S'infrangono sul litorale di Ponente
le illusioni di una
civiltà millenaria
che proprio qui, nel
mare di Enea, vide la luce.
Onde impetuose,
immense, incalzate da urla possenti,
scuotono il muro
sbilenco che limita l'arenile.
È un
susseguirsi infinito di mandrie impazzite
che, sospinte dal
vento,
abbandonano il mare in
un turbinio sinistro,
reso ancora più
cupo da una bassa nuvolaglia
che invade la strada e
le case.
Roma è remota,
spersa tra i suoi futili consumi.
Assente qualsiasi
altra presenza umana.
Manca poco a
Natale.
Lungo il litorale,
spazzato dal gelo,
c'è solo la furia
del mare che, a tratti,
sovrasta la diga del
porto ed invade i pontili di schiuma.
Con le barche a
tinnire nel fragore del vento.
Annotta. È
quasi ora di cena.
Ostia si estrania al
mondo, ignara,
nel chiuso dei suoi
tristi casamenti.
Il Tevere è
muto, ma tracima di bile feroce.
Il muro d'acqua che
arriva dal mare lo strozza.
L'allerta è
imponente.
Per l'Idroscalo
è un continuo alternarsi di voci.
(Ed è un richiamo
ad altre voci. Ad altre grida
di una notte dannata
che non muore).
Si esorta la gente
a sgombrare le ultime tane
che ancora resistono
agli oltraggi del tempo.
È l'amaro residuo
di un popolo antico, in rovina,
senza più storia,
senza avvenire.
L'inascoltato
poeta, da tempo, riposa lontano, a Casarsa.
Un fiore appassisce ai
margini del cippo
tra l'erba sbiadita
dalla salsedine.
Ora un buio
più fitto invade lo spiazzo.
I cani randagi
rincorrono
fantasmi di carta
sollevati dal vento.
Azzannano l'aria
nervosi, aggressivi.
Dal porto si leva
un barlume di luce,
ma è un lucore
malato, un po' frusto,
smarrito tra le nebbie
serali e gli spruzzi del mare.
Poi l'inferno si
placa e chi può torna a casa,
in attesa di un giorno
migliore. Forse.