"Pagine corsare"
Salò o le centoventi giornate di Sodoma

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La replica.
Da: König Ludwig II
- 17 novembre 2004

Sono il tuo coetaneo di Bologna, Federico, nato nel 1982, in merito alla mail su Pasolini. Spero di ribattere nel modo più parallelo possibile alla tua mail.  

Innanzitutto mi stupisce che un così erudito e avido lettore e conoscitore di arte e storia (del quale vuoi dare prova col tuo tono di prosa) non conosca la figura di Re Ludwig II di Wittelsbach (1845-1886), già Re di Baviera, promulgatore suo malgrado del II Reich di Germania (1871), primo cugino dell' Imperatrice Elisabetta in Wittelsbach sposata a Franz Joseph I di Asburgo. Vero e unico mecenate di Richard Wagner, ideatore dei castelli di Neuschwanstein, Linderhof, Herrenchiemsee, viene descritto da Paul Verlaine come (te lo scrivo in italiano): "Re, solo vero re di questo secolo, salve | o Sire che voleste morire vendicando |  dalle cose politiche e dall' invadente | delirio della Scienza la vostra ragione, | di questa scienza che uccide l' Orazione, | assassina del Canto e dell' Arte e della Lira, | e uccideste morendo, pieno di orgoglio in fiore, | nettamente, salve, Re! bravo, Sire! |  Un poeta, un soldato, il solo re d' un secolo | nel quale i re sono figure così scialbe, | martire di Ragione secondo la Fede.Salve alla vostra unica apoteosi, e l' anima  | vostra abbia un fiero corteo, d' oro e di ferro, al suono | magnifico e gioioso d'un'aria di Wagner".  
 

Lasciami dire, per cominciare, che non vedo una differenza (se non di lessico scritto) tra ricordare e sponsorizzare: chiunque abbia ideato il sito in questione su Pasolini tiene a che si perpetui la sua memoria negli anni a venire, quindi sponsorizza la sua figura, perché la ritiene degna di essere ricordata.
 
Riguardo al fatto che a Bologna non si trovino lapidi o altro su Pasolini, lasciami dire che ritengo ben più vergognoso che in P.zza Nettuno siano ricordati solo i morti dopo l' 8 settembre 1943, come se quelli morti prima avessero combattuto per una causa diversa se non quella di morire e lottare in nome del proprio paese.
 
Visto che ribadisci varie volte la mia (eventuale) disattenzione nell'analisi, permettimi di scriverti che io avevo tenuto a precisare che le sue eventuali e discusse devianze sessuali non influivano assolutamente sul giudizio in questione. Comunque, neanche Luchino Visconti di Modrone girava x il mondo asserendo di essere omosessuale, ma sono tutti a conoscenza della sua relazione con Helmut Berger.
 
Scrivendo tu stesso che nessuno è in grado di emettere giudizi ultimi sugli altri, non vedo perché tu ti debba arrogare il diritto di scrivere: "facoltà mentali private ai nazifascisti e repubblichini", anche perché secondo te ne può parlare solo chi è stato contemporaneo ai fatti. Riguardo ai repubblichini, poi, nonostante io sia un grande ammiratore di figure reali (quindi siamo proprio all' opposto direi...), trovo in loro una grande fedeltà all' onor di patria e alla parola data, perché l'alleato tedesco, giusto o sbagliato che fosse esserselo scelto come alleato, venne tradito dagli italiani. Intuendo che il livore che si evince dalle tue parole abbia origine dal tuo nome, penso sia giusto parlare di quel misfatto con un'attenta e lucida analisi, senza dire che erano tutti pazzi.
 
Ti assicuro che il fraintendimento del sillogismo aristotelico che tu riscontri in me è del tutto inesistente. P. descrive un orrore, ma è un orrore del tutto suo, inesistente, fuori da qualsiasi realtà, sia nel 1944 sia nel 2004 e il fatto di averlo ambientato a Marzabotto è molto fazioso. Se secondo lui è una critica alla società di oggi cosa c'entra Marzabotto nel 1944? Tu, sinceramente ti rivedi in una realtà così meschina e sordida come quella del film? Io assolutamente no e se si tratta di satira (come x il film di Fellini), non vedo quel riscontro nell'ambientamento spazio-temporale cosa c'entri. Ammettendo (con molta fantasia) che si tratti di una critica alla società (non di sicuro la mia, comunque...) il grande maestro cosa propone come antidoto? Mostra l' orrore che secondo lui dovrebbe essere sotto gli occhi di tutti (mah...) ma dall' alto della sua illuminazione cosa propone x evadere tutto ciò? Se tu poi pensi che io identifichi Stoker come un vampiro solo perché scrisse un libro sui vampiri, allora oltre che offendere la mia intelligenza, offendi anche la tua che eventualmente occupa del prezioso tempo (tempus fugit) nel rispondere con una persona che non merita risposta. 
 
Il pretesto (come dici tu) del fascismo in Italia mi sembra molto delicato da trattare, o no? Lo sapeva il tuo mentore che a Marzabotto i partigiani "liberatori" uccisero altri partigiani per divergenze? E' la storia del partigiano Lupo, ma ovviamente sui libri questo non si trova.
 
Il fatto che P. fosse contemporaneo del fascismo secondo te è indice che lui compia un' analisi equidistante? Secondo me è proprio l' opposto e comunque, secondo il tuo ragionamento, i prof. di storia non avrebbero nulla da insegnarci, tanto non erano presenti agli avvenimenti....
 
Chiunque è libero di fare opere su qualsiasi argomento, ma non si può dire che siccome lui è celebre quella è per forza arte, perché viene criticata una realtà inesistente, che nulla ha a che vedere con "La vita è bella", nella quale si svolge una sorta di favola (non reale, ma almeno dolce, commovente ed istruttiva). 
   
Sempre disponibile, scrivimi pure.  Con ringraziamento e cordialità.



Elementi incorporati nella e-mail sopra riportata, oltre alla firma:





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La risposta alla replica di Federico Veneziano.

Dalla curatrice del sito: Angela Molteni - 4 gennaio 2005

Al re Ludwig II di Baviera in soggiorno temporaneo in quel di Bologna,
 
Daniel Agami ha risposto al primo messaggio che mi avevate indirizzato spiegandovi con molta, troppa cortesia perché, rivolgendosi a voi, utilizzava la seconda persona singolare anziché il lei. Io rispondo alla vostra e-mail (indirizzata a  Daniel Agami lo scorso novembre) utilizzando l'orribile voi senza darvene precisa spiegazione poiché spero ne comprendiate il senso e l'ironia. E se non comprenderete né l'uno né l'altra, che dire?, peggio per voi.  
 
- Pagine corsare. Il sito non sponsorizza affatto la figura e l'opera di Pier Paolo Pasolini; manca un elemento fondamentale che renda tale una sponsorizzazione: il finanziamento con intenti pubblicitari. Quindi, che il sito dedicato a Pasolini sia sponsorizzato non ve lo lascio dire poiché è falso o nel migliore dei casi, lessico o non lessico, si tratta di una definizione assolutamente impropria. Sarebbe troppo chiedervi di leggere la brevissima introduzione che appare sulla copertina del sito? 

Se non vedete la differenza tra sponsorizzare e ricordare/divulgare, ebbene, fornitevi di un paio di occhiali e di un buon dizionario (oppure fatevela spiegare da un professore - purché non insegni storia naturalmente, altrimenti, come per altre evenienze, potrebbe mettervi su una falsa pista).

Gli stessi accessori potranno esservi utili, sire, per non confondere ironia con livore.

E alla fine, decidetevi una buona volta: siete il re di Baviera o siete cittadino italiano? Non sono io che ho stabilito che siate un monarca in soggiorno temporaneo a Bologna, siete voi - ahimè - che vi firmate König Ludwig II. 
Sugli intenti di chi ha ideato il sito, poi, non è il caso ve li inventiate: vi invito ancora a leggere, per esempio http://www.pasolini.net/curatori.htm.
 
Quella sopra chiarita, che parrebbe soltanto una questione formale, diviene sostanziale per mettere in luce la vostra assoluta superficialità. Voi siete una persona - forse proprio a causa della presunta identità regale che vi siete malamente e proditoriamente autoassegnata - che si ferma all'esteriorità delle cose, che non ama comprendere concetti, avvenimenti, circostanze, persone. E tanto meno ama approfondire. Si pretenderebbe quanto meno una maggior prudenza nello sputare sentenze, non credete? No, non lo credete: troppo faticoso per un monarca, lo capisco anche se non lo giustifico.
 
- Fascismo & razzismo. Neppure un sovrano, invece, si sarebbe permesso una qualsiasi insinuazione di carattere turpemente razzistico come quella accennata nel riferimento che voi fate all'origine del nome di Daniel Agami, collaboratore di "Pagine corsare". Anzi, neppure una qualsiasi meretrice di Calcutta (sia detto senza offesa né pregiudizio alcuno per la predetta brava donna) avrebbe espresso un'intuizione di quel tipo: con pochissime, insinuanti parole avete rivelato la vostra vera natura, che non è neppure quella di un re (che già sarebbe assai sgradevole) - anche se vi fate chiamare tale - e neppure quella di un suo stalliere (che in fondo, se non proviene dall'onorata società, è pur sempre un onesto lavoratore). Questa è proprio la cartina di tornasole, un'infamia che rivela marciume purulento nei meandri della vostra materia grigia. Un marciume che, insieme all'orrore che suscita, fu la caratteristica peculiare propria del fascismo (quello della prima ora e ancor più - se possibile - quello dei repubblichini), che nel vostro messaggio tentate in qualche modo di accreditare. Un marciume con il quale vi siete qualificato come persona ignobile e di scarsissimo spessore intellettuale, morale e umano. Nel vostro stesso interesse, penso, non mancherete di scusarvi con Daniel Agami.
 
Voi, da fascista - e, peggio, da fascista superficiale quale siete - riuscite a ricordare le faide interne alle brigate partigiane, che pure vi furono (come vi sono state e vi sono in qualsiasi movimento di liberazione e perfino negli eserciti cosiddetti regolari: vedi la Spagna del '36 o l'attuale situazione irachena) -, e definite fazioso richiamarsi alle centinaia di orribili stragi compiute in Italia, a sangue freddo, dai fascisti e dai loro alleati, per pura ritorsione, contro popolazioni civili come quella di Marzabotto? E non vi vergognate? Poiché non vi è limite all'indecenza, mi pare ovvio che non proviate vergogna, per due precisi motivi: perché i sovrani al massimo si suicidano ma non possono provare vergogna, il loro livello di sensibilità e la loro disonestà intellettuale non glielo consente: possono tutt'al più trovare una via di mezzo e fuggire a gambe levate dal loro paese per salvare la ghirba. Quest'ultima è una decisione adottata, per la verità, anche dai dittatori (non di sangue blu) di molti Paesi del mondo, Italia compresa.

Il secondo motivo è, ancora una volta, la vostra inverosimile capacità di rimanere alla superficie dei problemi; come se non ammetteste di avere accumulato spazzatura sotto il tappeto del vostro nobile salotto; pur avendola messa voi stesso, continuereste impunemente a sostenere che sotto il tappeto non c'è proprio niente, meno che mai spazzatura. 
 
Voi, da fascista - e da lettore pressoché approssimativo quale siete - non sapevate naturalmente che Pasolini stesso  perse il fratello Guido, partigiano assassinato da altri partigiani (www.pasolini.net/vita02.htm)? E leggete una buona volta, sire: pur continuando a non comprendere l'essenza delle cose nonché i messaggi pasoliniani contenuti nel suo film che ha aperto questa discussione, avrete perlomeno ricchezza di argomenti da manipolare a vostro piacimento e da utilizzare per una possibile, miserabile propaganda.
 
Voi, da fascista - e da superficiale quale siete - parlate con toni retorici che suonano ampiamente stonati di grande fedeltà all'amor di patria e alla parola data per giustificare maldestramente la continuazione dell'alleanza dei fascisti nostrani con l'esercito tedesco. Non vi passa neppur vagamente per la testa che di una fedeltà di tal fatta si siano fregiati e si fregino tuttora i peggiori delinquenti della criminalità organizzata, i quali stringono patti di sangue impostati proprio sulla fedeltà e sulla parola data. La logica è la stessa. I repubblichini fecero solo un ultimo, disperato tentativo di tenere in piedi un regime totalitario che aveva portato il nostro Paese allo sfacelo. Altro che ipocrita amor di patria!

Al fascismo non era stata sufficiente l'espulsione dell'Italia dalla Società delle Nazioni, non si accontentarono dell'olio di ricino, degli assassinii, delle manganellate, della repressione e dell'umiliazione dei lavoratori e dei contadini; dell'imposizione del partito unico; delle cosiddette conquiste coloniali accompagnate da torture e uccisioni; della censura e della soppressione della libertà di stampa; dell'incarcerazione degli oppositori politici; non furono sufficienti, a quelle persone che voi, sire, considerate leali e fedeli alla parola data, le leggi razziali che condussero ebrei, omosessuali, zingari a morire atrocemente nei campi di concentramento - quelli italiani e quelli dell'alleato tedesco. Leggi di cui oggi si vergognano perfino i cosiddetti ex fascisti (gentaglia, questi ultimi, vero Ludwig II?: né più né meno che traditori da disprezzare). Occorreva mandare a morire milioni di italiani in una guerra barbara, come d'altronde sono tutte le guerre. E i repubblichini continuarono l'opera: servitori di Hitler per salvare la pelle, altro che idealisti!  Leggete, leggete, re Ludwig II: in questi giorni è in libreria Il vento del nord. Storia e cronaca del fascismo dopo la Resistenza, 1945-1950 (ed. Kaos). Pier Luigi Murgia, l'autore, non parla a vanvera, né per frasi fatte né per sentito dire: cita puntualmente un mare di documentazione. Ecco, sire: ciò che a voi difetta, per evitare di rimanere imprigionato nelle sabbie mobili di una endemica superficialità, è proprio la documentazione.
 
Salò o le 120 giornate di Sodoma, di Pier Paolo Pasolini (1975). Ed eccomi all'ultimo film di Pasolini, sul quale voi avete scritto qualche mese fa (in un italiano dalla pessima sintassi) un messaggio carico di insulti indirizzati all'autore, insulti attribuibili alla vostra ormai accertata superficialità e alla condizione di non conoscenza e di incapacità a comprendere in cui versate.
 

Poiché la superbia è figlia dell'ignoranza (trattasi di detto popolare, non farò citazioni colte né finte tali. E anche un re può essere ignorante, il più delle volte, anzi, lo è per davvero) voi vi permettete di utilizzare espressioni riprovevoli che dovrebbero contrastare con il vostro status di sovrano, ancorché regnante su un popolo di "non-si-sa-chi".

Definite Pasolini "una mente malata che partorisce un film deviato come Salò pieno di inesattezze storiche". E dunque, per un regista "non nel pieno delle sue facoltà mentali", voi decretate la "imperitura maledizione" (timbro, firma e sigillo della real casa). Sembra un editto medievale e mi pare strano anzitutto che non vi siano condanne al rogo: vi limitate a una "imperitura maledizione". Mi meraviglio di voi, sire! Siete né carne né pesce. Neppure in questo caso siete stato all'altezza (meglio, bassezza) della situazione. Peccato.

La risposta di Daniel Agami è stata impeccabile e mi sento di aggiungere soltanto che in Salò Pasolini non si prefiggeva evidentemente alcuna esattezza storica, poiché non si trattava di un film storico: solo la vostra inguaribile superficialità o la vostra immaginazione ve l'ha fatto ritenere tale; e che mai come in questo film Pasolini ha dimostrato una mente assolutamente lucida alla quale vostra altezza né ora né mai riuscirà ad avvicinarsi.
 
In allegato, re Ludwig II di Baviera in soggiorno temporaneo in quel di Bologna, troverete due interviste a Pasolini (1975). Illuminanti. Andate anche alla pagina www.pasolini.net/cinema_salo.htm o almeno leggetevi le tre citazioni sotto riportate. Infine, se masticate un po' di inglese, cosa di cui tuttavia dubito fortemente, leggetevi il resoconto di una conferenza su Salò ospitata nel 2002 dall'Institute of Contemporary Arts di Londra http://www.bfi.org.uk/features/salo/index.html. Oh, insomma, dovrete leggere e ancora leggere. E vi invito a non sbuffare, un atteggiamento inelegante, inammissibile per un monarca.
 
Resto a vostra disposizione, ma fino a un certo punto (e solo perché, da inguaribile ottimista, credo che in ciascuno di noi sia presente almeno una scintilla di umanità): non abusate quindi della pazienza che fin qui mi sono sforzata di esercitare. Vi saluto, sire, ma senza alcuna riverenza né particolare ossequio per un regnante autonominatosi, con tanto di corona. Avevo conosciuto un altro regnante. Lui però era imperatore. Portava la feluca e stava a Villa Fiorita, vicino Milano.  


P.S. Ovviamente, se non vi scuserete con Daniel Agami, predisporrò i filtri opportuni nel programma di posta elettronica: eventuali vostri messaggi saranno quindi respinti. Penso proprio che Daniel farà altrettanto.

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LE CITAZIONI DALLA SCHEDA di Salò incorporate al messaggio:
Da www.pasolini.net/cinema_salo.htm
 
"L'ansia del consumo è un'ansia di obbedienza a un ordine non pronunciato. Ognuno in Italia sente l'ansia, degradante, di essere uguale agli altri nel consumare, nell'essere felice, nell'essere libero: perché questo è l'ordine che egli inconsciamente ha ricevuto, e a cui deve obbedire, a patto di sentirsi 'diverso'. Mai la diversità stata una colpa così spaventosa come in questo periodo di tolleranza. L'uguaglianza non è stata infatti conquistata, ma è una falsa uguaglianza ricevuta in regalo." [P.P. Pasolini]
 
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"Salò o le centoventi giornate di Sodoma una sorta di saggio critico per immagini. Tema del saggio, nel quale il romanzo postumo di Sade viene assunto come provocazione intellettuale, è la mentalità concentrazionaria nazifascista, istigatrice di violenza. Ma i suoi temi sono anche la trasgressione e la morte. [...] Sade mette in bocca ai propri personaggi discorsi di incontinente verbosità e narrazioni di una programmatica astrattezza. Ebbene, tanto spreco di parole e discorsi ha un fine preciso: ridurre l'azione romanzesca a rito e a emblema. 
In Salò, ritualismo e emblematicità sadiani filtrano interi. I personaggi di Les 120 journées de Sodome interpretano, sulla pagina scritta, le proprie azioni al modo degli attori, non coincidendo mai con esse. Si verifica così un calcolato scollamento fra ciò che dicono e ciò che fanno. Pasolini punta deliberatamente a questo scollamento, a questa 'estraneazione teatrale', di cui Brecht è stato il teorico.  [...] Salò, film 'brechtiano', film 'critico', film ritualistico, si apre con immagini di campagna padana: i nazifascisti vi compiono razzia di giovani. [...] la cerimonia avrà inizio una volta che la razzia è accuratamente ultimata. [...] Il potere è anarchia, dice Pasolini: il potere vuole abolire la storia e sopraffare la natura. Storia e natura possono essere abolite e sopraffatte attraverso il sesso. 
La cronaca dei fatti umani suggerisce che durante la repubblica di Salò, col dominio dei nazisti, una tale sopraffazione, radicale e totale, avrebbe potuto compiersi. Ecco, quindi, nel film sotto il suggerimento di Sade, rendersi esplicita la metafora di quella apocalisse". [Enzo Siciliano (Vita di Pasolini, Giunti 1995)]
 
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"Salò è di certo un film estremo, che risponde alla sfida della Tolleranza rappresentando tutto ciò che viene rimosso dall'immagine che la società dà di sé: la violenza e la perversione, reintegrate al finto candore televisivo di cui la nuova classe politica si fa scudo per imporre i suoi dettami, non possono che provocare indignazione e scandalo. Il film fu girato con difficoltà, tra le frequenti ribellioni degli attori, che cercavano di rifiutarsi di eseguire i gesti osceni e di pronunciare le battute in maniera così cruda ed esplicita come li aveva immaginati il regista. Ma Pasolini, durante la lavorazione, non ha mai smussato alcuna di queste punte, e ha cercato di rappresentare consapevolmente 'il cuore della violenza' con una freddezza e una lucidità espressive quasi maniacali: 'Se uno deve cadere a terra morto, glielo faccio ripetere mille volte finché sembra proprio un corpo che cade morto. Insomma, un punto di perfezione formale che mi serve per chiudere in una specie di involucro le cose terribili di De Sade, del fascismo'. 
Pasolini non fece in tempo a vedere, completo di montaggio, il suo film sul Potere. Quando Salò o le centoventi giornate di Sodoma fu proiettato in anteprima al Festival di Parigi, il 22 novembre del 1975, il regista era già morto da tre settimane. Molti hanno interpretato la sua morte per assassinio come una sorta di 'suicidio per procura', un gesto volutamente provocato da un uomo stanco di vivere, che cercava il pericolo e l'autoannullamento. Altri, rifacendosi alla violenta escalation della sua polemica politica degli ultimi mesi (era giunto a sostenere che occorreva una nuova Norimberga per la Dc), hanno adombrato il sospetto di una morte 'non casuale', senza credere all'autonomia della colpevolezza di Giuseppe Pelosi, il ladruncolo minorenne che lo aveva ucciso. Ciò che è certo, è che Pasolini, pur mettendo in conto la sua morte, non aveva alcuna intenzione di fermarsi. 
Che Salò potesse essere soggetto a traversie giudiziarie che vanno dall'imputazione per oscenità a quella di corruzione di minori, durate a fasi alterne fino al 1978, era prevedibile; e che le reazioni nell'opinione pubblica non avrebbero potuto essere di tacitante indifferenza, era l'aperta ambizione del regista: 'Questo film va talmente al di là dei limiti, che ciò che dicono sempre di me dovranno poi esprimerlo in altri termini. È un nuovo scatto. Un nuovo regista. Pronto per un mondo moderno', aveva detto Pasolini in una delle sue ultime interviste. Si preparava dunque, Pasolini, a dare battaglia all'indifferenza, a turbare l'inquietante 'sdrammatizzazione' operata dal Potere, in quel mondo oltre la fine del mondo dipinto con Salò?" [Serafino Murri, Pier Paolo Pasolini, Il Castoro 1995].


LEGGI ANCHE LE DUE INTERVISTE (1975)
a Pier Paolo Pasolini su Salò


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