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Un approfondimento su Uccellacci e uccellini (1965) di Pier Paolo Pasolini Commento di Riccardo Marra Padre e figlio, in giro per il mondo, incontrano un corvo parlante (con la voce di Francesco Leonetti) che gli fa la morale, secondo la filosofia razionale di un intellettuale marxista. Quando si stancano delle sue chiacchiere, lo mangiano. Film-saggio di stimolante originalità, il quarto film di Pier Paolo Pasolini, operetta poetica nella lingua della prosa, propone in brevi favole e in poetici aneddoti una riflessione sui problemi degli anni '60: crisi del marxismo, destino del proletariato, ruolo dell'intellettuale, approssimarsi del Terzo Mondo. Con la sua divagazione evangelico-francescana, è anche un apologo umoristico che in alcuni momenti ha l'umiltà e la densità del capolavoro. È il film più povero e più bello della sua filmografia, a detta dello stesso Pasolini. Uccellacci e Uccellini è una favola surreale-metaforica in cui risulta affascinante ricercare i significati ed i contenuti. Una favola che vede tre personaggi impegnati in un lungo tragitto in cui gli eventi, le storie, le persone e i luoghi via via incrociati, sono maschere simboliche di temi delicati e cari all'autore. Il regista volle due protagonisti presi tra la "brava gente" e scelse Totò e Ninetto Davoli per affidare loro la parte di padre e figlio impegnati nello sfrattare la povera gente dalle baracche abusive. Il loro lungo e complesso errare tra le campagne romane traccia, anche, il perimetro del film in cui i due rappresentano due facce differenti della Borghesia, l'uno impegnato spasmodicamente nel suo compito (gli sfratti), l'altro immaturo e curioso, cui piace trastullarsi con la musica e i giochi. Totò e Ninetto si trovano a metà perfetta tra i Signori (vedi l'Ingegnere creditore) e i Proletari (le famiglie senza nulla da mangiare all'infuori di un nido di rondini bollito). Al loro fianco si unisce lungo il cammino un Corvo, intellettuale di sinistra, filomarxista dall'accento romagnolo che intrattiene padre e figlio con interminabili congetture politiche. Il cammino di Totò, Ninetto e del Corvo è quello della società, società che è strutturata verticalmente in una piramide classista in cui il pesce grande mangia quello piccolo e dove ci sono uccellacci e uccellini. Il Pasolini-pensiero entra nelle "spoglie" del Corvo, è lui l'intellettuale petulante che parla, parla e parla, stufando una borghesia che non ha troppa voglia d'ascoltare. È significativa a tal proposito la frase che il pennuto dirà dopo l'ennesima ripartenza del viaggio: "Ed io che sto a parlare di chissà che cosa a uomini che vanno chissà dove". Ed è sempre il Corvo-Pasolini che racconterà la parabola di frate Ciccillo e frate Ninetto (Totò e Ninetto Davoli): il procedere del film s'interrompe per essere incalzato dalla storia di questi frati, scelti da San Francesco per "parlare" con gli uccelli ed evangelizzarli. Dopo anni d'attesa e di preghiere, Frate Ciccillo riuscirà nell'intento di portare la parola di Dio sia tra i falchi che tra i passerotti. Ma, ennesima metafora della pellicola, non riuscirà a portare l'armonia tra le due specie che, fratricide, si attaccano. La parabola di Fra Ciccillo e Fra Ninetto serve al Corvo-Pasolini per esprimere l'inefficacia della Chiesa che riesce sì a portare i suoi dettami a tutti gli uomini, ma che non è neanche capace di diffondere la pace tra questi. Il camminare incerto di Totò, Ninetto e del Corvo riprende incrociando tanti altri elementi di forza metaforica. Lungo le vie sterrate, ad esempio, scivolano improbabili segnali stradali che recitano "Istambul km 4.253" o "Cuba km 13.257". È il terzo mondo che fa sentire la sua presenza anche in sterili e ruvide sciare laziali. O ancora i funerali di Palmiro Togliatti (realizzati con una tecnica documentaristica) che servono a dettare la fine di un periodo politico. La fine del marxismo forse. Il concetto centrale del film, però, è sicuramente quello del ruolo dell'intellettuale nella società moderna di allora. Il Corvo-Pasolini è un rompiscatole. La sua voce è un sibilo fastidioso per Totò e Ninetto che hanno ben altro cui pensare. Le sue parole risultano ai due inutili e sterili. Ridondanti lamentele ed effimeri romanticismi di maniera. E cosa se ne fa la società di questi intellettuali così scomodi? Se li mangia perché: "tanto se non lo mangiamo noi se lo mangia qualcun altro". Questa è l'amara considerazione dell'intellettuale marxista Pier Paolo Pasolini che ha scritto un film sul pessimismo politico, religioso e sociale. È lui che dice: "Io vengo da lontano, il mio paese si chiama ideologia, vivo nella capitale, la città del futuro, in via Carlo Marx al numero settanta volte sette!". È lui, il Corvo, che si ritrova stecchito e bruciato tra la polvere e la terra. Uccellacci e Uccellini è forse il film più maturo del regista bolognese. La forma è quella di una lunga parabola simbolica caratterizzata dall'accelerazione delle immagini e da alcuni fermi immagine pirotecnici. La scelta di Totò fu molto criticata agli esordi per uno come Pasolini che aveva abituato il pubblico ad attori non professionisti, comparse e ragazzetti di borgata. Ma motivò la sua decisione descrivendo l'attore napoletano come il miglior personaggio possibile per quella parte: uomo buono, semplice-sempliciotto e autentico. È suggestiva la scelta di una location così surreale (campagne crude e anonime) proprio per proporre una storia surreale e metaforica. Così quel posto non ha una sua particolarità ma può racchiudere in sé qualsiasi luogo in Italia e non solo. Nota 1: musiche di Ennio
Morricone.
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