La Roma di Pasolini
 

"Pagine corsare"
Un approfondimento su
Uccellacci e uccellini (1965) di Pier Paolo Pasolini

Uccellacci e uccellini, di Pier Paolo Pasolini
di Claudio Miani
http://www.cinemaindipendente.it/

Uccellacci e uccellini è senza dubbio uno dei più surreali, universali, intelligenti e poetici film italiani dello scorso secolo che, dopo Mamma Roma e Il Vangelo secondo Matteo, fa di Pier Paolo Pasolini uno dei più grandi personaggi del novecento che l'Italia ha avuto nel campo della cultura, pur con le sue mille sfaccettature e incongruenze che lo hanno seguito nel corso della carriera e della vita.

Per analizzare questo film bisogna dapprima considerare il contesto sociale in cui è stato pensato e girato: siamo alla fine degli anni '60, piena crisi del marxismo, lo spettro del capitalismo incombente, proletariato e borghesia sempre più lontani e soprattutto ormai prossimi a quel fatidico '68 che per un certo periodo sconvolse non poco la società europea, illudendo molti di poter cambiare il mondo.

In abiti di favola sociale, Pasolini disegna una cultura comunista e marxista di certo troppo rigorosa, legata con manette a schemi prefatti, ma capace, tuttavia, di trovare quel compromesso in grado di permettere agli uomini di tirare avanti, e quale migliore compromesso se non con la religione?

Ed infatti il film si delinea proprio come il panorama di una viva e continua contrapposizione delle due idee che si discostano e si fondono e poi di nuovo si discostano, dando l'impressione di un'opera incompleta e futile, come è stata giudicata da presunti dotti critici, ma che invece, analizzandola a fondo, tra le righe, risulta essere un atto di amore che Pasolini fa verso il suo credo e verso ciò che lui ritiene indispensabile per cambiare la società.

È, in sostanza, una favola surrealista che, attraverso lo snodarsi di episodi in altri episodi, dimostra quella voglia pasoliniana di esprimere questo suo idelismo con il sarcasmo, con la poesia e con l'ironia, senza quasi prendere la parte di nessuno.

Totò e Ninetto, padre e figlio, vagabondano attraverso un paesaggio surreale, periferico, "borgataro" e "campagnolo" e nel loro cammino alternano l'essere borghesi all'essere proletari, l'essere "padroni" all'essere "servi", senza sapere quale sarà il proprio destino di fronte a una società in perenne mutamento; e in questo loro cammino, in una narrazione, per l'appunto, surreale, incontrano un corvo parlante che subito si presenta: "vengo da lontano, da un paese chiamato ideologia, vivo nella capitale in via Carlo Marx al numero settanta volte sette", e non è difficile capire come il corvo sia lo specchio diegetico che riflette lo stesso Pasolini.

Un corvo come simbolo di coscienza per i due vagabondi, che comincia a parlare, parlare, parlare, per raccontare una storia risalente al 1200: Totò diventa Frate Ciccillo e insieme al giovane Frate Ninetto devono cercare, spinti da San Francesco, di convertire alla pace gli uccelli. Riescono in qualche modo separatamente a farlo con i falchi prima e con i passeri dopo, ma quando le due "classi" alate si trovano insieme i falchi riprendono a mangiare i passeri portando così alla delusione i due frati che capiscono l'ineluttabilità della vita: il più forte supera, e supererà sempre, il più debole, disegnando un mondo incapace di cambiare.

I due riprendono il loro cammino tra ricchezza e miseria, tra difficoltà e svaghi, ma la fame comincia a farsi sentire e quale migliore cibo di un corvo saputello, pedante, che non fa altro che straparlare?

Come ogni grande lavoro d'interiorità, capace di mettere a nudo i vizi inconsci dell'umanità, da qualunque parte la si analizzi, il film risultò essere un fiasco: troppo difficili da capire le allegorie, le metafore o forse troppo precoci i pensieri dell'autore per una nazione che ancora non aveva conosciuto le lotte di protesta studentesca, e poi il ritrovare Totò in una veste decisamente diversa non aiutò la causa: il pubblico abituato alla sua comicità, alle sue improvvisazioni, ai suoi film divertenti ed ironici, lo incontra, in questo lavoro, invecchiato nell'animo di un personaggio fondamentalmente drammatico, intento a fondere la propria personalità con quella del regista, affidandosi, alternativamente, l'uno all'altro e rendendo ancora più importante questa loro collaborazione e ancora di più, il film, un'opera sopra le righe.

Da citare anche l'interpretazione di Ninetto Davoli, che seppur non può essere paragonato a Totò, quanto a verve e tecnica recitativa, diviene vero e proprio personaggio, con quella sua faccia particolare, ironica, ingenua e allo stesso tempo maliziosa e furbetta, capace di integrarsi perfettamente con la mimica e la grandezza stilistica di Totò.

Siamo dinanzi, quindi, ad un film fragile, come è risultato essere fragile Pasolini, soprattutto in quel determinato periodo. Un film delicato ma nello stesso tempo forte socialmente; umano pur nel suo surrealismo e capace di fondere politica e religione utilizzando i nastri sottili della filosofia. Un film da amare o odiare senza vie di mezzo; niente grigio, ma bianco o nero, applausi o fischi, proprio come, forse, lo stesso Pasolini desiderava che fosse. 

 

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