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.. | La replica. Da: König Ludwig II Sono il tuo coetaneo di Bologna, Federico, nato nel 1982, in merito alla mail su Pasolini. Spero di ribattere nel modo più parallelo possibile alla tua mail. Innanzitutto mi stupisce che un così erudito e avido lettore e conoscitore di arte e storia (del quale vuoi dare prova col tuo tono di prosa) non conosca la figura di Re Ludwig II di Wittelsbach (1845-1886), già Re di Baviera, promulgatore suo malgrado del II Reich di Germania (1871), primo cugino dell' Imperatrice Elisabetta in Wittelsbach sposata a Franz Joseph I di Asburgo. Vero e unico mecenate di Richard Wagner, ideatore dei castelli di Neuschwanstein, Linderhof, Herrenchiemsee, viene descritto da Paul Verlaine come (te lo scrivo in italiano): Lasciami dire, per cominciare, che non vedo una differenza (se non di lessico scritto) tra ricordare e sponsorizzare: chiunque abbia ideato il sito in questione su Pasolini tiene a che si perpetui la sua memoria negli anni a venire, quindi sponsorizza la sua figura, perché la ritiene degna di essere ricordata. Riguardo al fatto che a Bologna non si trovino lapidi o altro su Pasolini, lasciami dire che ritengo ben più vergognoso che in P.zza Nettuno siano ricordati solo i morti dopo l' 8 settembre 1943, come se quelli morti prima avessero combattuto per una causa diversa se non quella di morire e lottare in nome del proprio paese. Visto che ribadisci varie volte la mia (eventuale) disattenzione nell'analisi, permettimi di scriverti che io avevo tenuto a precisare che le sue eventuali e discusse devianze sessuali non influivano assolutamente sul giudizio in questione. Comunque, neanche Luchino Visconti di Modrone girava x il mondo asserendo di essere omosessuale, ma sono tutti a conoscenza della sua relazione con Helmut Berger. Scrivendo tu stesso che nessuno è in grado di emettere giudizi ultimi sugli altri, non vedo perché tu ti debba arrogare il diritto di scrivere: "facoltà mentali private ai nazifascisti e repubblichini", anche perché secondo te ne può parlare solo chi è stato contemporaneo ai fatti. Riguardo ai repubblichini, poi, nonostante io sia un grande ammiratore di figure reali (quindi siamo proprio all' opposto direi...), trovo in loro una grande fedeltà all' onor di patria e alla parola data, perché l'alleato tedesco, giusto o sbagliato che fosse esserselo scelto come alleato, venne tradito dagli italiani. Intuendo che il livore che si evince dalle tue parole abbia origine dal tuo nome, penso sia giusto parlare di quel misfatto con un'attenta e lucida analisi, senza dire che erano tutti pazzi. Ti assicuro che il fraintendimento del sillogismo aristotelico che tu riscontri in me è del tutto inesistente. P. descrive un orrore, ma è un orrore del tutto suo, inesistente, fuori da qualsiasi realtà, sia nel 1944 sia nel 2004 e il fatto di averlo ambientato a Marzabotto è molto fazioso. Se secondo lui è una critica alla società di oggi cosa c'entra Marzabotto nel 1944? Tu, sinceramente ti rivedi in una realtà così meschina e sordida come quella del film? Io assolutamente no e se si tratta di satira (come x il film di Fellini), non vedo quel riscontro nell'ambientamento spazio-temporale cosa c'entri. Ammettendo (con molta fantasia) che si tratti di una critica alla società (non di sicuro la mia, comunque...) il grande maestro cosa propone come antidoto? Mostra l' orrore che secondo lui dovrebbe essere sotto gli occhi di tutti (mah...) ma dall' alto della sua illuminazione cosa propone x evadere tutto ciò? Se tu poi pensi che io identifichi Stoker come un vampiro solo perché scrisse un libro sui vampiri, allora oltre che offendere la mia intelligenza, offendi anche la tua che eventualmente occupa del prezioso tempo (tempus fugit) nel rispondere con una persona che non merita risposta. Il pretesto (come dici tu) del fascismo in Italia mi sembra molto delicato da trattare, o no? Lo sapeva il tuo mentore che a Marzabotto i partigiani "liberatori" uccisero altri partigiani per divergenze? E' la storia del partigiano Lupo, ma ovviamente sui libri questo non si trova. Il fatto che P. fosse contemporaneo del fascismo secondo te è indice che lui compia un' analisi equidistante? Secondo me è proprio l' opposto e comunque, secondo il tuo ragionamento, i prof. di storia non avrebbero nulla da insegnarci, tanto non erano presenti agli avvenimenti.... Chiunque è libero di fare opere su qualsiasi argomento, ma non si può dire che siccome lui è celebre quella è per forza arte, perché viene criticata una realtà inesistente, che nulla ha a che vedere con "La vita è bella", nella quale si svolge una sorta di favola (non reale, ma almeno dolce, commovente ed istruttiva). Sempre disponibile, scrivimi pure. * * *
La risposta alla replica di Federico Veneziano. Dalla curatrice del sito: Angela Molteni - 4 gennaio 2005 Al re Ludwig II di
Baviera in soggiorno temporaneo in quel
di Bologna, Se non
vedete la differenza tra sponsorizzare e ricordare/divulgare,
ebbene, fornitevi di un paio di occhiali e di un buon dizionario
(oppure
fatevela spiegare da un professore - purché non insegni storia
naturalmente,
altrimenti, come per altre evenienze, potrebbe mettervi su una falsa
pista). Definite Pasolini "una
mente malata che
partorisce un film deviato come Salò pieno di
inesattezze storiche". E
dunque, per un regista "non nel pieno delle sue facoltà
mentali", voi decretate la
"imperitura maledizione" (timbro, firma e sigillo della real
casa). Sembra
un editto medievale e mi pare strano anzitutto che non vi siano
condanne al
rogo: vi limitate a una "imperitura maledizione". Mi meraviglio di voi,
sire!
Siete né carne né pesce. Neppure in questo caso siete
stato all'altezza (meglio,
bassezza) della situazione. Peccato. P.S. Ovviamente, se non vi scuserete con Daniel Agami, predisporrò i filtri opportuni nel programma di posta elettronica: eventuali vostri messaggi saranno quindi respinti. Penso proprio che Daniel farà altrettanto. * * *
LE CITAZIONI DALLA SCHEDA di Salò incorporate al messaggio: Da www.pasolini.net/cinema_salo.htm "L'ansia del consumo è un'ansia di obbedienza a un ordine non pronunciato. Ognuno in Italia sente l'ansia, degradante, di essere uguale agli altri nel consumare, nell'essere felice, nell'essere libero: perché questo è l'ordine che egli inconsciamente ha ricevuto, e a cui deve obbedire, a patto di sentirsi 'diverso'. Mai la diversità stata una colpa così spaventosa come in questo periodo di tolleranza. L'uguaglianza non è stata infatti conquistata, ma è una falsa uguaglianza ricevuta in regalo." [P.P. Pasolini] ------------------- "Salò o le centoventi giornate di Sodoma una sorta di saggio critico per immagini. Tema del saggio, nel quale il romanzo postumo di Sade viene assunto come provocazione intellettuale, è la mentalità concentrazionaria nazifascista, istigatrice di violenza. Ma i suoi temi sono anche la trasgressione e la morte. [...] Sade mette in bocca ai propri personaggi discorsi di incontinente verbosità e narrazioni di una programmatica astrattezza. Ebbene, tanto spreco di parole e discorsi ha un fine preciso: ridurre l'azione romanzesca a rito e a emblema. In Salò, ritualismo e emblematicità sadiani filtrano interi. I personaggi di Les 120 journées de Sodome interpretano, sulla pagina scritta, le proprie azioni al modo degli attori, non coincidendo mai con esse. Si verifica così un calcolato scollamento fra ciò che dicono e ciò che fanno. Pasolini punta deliberatamente a questo scollamento, a questa 'estraneazione teatrale', di cui Brecht è stato il teorico. [...] Salò, film 'brechtiano', film 'critico', film ritualistico, si apre con immagini di campagna padana: i nazifascisti vi compiono razzia di giovani. [...] la cerimonia avrà inizio una volta che la razzia è accuratamente ultimata. [...] Il potere è anarchia, dice Pasolini: il potere vuole abolire la storia e sopraffare la natura. Storia e natura possono essere abolite e sopraffatte attraverso il sesso. La cronaca dei fatti umani suggerisce che durante la repubblica di Salò, col dominio dei nazisti, una tale sopraffazione, radicale e totale, avrebbe potuto compiersi. Ecco, quindi, nel film sotto il suggerimento di Sade, rendersi esplicita la metafora di quella apocalisse". [Enzo Siciliano (Vita di Pasolini, Giunti 1995)] ------------------- "Salò è di certo un film estremo, che risponde alla sfida della Tolleranza rappresentando tutto ciò che viene rimosso dall'immagine che la società dà di sé: la violenza e la perversione, reintegrate al finto candore televisivo di cui la nuova classe politica si fa scudo per imporre i suoi dettami, non possono che provocare indignazione e scandalo. Il film fu girato con difficoltà, tra le frequenti ribellioni degli attori, che cercavano di rifiutarsi di eseguire i gesti osceni e di pronunciare le battute in maniera così cruda ed esplicita come li aveva immaginati il regista. Ma Pasolini, durante la lavorazione, non ha mai smussato alcuna di queste punte, e ha cercato di rappresentare consapevolmente 'il cuore della violenza' con una freddezza e una lucidità espressive quasi maniacali: 'Se uno deve cadere a terra morto, glielo faccio ripetere mille volte finché sembra proprio un corpo che cade morto. Insomma, un punto di perfezione formale che mi serve per chiudere in una specie di involucro le cose terribili di De Sade, del fascismo'. Pasolini non fece in tempo a vedere, completo di montaggio, il suo film sul Potere. Quando Salò o le centoventi giornate di Sodoma fu proiettato in anteprima al Festival di Parigi, il 22 novembre del 1975, il regista era già morto da tre settimane. Molti hanno interpretato la sua morte per assassinio come una sorta di 'suicidio per procura', un gesto volutamente provocato da un uomo stanco di vivere, che cercava il pericolo e l'autoannullamento. Altri, rifacendosi alla violenta escalation della sua polemica politica degli ultimi mesi (era giunto a sostenere che occorreva una nuova Norimberga per la Dc), hanno adombrato il sospetto di una morte 'non casuale', senza credere all'autonomia della colpevolezza di Giuseppe Pelosi, il ladruncolo minorenne che lo aveva ucciso. Ciò che è certo, è che Pasolini, pur mettendo in conto la sua morte, non aveva alcuna intenzione di fermarsi. Che Salò potesse essere soggetto a traversie giudiziarie che vanno dall'imputazione per oscenità a quella di corruzione di minori, durate a fasi alterne fino al 1978, era prevedibile; e che le reazioni nell'opinione pubblica non avrebbero potuto essere di tacitante indifferenza, era l'aperta ambizione del regista: 'Questo film va talmente al di là dei limiti, che ciò che dicono sempre di me dovranno poi esprimerlo in altri termini. È un nuovo scatto. Un nuovo regista. Pronto per un mondo moderno', aveva detto Pasolini in una delle sue ultime interviste. Si preparava dunque, Pasolini, a dare battaglia all'indifferenza, a turbare l'inquietante 'sdrammatizzazione' operata dal Potere, in quel mondo oltre la fine del mondo dipinto con Salò?" [Serafino Murri, Pier Paolo Pasolini, Il Castoro 1995]. a Pier Paolo Pasolini su Salò |