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"Pagine
corsare"
Notizie
Enzo Baldoni, un amico
di Till Neuburg
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Nel dicembre 2004 è
stato assegnato - presso il Centro
Studi Archivio Pier Paolo Pasolini di Bologna - a Enzo Baldoni (8 ottobre
1948 - 26 agosto 2004), giornalista, il Premio Speciale Pier Paolo Pasolini.
Riportiamo qui di seguito le motivazioni.
Premio
Speciale 2004 -XV Edizione (consistente in 3000 Euro): alla memoria
di Enzo G. Baldoni, giornalista morto in Iraq.
«Si
tratta di premiare un poeta unico per l'assolutezza della sua espressività
e per l'esemplarità del suo vivere. Ma forse non si tratta neppure
di esemplarità, magari del contrario. Un poeta di questo genere
rimane dentro, segreto come una splendida malattia. E non ce ne sono tanti.»
Laura
Betti, 1981
Questa la motivazione del CdA
dell'Associazione Fondo Pier Paolo Pasolini: Il premio speciale della giuria
va alla figura di un giornalista militante "non riconciliato",
alla passione e alla disperata vitalità con cui compiva i
suoi viaggi non convenzionali e i suoi reportage alla ricerca di
una verità scomoda, sempre difficile da svelare e raccontare; nella
speranza che la confusione e la disinformazione che ancora coprono la sua
tragica fine siano presto dissolte.
Ritira
il premio la vedova di Enzo G. Baldoni,
signora Giusy Bonsignore.
Un amico di Enzo Baldoni,
Till
Neuburg, ha scritto nei giorni scorsi, a un anno di distanza dalla
tragica scomparsa di Baldoni, i brani che seguono per ricordare alcuni
aspetti della vita e della morte dell'amico.
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23 agosto 2005
Memoria collettiva
Si
sta avvicinando una data particolare [si riferisce al 26 agosto 2004,
la data dell’assassinio di Enzo Baldoni, ndr.]. Per i lutti, questo
paese ha una lunga tradizione di teatralità - e una attuale, pubblica,
più sguaiata. Provo a smentire queste usanze parlando sottovoce.
Agli amici. Di cose reali, vissute, belle.
Se la memoria collettiva
ha un senso, e' giusto ricordarlo in questo modo, dire ai suoi familiari
che i nostri pensieri non sono solo parole, ma autentici back-up che serviranno
per il resto delle nostre vite.
Il primo valore che mi torna
in mente, è quella sua continua voglia di giocare. Quando mi mostrava
una novità per il suo amato Mac, quando citava un pensiero appena
letto chi sa dove, quando raccomandava un fornitore insolito, quando parlava
di un ristorante scoperto la sera prima e quando mi sfotteva per il mio
akzento, ecco, in quei momenti di abbandono fanciullesco, sapeva veramente
farmi star bene. Come si dice nella lingua parlata, non se la tirava, non
la menava mai. Era diretto, a volte allegramente duro, come sanno fare
solo i bambini.
Un bambino alto quasi due
metri.
Anche se scherzava spesso
sulla sua statura (le "Balene" non erano certo un understatement), non
si rendeva conto che dall'alto dei suoi sguardi sorridenti, quella circostanza
avrebbe potuto sfruttarla anche etologicamente. Invece, quando una volta
l'avevo spinto a fare il regista per una serie di spot, ricordo che sul
set amava sedersi per terra - per sussurrare agli attori come voleva un
gesto, un tono, una battuta. Anche con i clienti agiva volentieri così:
raggomitolato su un divano, adagiato di traverso, gesticolando con tutto
il corpo. Credo anche nei momenti formali, dentro di sé cercasse
sempre un'amaca come quella che aveva sistemato sul suo terrazzino di casa,
sopra i tetti di Milano.
Se la metafora mi è
perdonata, anche le sue tante iniziative sull'internet erano sempre appese
tra due piante che, dalle nostre parti, rimangono esotiche e rare: l'informazione
reale e l'ironia.
Non è certo un caso
se Michele Serra, un altro serissimo giocherellone come lui, chiama "Amaca"
la sua quotidiana razione di botti mediali.
Forse il suo capolavoro
è stato il Creative Café. Mettere insieme quasi un centinaio
di creativi che ogni giorno, per qualche minuto, trovavano la voglia di
abbandonare lo stress, le sale meeting, il proprio ego, è stato
un autentico miracolo di arguzia, di tolleranza e di competenza - sia tecnica
che psicologica. Enzo sapeva tenerci d'occhio, darci spago, spronarci,
come un marpione che capisce tutto dei suoi dannati/amati pargoli sul web.
Se quel Café, tanto istruttivo e tanto divertente, continua a funzionare
in qualche modo, vuol dire che nessuno di noi ha voluto accettare che il
nostro allenatore-arbitro-giocatore- spettatore, abbia smesso di condurre
e frequentare quel giro.
Con pochi altri compagni
d'avventura, Enzo era persino riuscito a far partire (e alimentare alla
grande), una mailing list dell'Art Directors Club (purtroppo, per ben due
volte, quel tentativo è stato affossato; per rovinare un'atmosfera
tesa e bella, a volte basta il trillo monofonico, insistente, di un isolato,
unico cellulare). Ma finalmente, anche là dentro è tornato
lo stile di Enzo: ci si raccontano cose nuove, a volte toste oppure delicate,
culturali, tecniche, professionali.
Questo non è il luogo
migliore per parlare dell'Enzo copywriter di pubblicità. Il fatto
è che per lui, scrivere bene significava solo scrivere bene. Stop.
Non faceva differenza tra annunci, forum, poster, fumetti, articoli sui
giornali, blog, calendari o lettere personali. Non voleva stupire a tutti
i costi. Voleva solo essere letto. Per lui valeva in modo esemplare, la
battuta del grande Howard L. Gossage: "La gente non legge gli annunci,
la gente legge ciò che gli interessa - e qualche volta è
un annuncio".
Amava il dialogo, quello
vero. Era un gran chiacchierone, ma anche un altrettanto grande ascoltatore.
Quella sera che invitai a cena Fernanda Pivano, assieme a pochi altri amici,
c'era pure lui. Era stupito da quella ragazzaccia ultraottantenne, divertente,
informatissima, sboccata, la guardava come si guarda una bestia che hai
studiato sui libri ma che vedi la prima volta da vicino. Per un'ora buona
non apriva bocca. Gli piaceva capirla meglio, lentamente, come si fa con
i grandi vini. E la Nanda (come l'avrebbe poi chiamata lui), pian piano
lo puntava. Ovviamente, alla fine della serata si ascoltava solo Enzo.
Aveva aspettato che il focolare diventasse brace, e noi tutti a seguire
estasiati le sue fiabe vere. Cose buone e meno buone dal mondo.
Se proprio vogliamo insistere
sul suo modo di scrivere, proviamo a rileggerci uno dei suoi reportage
dai vari fronti, da quelle persone lontane, dalle giungle, dagli alberghi,
dagli avamposti di imperi del sole e di sogni dark. Se dico che nel panorama
del nostro giornalismo ufficiale, oggi non c'e' nessuna penna leggiadra
e, allo stesso tempo, all'arrabbiata come la sua, non credo di forzare
nulla.
Ma Enzo non si fermava alla
propria bravura. Sebbene ricordasse di continuo che le nostre campagne
sono "solo canzonette", voleva che i giovani creativi ce la mettessero
sempre tutta. Non accettava l'approssimazione. Proprio perché il
mito del mondo della pubblicità è coperto da un sottilissimo,
effimero strato d'oro, Enzo non voleva che quel scintillio seducesse troppa
gente. Parlava con centinaia di giovani che miravano "a entrare nella pubblicità".
A quelle insolite verifiche attitudinali, psicologiche, culturali e passionali,
dedicava molti pomeriggi - di solito di venerdì. È una pesante
ma fantastica eredità che l'ADCI farà ripartire da quest'autunno.
"I venerdi' di Enzo" non saranno solo un rito per onorare un amico, ma
anche un investimento nel futuro dei nostri mestieri..
Come accade a tutti i veri
viaggiatori, la stessa importanza che metteva in quelle sue partenze, la
trovavi poi anche nei suoi racconti.
Non erano saggi, giudizi,
teoremi. Erano riprese in diretta. Ti faceva veramente stare lì.
Pazzesco.
Quando invece lo incontravi
a casa o nel suo ufficio, c'era molto legno, tessuti caldi, disegni, un
sacco di cose fatte con le mani. La sua cucina era l'esatto opposto di
quegli orrori da showroom che piacciono tanto ai trendisti - ogni oggetto
era un richiamo alla sua vita, un ricordo. Si vantava di essere rimasto
un provinciale, figlio di una terra di contadini.
Non era un creativo made
in Italy. Era un moderno artigiano italiano, figlio del paese. Di quello
vero.
Quando nel maggio dell'anno
scorso ci siamo incontrati in un ristorante, parlando una volta tanto anche
di noi due, scoprimmo di avere parecchi dubbi in comune: non ci piacevano
i convenevoli, i riti, le smancerie mediatiche di questa nuova-vecchia
sinistra. Parlammo con occhi luccicanti di Emilio Lussu, di Danilo Dolci,
di Pasolini, di De André. Di outsider.
In sostanza, di persone
come lui.
Lui, che vedeva il bicchiere
sempre mezzo pieno. Piuttosto che rimpiangere ciò che abbiamo perso,
proviamo a ricordare le cose che ci ha dato. È sicuramente un modo
più da Enzo per superare questo venerdì.
Dai, proviamoci almeno -
anche se è dura.
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31 agosto 2005
Da Enzo a Pasolini
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Ecco la
mia risposta a un amico secondo il quale
Enzo fu ucciso perché
ritenuto dai rapitori una spia (e che tutte
le altre ipotesi sono
solo dietrologia)
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Quando si parla di fatti
come questo, la parolaccia "dietrologia" è sempre in agguato. Se
le cose non sono come i gazzettari omologati vogliono farci credere e ci
sono in ballo interessi strategici o economici molto importanti, conviene
sempre riflettere, indagare, non accontentarsi dei titoloni.
Questo per dire che nell'assassinio
di Enzo, sono un dietrologo obbligato.
Anche quando venne uccisa
Ilaria Alpi, si parlò subito di banditismo, di fuorusciti isolati.
Le storie di traffico di armi, di smaltimento illecito di rifiuti tossici,
di giganteschi giri di soldi venivano poi fuori a piccole dosi e oggi nessuno
parla più di lei. Che poi, a capo della commissione d'inchiesta
su quella morte, ci fosse l'avvocato Taormina, è un altro segnale
non proprio casuale.
Se la banda che ha rapito
Enzo non era una struttura che aveva accesso alla modernità come
la intendiamo noi, mi pongo alcune domande:
1) Il video con il suo breve
monologo, non era ripreso in modo ballerino, amatoriale; ci sono persino
delle sovra-impressioni digitali.
2) Di quella colonna di
automezzi, i rapitori non avevano colpito e prelevato degli accompagnatori
della Croce Rossa di Bagdhad, ma solo Enzo e Garheeb - in modo palesemente
mirato.
3) La mina fatta scoppiare
addosso alla loro auto, era telecomandata.
4) La fotocamera digitale
di Enzo consentiva di rivedere tutte le foto che aveva scattato e da quelle
immagini non emergeva di certo un album da spione.
5) Se avessero saputo che
tra i suoi clienti c'era la McDonald's, chi gliel'aveva riferito?
Concludo: tutto lascia pensare
che i rapitori fossero stati imboccati.
Che Enzo non fosse in Iraq
come nemico del popolo locale, era palese: una spia non si mette a condurre,
a piedi, una colonna della Croce Rossa che porta medicinali e acqua ai
ribelli e alla popolazione civile. Non era nemmeno lì come un reporter
"di sinistra" omologato. Chi ha letto i suoi racconti da Cuba, lo sa bene.
Enzo aveva il dono della
semplicità, per questo, nei suoi viaggi riusciva a incontrare persone
importanti: il 'subcomandante' Marcos, il leader Xanana Gusmao di Timor
Est, i ribelli della FARC in Colombia, la Betancourt. Andava al sodo senza
tanti giri e questa semplicità gli era spesso di aiuto. Non vedevano
in lui un interlocutore ufficiale e schierato, ma sapevano che tramite
lui, i loro segnali potevano comunque arrivare in molti posti.
Devo ricordare alcune circostanze
essenziali, forse decisive:
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Già molti mesi prima,
Enzo aveva postato delle mail dove affermava che secondo lui, l'unica forza
veramente pericolosa nell'Iraq erano gli americani. Me l'aveva confermato
anche a voce. La rete "Echelon" che cattura in tutto il mondo segnali d'ogni
tipo, non è un'invenzione di Stephen King: da qualche tempo veniamo
"monitorati" non solo dalle antenne situate nelle nazioni fondanti, ma
ora anche dalla vicinissima Svizzera. Pertanto la sua opinione era certamente
nota - non solo ai suoi amici, ma anche a qui Roma, e a Washington.
-
La "nostra" missione di pace
nell'Iraq non è altro che un contingente militare che presidia una
zona dove l'ENI intende attivare, appena possibile, un importante giacimento
petrolifero (già contrattualmente concordato). La strage di Nassiriya
di due anni fa, si era consumata a pochi metri da quella zona. Da quelle
parti, non c'era null'altro da presidiare - è una landa semideserta
alla periferia della città. A parte questo obiettivo economico di
base, con la sua politica fiancheggiatrice agli USA, il nostro governo
intende conquistarsi una fetta della futura ricostruzione del paese - a
fianco all'Inghilterra e a scapito delle imprese francesi e tedesche.
Come vedi, il nostro "impegno"
in quel paese non ha niente a che fare con la pace. Stiamo parlando di
interessi colossali. Questo solo per circoscrivere la mappa all'interno
della quale i reportages di un "freelance" italiano potevano assumere un'importanza
imprevedibile e molto forte.
-
Enzo sapeva dei massacri di
Falluya e di Najaf. Sapeva che i ribelli sciiti di Al Sadr si erano rifugiati
nella moschea della città, uno dei luoghi più sacri per i
musulmani di tutto il mondo (compresi quelli dell'Arabia Saudita, nazione
storicamente intrecciata con la politica estera degli USA; come sai, il
clan di Bin Laden era socio di Bush senior). Un posto così, gli
americani non potevano attaccarlo con i carri armati, ecco perché
si parlava di stanare i ribelli con i gas (come aveva fatto Putin a Mosca
con i Ceceni). Enzo queste cose le sapeva bene, era vicino ai fatti, parlava
con tutti, il suo assistente Garheeb (assassinato appena prima di lui)
aveva mille modi per riportargli queste cose.
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In quella città, Enzo
c'era già stato giorni prima. Era informato come pochi su cosa bolliva
in quella pentolaccia.
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Enzo doveva incontrare Al Sadr
per un'intervista (il più importante leader ribelle sciita di quella
zona). È confermato da molte fonti, che in quell'occasione, Enzo
doveva ricevere una lettera di Al Sadr destinata al Papa con la quale il
capo del Vaticano era sollecitato a intervenire presso le Nazioni Unite
e Washington per trovare un'intesa separata tra sciiti e forze occupanti.
C'erano, sostanzialmente tre forze che non vedevano di buon occhio la presenza
di Enzo: la lobby petrolifera americana, i sunniti, il nostro governo.
-
Se i rapitori di Enzo fossero
stati semplici banditi, avrebbero cercato di ricavare tanti soldi (o armi)
oppure avrebbero "ceduto" l'ostaggio ad altre forze interessate a lui.
Non sono mai cose che si risolvono in pochi giorni. Invece è stato
diramato un incalzante comunicato con una richiesta palesemente finta:
il ritiro delle nostre truppe entro 48 ore - un obiettivo irrealizzabile
e pretestuoso. Chiaramente non era un rapimento né politico né
per denaro. L'unico obbiettivo era l'immediata sparizione di Enzo (insieme
alle cose che sapeva e, forse, a quella lettera già in mani sue).
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Ora veniamo a Maurizio Scelli:
legato da sempre al Vaticano, da giovane era a capo della Unitalsi Viaggi,
la più importante azienda che organizza pellegrinaggi a Lourdes
(ma i 'suoi' malati li portava anche a Eurodisney): stiamo parlando di
affari colossali, roba da decine e decine di miliardi di lire l'anno. In
pochi anni Scelli era diventato ricchissimo - e, guarda un po' che caso,
amico di Berlusconi. Nel 2000 era tra gli organizzatori più efficienti
dei cosiddetti Papa Boys per il Giubileo. A Roma, grazie alla sua amicizia
con Camillo Ruini, Scelli giocava in casa. Così, nel 2001 tentò
a Roma di farsi eleggere deputato. La campagna se la pagò interamente
di tasca sua, ma gli andò male. Fu battuto per 5.000 voti da un
candidato diessino.
Ma intanto aveva tappezzato
Roma con manifesti, annunci e volantini - tutti col marchio di Forza Italia.
Per compensarlo, Letta e Berlusconi inventarono la carica (fino allora
inesistente) di Commissario Straordinario della Croce Rossa.
-
In un primo momento, da Roma
la missione da Baghdad a Najaf fu autorizzata da Scelli (sperava tanto
in quella lettera, che sarebbe stata, per lui, un'occasione di grande visibilità
- questa volta non solo italiana, ma addirittura mondiale). Ma, appena
dopo il rapimento di Enzo, Scelli cambiò versione: sostenne di non
aver mai autorizzato quella missione.
-
La sua promessa di "riportare
a casa i resti di Baldoni", è un'operazione che sembra inventata
da Klaus Davi. Giocare così con i sentimenti delle persone, è
tremendo. Che esattamente a pochi giorni da questa tristissima ricorrenza,
salti fuori un frammento dei resti di Enzo, non è certo un colpo
del destino. È un timing politico micidiale. Ma che Scelli disponesse
di canali privilegiati, è dimostrato dal fatto che proprio stamattina
si legge che aveva appena riportato in Italia, i documenti personali di
Enzo.
-
Il suo ruolo di star nelle vicenda
delle due Simone, gli aveva dato nel nostro paese una grande notorietà.
A marzo era scaduto il suo mandato. Evidentemente aveva mire più
alte. La sua uscita di pochi giorni fa, non è nient'altro che un'operazione
di tipo andreottiano: un avvertimento. C'è da scommettere che entro
un anno lo rivedremo a capo di qualche altro carrozzone.
Anche la damazza di regime che,
come presidente, aveva preceduto Scelli alla Croce Rossa (Maria Pia Fanfani),
era fatta della stessa pasta - un mix di grande intelligenza, cinismo,
bon ton, tutto con il tanfo della misericordia clericale.
Va anche ricordato che durante
i pochi giorni delle non-trattative per Enzo, il nostro ministro per gli
affari esteri, Frattini, veniva tenuto all'oscuro di tutto. Infatti, con
Letta e con lo stesso Berlusconi, era talmente infuriato che si lasciava
andare a pesantissime allusioni alla stampa.
È anche possibile
che Enzo sia stato ucciso da alcune teste calde locali. Ma, solo per citare
un esempio famoso, dopo l'assassinio di Kennedy (e le nostre stragi, Gladio
e Ustica), anche i più ingenui sanno benissimo che una minoranza
di fanatici - o addirittura dei singoli deviati (anche altissime cariche
militari) - possono essere manovrati senza particolari problemi.
Nell'assassinio di Dallas
c'era un'organica convergenza tra esuli cubani, mafiosi, alcuni petrolieri,
razzisti texani, sindacalisti corrotti, l'FBI di Hoover. Non c'era bisogno
che nottetempo i loro capi s'incontrassero per complottare in qualche sottoscala
- c'era una logica e quasi automatica cointeressenza a far fuori JFK. Jack
Ruby non era a libro paga dell'FBI, eppure aveva zittito Lee Harvey Oswald
per l'eternità. Che dopo poco tempo, insieme ad altri 34 testimoni,
se ne andasse anche Ruby, faceva parte dello script.
In queste cose, la differenza
tra il fare, il far fare oppure il lasciar fare, è spesso parecchio
sfumata. Esattamente come i nostri clienti che, a seconda come-quando-a
chi, formulano i loro brief, possono tranquillamente pilotare una gara.
Per tornare all'argomento:
Enzo era d'impiccio per molte persone - sia italiane che straniere.
Per "straniere" non intendo
necessariamente irachene.
Nell'anniversario dell'uccisione
di Enzo, la nostra televisione e la stampa si sono distinti per dispacci
one-liner e trafiletti da mezza colonna.
Un complotto a marcia indietro.
Le uniche persone "pubbliche"
che in questa pozzanghera si sono comportate con dignità, sono i
famigliari di Enzo.
Con le dovute proporzioni,
posso solo citare Pier Paolo Pasolini (C.d.S. 14 novembre 1974): "Io
so. Io so i nomi dei responsabili (...) Io so. Ma non ho le prove".
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Till Neuburg è nato
e ha studiato a Zurigo, ma da trent’anni vive e lavora in Italia. Fra i
nomi più noti e stimati della grafica e della pubblicità,
ha una visione estesa e approfondita di tutti gli aspetti della comunicazione
ed è docente in queste materie. È un ricercatore attento
di tutto ciò che può migliorare l’arte dell’esprimersi e
del comunicare e uno spietato critico degli insidiosi difetti che la peggiorano.
Si definisce "ex graphic designer, ex copywriter, ex regista, ex collaudatore
di moto, ex typeface designer, extracomunitario, executive producer, un
autentico ex symbol.
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Su Enzo Baldoni vedi anche:
Bloghdad
Cartoline
da Baghdad
I
Venerdì di Enzo
Enzo
Baldoni. Professione: curioso. Razza: umana
Le
Balene
L'Appello
di "Diario"
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