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Contributi dei visitatori Su Pasolini
Per prima cosa voglio premettere che parlare di Pasolini è parlare di un intellettuale che ha prodotto molto, tra cinema, poesie e libri, quindi credo sia opportuno muovere ogni critica considerando che si tratta di una personalità che ha fatto le cose in grande. La prospettiva attraverso cui voglio parlarne è un po’ simile a quella attraverso cui su questo sito si sviscera il film “Salò o le 120 giornate di Sodoma” messo a confronto con la “Grande Abbuffata”, quindi concentrandomi su alcuni temi e contenuti piuttosto che tentare di dare un giudizio su qualche elaborazione artistica. Sia perché mi preme mettere sotto critica alcune cose, sia perché ogni opera d’arte è costituita da quel dire e non dire, lanciare messaggi universali e non affrontarne nessuno in via empirica, giocando sull’estetica, per cui il filtro critico utilizzato nel mio caso potrebbe essere inopportuno. Ad esempio è difficile non rimanere suggestionati dagli scenari rurali e mediterranei della Basilicata del “Vangelo secondo Matteo”, o dagli scorci naturalisti di Roma in “Accattone”. Entrambi ammiccano evidentemente ad un paesaggio mozzafiato da conciliare con la purezza dell’animo umano. Detto questo voglio esprimere i miei dubbi e le mie perplessità contro alcune note tematiche pasoliniane. “Io sto con i poliziotti…” aveva scritto nel ‘68 su un articolo pubblicato sull’Espresso dopo gli scontri tra poliziotti e studenti a Valle Giulia, luogo simbolico dei movimenti studenteschi del formidabile decennio tra i sessanta e i settanta. Si sosteneva che tra studenti e poliziotti bisognava schierarsi con i secondi perché di estrazione popolare e quindi povera, mentre i primi erano ricchi, e per questo, al di là di quello che volevano esprimere con i loro slogan e dottrine, erano nel torto. Una ventina degli attivisti di quel movimento accerchiarono al festival di Venezia Pasolini nei pressi di una via, e gli lessero tutti insieme una poesia di Giuseppe Giusti, poeta ottocentesco, dove si parla dei tutori dell’ordine come schiavi adibiti a reprimere e la libertà degli altri. Da sempre è stato così. Insomma Pasolini non mostrò, a detta di molti che furono protagonisti del movimento di quegli anni, simpatia per gli studenti che facevano politica. Si sforzò di ammantare il movimento di una colpa segreta, di falsità, e di un suo destino fallimentare, senza neanche giustificare degnamente questa teoria, e creò quel filone di pensiero che oggi ad alcuni politici democratici e registi italiani è tanto caro, secondo cui la lotta politica degli anni sessanta settanta fu giovanilistica, ridicola, grottesca. Senza l’ombra di una teoria critica importante, beninteso, che abbia saputo capire le grandi idee che hanno caratterizzato la cattiveria sognante che ha reso protagonisti tanti giovani. Pasolini avrebbe dovuto vedere la macchina repressiva che sul finire degli anni settanta fu messa in opera proprio con la complicità di quei poliziotti figli del popolo nei confronti dei giovani di sinistra; avrebbe dovuto vedere quei figli del popolo massacrare di botte con fine di delegittimarli, tutti gli attivisti che nel 2001 erano accampati nella scuola Armando Diaz dopo che in quelle giornate folle di manifestanti avevano marciato per Genova; avrebbe dovuto vedere i figli del popolo descritti dal giornalista Fabrizio Gatti che trattavano gli immigrati nel cpa di Lampedusa schiaffeggiandoli, seviziandoli, costriingendoli a sedersi nei liquami ed a guardare a forza video porno; avrebbe dovuto vedere i figli del popolo uccidere deliberatamente per strada un giovane ragazzo, Federico Aldrovadi, ed ammazzare in carcere Stefano Cucchi. Di certo questa ultima digressione non può essere un'analisi sullo stato delle forze dell’ordine italiane, non vorrei cadere in una semplicistica volontà di potenza conto la polizia da stadio, ma comunque rende l’idea della enorme cantonata pasoliniana. Eppure Pasolini ha insistito molto sul peccato e la falsità, oltre che nell’ineluttabile fine dei movimenti di contestazione, senza però cercare il perché del loro dissipamento, opponendo un fosco e triste moralismo privo di capacità critica. Roba da far rimpiangere quelli della Scuola di Francoforte. E sì che lui, con il suo estremismo della parola, non del pensiero, lanciava pure i suoi strali contro il sistema dominante dell’epoca, dalle colonne del “Corriere della sera”, dove uscivano regolarmente i suoi “scritti corsari”: che era un po’ come fare il pirata dalla nave ammiraglia. Poi la critica al sistema consumista-edonista dominante, che omologava ogni cosa. Anche in questo caso l’impressione è che si rimane privi di qualsiasi spunto di riflessione, di perché di per come e di come uscire da ogni criticità. Roba da far rimpiangere la “Storia della sessualità” di Michel Foucault. Un merito è di avere confessato la sua omosessualità nell’Italia reazionaria di quei tempi. Da un punto di vista intellettuale il rapporto con il sottoproletariato, quello romano, credo sia discutibile. Il sottoproletariato è quella fascia sociale che è più incline ad essere affascinata dai messaggi culturali e politici emotivi di stampo reazionario, quelli televisivi di Berlusconi ad esempio. Invece di recuperare le forze attraverso una prassi di tipo gramsciano, Pasolini vedeva bellezza e riscatto nel sottoproletariato che per lui doveva rimanere incontaminato. Poi lui andava nelle borgate romane e pagava i giovani proletari romani per prestazioni sessuali. Di certo questo non c’entra nulla con il valore della sua opera e penso anche al precedente socratico e a quello del poeta Sandro Penna. Non è il caso di scadere in facili moralismi. Però credo che la prostituzione fatta nei confronti di minori sia grave. Credo che egli fu sostenitore di quel tipo di intellettualità dal vago ed astratto moralismo, in cui manca ogni tipo di razionalità, il cui la dignità è determinata dalla tecnica e dal buttare uno sguardo mesto sul mondo senza aggiungere alcun pensiero. Gli italiani vanno matti per questo modo di fare, si veda l’euforia per il vacuo Celentano. In questo modo il consenso della gente in particolarissimo modo nella cattolica Italia, monca dell’esperienza storica rivoluzionaria né empirista, è assicurato; e con tutto ciò, l’obiettivo di affermarsi come segno dell’immanenza divina è presto fatto. Per ultimo, Pasolini sosteneva che il mondo era così alla deriva che addirittura non esistevano lucciole. Invece in Calabria ce ne sono tante, e mi viene da pensare ad una frase ottimista: un esercito di lucciole fa invidia al sole.
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