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Un approfondimento su Uccellacci e uccellini (1965) di Pier Paolo Pasolini Una recensione di Luigi M. Il titolo del film è un'allegoria della situazione messa in scena (che è poi quella della maggior parte degli umani) e, al tempo stesso, il nome ideale dell'apologo che contiene e che viene raccontato da un corvo proveniente da un paese chiamato Ideologia e figlio del signor Dubbio e della signora Coscienza. Il corvo, intellettuale di sinistra di stampo veteromarxista, si serve della storia di frate Ciccillo e frate Ninetto che, intorno al Milleduecento, furono incaricati da san Francesco in persona di parlare con gli uccelli, per addossare alla Chiesa quelle stesse colpe che già il maestro del sospetto economico aveva individuato nel corso della sua produzione, criticando, in particolare, la sua antidemocraticità, in quanto portatrice di un sogno d'amore che elude la lotta di classe, principio alla base del pensiero dell'"uomo dagli occhi azzurri", la cui venuta lo stesso santo d'Assisi vaticinerà. Queste ed altre idee vengono portate avanti dal corvo, cui dà parola la voce querula di Francesco Leonetti, fin quando non subisce quella che, sin dai lontani tempi di Socrate, è la sorte di tutte le menti scomode all'ordine costituito ("come sempre, finisce così, comincia così, si chiude così, continua così questa storia"), spesso soltanto perché sanno mettere in dubbio ciò che si crede essere certezze. La storia che fa da cornice a questa favola allegorica è quella di un padre e di un figlio che, in cammino sulle strade assolate della periferia romana, rappresentano il simbolo dell'umanità avviata verso l'ignoto ("Il cammino comincia e il viaggio è già finito", dirà il saggio corvo, mentre, prima di lui, Pasolini ci aveva proposto in didascalia il succo di un'intervista di Mao a sir Edgard Snow con le parole "Dove va l'umanità? Boh!"): passano dallo stato di uccellacci, quando bistrattano un'inquilina insolvente (che, al culmine della povertà, al marito serve nidi di rondine e ai figli fa credere che sia sempre notte fonda per non doverli sfamare), a quello di uccellini, allorché un "pesce più grosso di loro" li fa assalire da due giganteschi cagnacci. Ma, in effetti, sarebbe molto più lungo scrivere un'accurata sinossi della trama del film, che la trama stessa, tanti sono i significati, le riletture, le interpretazioni, i simboli, i nessi che essa presenta in ognuno dei singoli episodi che sono alla base del film. Tutto nella norma, trattandosi di un film di Pasolini; la novità, però, è un'altra: mai come ora lo spettacolo fila liscio come l'olio ("un triste e lieto girotondo"), trascinato dalla scherzosità e dalla giocosità con cui il celebre letterato italiano (considerato in crisi in quel periodo) tratta la materia, dai sorprendenti titoli di testa e di coda cantati da Domenico Modugno fino alla conclusione, passando attraverso l'interpretazione di un Ninetto Davoli ("innocente e furbetto") più disincantato che mai e di un Totò ("assurdo, umano, matto, dolce") che, finalmente, appena gliene è stata data l'occasione, riesce a dimostrare di essere un ottimo attore, esperto non solo di smorfie ma anche (e soprattutto) di recitazione vera e propria. E bisogna ammettere che non c'è una cosa più bella di questa, ovvero trattare argomenti difficili con la leggerezza del film comico. Il vero capolavoro di Pier Paolo Pasolini. Semplicemente perfetto. Premi:
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