiane d'abito e movenze eleganti (scendono scale come Wanda Osiris)
raccontano a turno, accompagnate al piano da una quarta, nel corso di tre
gironi intitolati alle manie, alla merda e al sangue, le maggiori perversità
di cui sono state testimoni e protagoniste nel corso della vita: di un
professore che si faceva masturbare dalle bambine, di un ministro che associava
il piacere al culto degli indumenti carbonizzati, di un generale che amava
mangiare escrementi, e via insanendo.
I quattro signori, secondo
il programma, ascoltano i racconti con crescente agitazione, pretendono
ogni dettaglio, e sovente li interrompono per metterne in pratica i passaggi
più scabrosi. Il film ci mostra così, senza veli, mani maschili
che afferrano i giovani ospiti, li sbottonano, li piegano alle loro voglie,
li trascinano nei cessi, coram populo li violentano, e se occorre li oltraggiano
sino alla morte. Alle ragazze innocenti si dà lezione su un manichino,
e se taluna scoppia in lacrime la festa è più eccitante.
Accade che i pranzi, serviti da giovani nude, si chiudano con brindisi
sodomitici, commentati da canzoni della grande guerra, che si celebrino
falsi matrimoni intervallati da dibattiti culturali, e che i giovani siano
costretti a comportarsi da cani. La vetta si tocca durante un banchetto
di nozze nel quale vengono servite feci umane fumanti, e tutti ne mangiano,
quando si indice un concorso per il culo più bello (primo premio,
la morte), e tre dei signori, travestiti da donna, sposano altrettanti
ragazzi.
Dopodiché bisogna
punire quanti fra i giovani hanno violato la legge che proibiva rapporti
fra sessi diversi. Una catena di delazioni porta i signori a scoprire che
molti hanno compiuto infrazioni al regolamento. Siano dunque castigati
immergendoli in un catino di sterco e sottoponendoli agli affronti più
crudi. Chi sfugge al capestro, alla fiamma e alla garrota verrà
accecato e scuoiato. Gli aguzzini assistono a turno allo spettacolo da
lontano, muniti di cannocchiale, e la vista delle perfidie è pretesto
per nuove delizie. Due danze chiudono il film: fra tre carnefici, che intrecciano
un balletto da avanspettacolo, e fra due ragazzi che affettuosamente parlano
di fidanzati. L'unica che non ha retto è la ruffiana pianista, gettatasi
dalla finestra.
Che Salò sia
fedele alle Centoventi giornate, e che quindi non si debbano attribuire
alla fantasia di Pasolini le sue infamie, importa poco. Nemmeno intimidisce
l'operazione critica che sarà compiuta, in una bella gara di intelligenze,
per affermare il valore libertario di questo catalogo di follie, con il
prevedibile elogio della bellezza dell'inferno: dato ricorrente in una
cultura che esorcizza la paura della propria sterilità celebrando
le virtù dei porcili. Tanto meno l'accusa di non saper controllare
i meccanismi moralistici indotti dalla tradizione. Ciò che sgomenta
è il ricatto di cui tutti siamo vittime dinanzi a un film sul quale
è quasi impossibile esprimere un giudizio che in qualche modo prescinda
dalla morte violenta del suo autore, e non lo correli alla provocazione,
esplicitamente cercata, di un Pasolini prigioniero del proprio ruolo in
una società che digerisce ogni scandalo.
Le sue intenzioni si conoscono.
Egli intendeva compiere una metafora delle nequizie cui conduce il potere,
quali gli sembravano esprimersi soprattutto nel rapporto sessuale sadico.
In qualsiasi potere, insisteva Pasolini, c'è qualcosa di belluino,
che porta al possesso dei corpi, usati come oggetti. I delitti nazifascisti
nei mesi di Salò ne sono l'esempio storico piu persuasivo, ma oggi
se ne ha la riprova nei crimini del consumismo. I veri anarchici sono sempre
quanti manovrano le leve di comando: la storia non esiste, odio i corpi
e gli organi sessuali, odio il sesso divenuto, da gioia e libertà
per gli umili in epoche repressive, atroce espressione di violenza in epoche
permissive. "Faccio un film perverso per protesta contro la perversione
che è ormai dappertutto".
Mi chiedo questo: se la
protesta non sia contro la perversione ma contro la vita stessa, se l'odio
di sé non spingesse Pasolini a un supplizio autopunitivo in quel
fango che a lungo era riuscito a intellettualizzare, aiutato dalle mode
letterarie, ma del quale aveva misurato (anche per il complesso di colpa
creatogli dal successo del cinema decameronico) l'irreparabile ribrezzo.
Io non sono affatto sicuro che la ruffiana la quale si getta dalla finestra
non sia il simbolo della coscienza di Pasolini. Mi sembra certo invece
che il cammino della sua ricerca espressiva, volta a stilizzare la degenerazione
in una specie di sacra rappresentazione del laido con elementi di sinistra
comicità, sia stata frenata da ingorghi personali, dalla quasi maniacale
venerazione di riti troppo vissuti o sognati per potervi ironizzare senza
straziarsi le carni.
Lasciamo perdere l'immagine
di Salò come asilo di pazzi, sebbene anche quella parentela
fra il castello svizzero del Seicento in cui Sade aveva ambientato le fiabesche
"Giornate" e la "Villa Triste" dei repubblichini confermi la sfiducia di
Pasolini nell'analisi storica. È che gli spunti sarcastici del film,
riassunti nelle barzellette idiote che i quattro signori ogni tanto si
raccontano ma anche nell'irridente invito d'una ragazza a sopportare ogni
ingiuria facendo un fioretto alla Madonna, sono annullati nello stupore
che Pasolini, sotto l'apparenza di un occhio glaciale, prova nell'esibire
le svolte del male. Il suo pessimismo giunge a inglobare le vittime, non
tutte spaurite dal satanismo dei padroni. Viene il sospetto che egli abbia
più odio per quei giovani corpi inermi, esposti dalla stupidità
dell'innocenza a ogni oltraggio, che per i loro carnefici, strumenti d'una
fatale demenza.
Mai come di fronte a Salò
si misura l'assurdo del crinale fra bello e brutto, buono e cattivo. Il
distacco di Pasolini dalla sua terrificante materia essendo intermittente,
il film ha nel contempo la sacralità d'un mistero blasfemo, narrato
come un sogno mentale di assoluta coerenza, e la bassezza del cinema osceno
che dell'accumulo di immondizie fa, a seconda della tollerabilità
dello spettatore, un elemento stilistico o un fattore di tedio umiliante.
Con molte intuizioni narrative, quali il rapporto fra la squisitezza triviale
dei racconti e la matta bestialità delle azioni, le pitture "degenerate"
di cui i mostri si circondano, l'uso di sfatte bellezze per le parti delle
ruffiane di lusso, la musica che accompagna le orge, il silenzio delle
torture finali e certe parentesi assorte, ma anche con civetterie quali
la bibliografia sadiana offertaci nei titoli di testa e strappi di gusto
quali l'attribuire a uno dei quattro carnefici una voce molto simile a
quella di Aldo Moro, il battezzare Gentile e Missiroli alcuni campioni
di sadismo, e far salutare col pugno chiuso una delle vittime.
Salò è
un film privo di gioia erotica, e per paradosso anche privo di volgarità,
ma dove la luce dell'intelligenza di Pasolini è appannata da un'ideologia
della sconfitta. Non saprei dar torto a chi, respingendo il ricatto d'una
cultura che spesso si sposa allo snobismo, si dolesse di veder affidato
a Salò il testamento di Pasolini. Il marchese De Sade si
augurava, morendo, che la sua memoria scomparisse dallo spirito degli uomini.
Forse Pasolini ha sperato che, avviato al suicidio universale, il nostro
mondo traesse dal suo film il coraggio di buttarsi. Per rinascere come?
Febbraio 1976
Da: AA.VV., Dedicato a
Pier Paolo Pasolini, Gammalibri, Milano 1976, già in Giovanni
Grazzini, Gli anni Settanta in cento film, Laterza, Bari (per
gentile concessione di Gammalibri/Kaos Edizioni, Milano)..
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