
|
|
![]()
|
.. |
I contributi dei visitatori Davide Toffolo, Intervista
a Pasolini
,
"Tutto è
santo, non c'è niente di naturale nella natura. In ogni punto
dove guardi è nascosto un dio e seppure egli non c'è, ha lasciato i segni della sua presenza sacra. Quando la natura ti sembrerà naturale tutto sarà finito e inizierà qualcos'altro; ma la santità è allo stesso tempo una maledizione: accanto all'amore degli dei per gli uomini s'insinua l'odio" (Il Centauro Chirone in Medea) , Ripercorrere l’opera di un autore come Pasolini, che si mosse su vari e più livelli artistici, coinvolgendo problemi sociali, politici, morali ed estetici, e che parlò sempre tanto (forse troppo), non risparmiandosi su niente e nessuno, tentare di sintetizzare il suo pensiero e riproporlo in pillole è dissacrante. Ma questa è una società che ha conoscenza del mondo sensibile solo in pillole: si sa usare un po’ il computer, si parla un po’ l’inglese, si conosce un po’ la geografia e la storia, e si conosce quel che basta per fare il proprio lavoro. Un po’ di tutto, molto di niente. Allora
un’opera a fumetti su Pasolini non dovrebbe scandalizzarci. Davide
Toffolo coraggiosamente ce la propone; ma non è un gioco. Prende
atto dei segni più profondi lasciati da Pasolini e ne ricava, attraverso
i suoi fedeli disegni basati sulle tante foto che ci pervengono dall’autore
stesso, un piccolo diario personale, scaturito dall’incontro con questo
protagonista del Novecento.
Il primo incontro è a Versuta, dove Pasolini passò la sua infanzia. Ma è un incontro che inizia dalla fine. Il Poeta, come lo definì e lo immortalò Moravia ai suoi funerali, è lì, nel suo peggiore ritratto, morto e massacrato, la sua immagine non risparmiata dai pettegolezzi nemmeno in quelle condizioni. Toffolo è giovane, e come i giovani s’indigna facilmente. Ma qui lo sdegno è il minimo dei sentimenti possibili. Perché sono passati trent’anni e quella notte del 2 Novembre 1975 è tuttora messa in discussione, perché quell’uomo è ancora messo in discussione: lo "scandalo" della contraddizione se lo è portato dietro anche da morto. L’incontro con il sig. Pasolini avviene in Internet. Subito Davide ne rimane incuriosito e decide di conoscerlo. Sa che non è il vero Pasolini, ma la voce, al telefono, è uguale, e la suggestione basta. Così appare il sig. Pasolini. È vestito secondo la moda degli anni ’60, è il periodo romano, avanzato. Il sig. Pasolini parla della letteratura dialettale, del suo amore per il friulano. Ma subito il discorso cade sul padre. Si dice di Pasolini che sollecitato a tracciare un ritratto di se stesso parlasse soprattutto di suo padre. Dice: "Quando avevo circa tre anni è scoppiato il conflitto. Da allora c’è sempre stata una tensione antagonistica, drammatica, tragica, tra me e lui". E ancora, in un’intervista a Fieschi: "Io ho sentito l’amore per mia madre molto, molto profondamente, e tutto il mio lavoro ne è stato influenzato. Un’influenza la cui origine sta nel profondo di me stesso. Mentre tutto ciò che vi è di ideologico, volontario, attivo, pratico nelle mie azioni di scrittore dipende dalle lotte con mio padre". Il punto di partenza è nel rapporto paterno, in quel "complesso edipico" che Pasolini si trascina dietro coscientemente, e pertanto contro le leggi della teoria freudiana, fino alla morte. Poi, il sig. Pasolini mette se stesso in relazione con la paternità. In Lettere Luterane Pasolini afferma: "Per me la vita si può manifestare egregiamente nel coraggio di svelare ai nuovi figli ciò che io veramente sento verso di loro". Chi sono i "nuovi figli" di cui parla? Implicitamente nella risposta del sig. Pasolini e di Toffolo i figli sono i giovani. I giovani del suo tempo, naturalmente. Per Toffolo i giovani di ogni generazione che s’accostano alla sua opera. Gli argomenti ricadono sull’odio verso lo stato borghese e capitalistico, sul processo a Ragazzi di vita". D’altronde all’inizio dell’intervista il sig. Pasolini aveva detto, "la mia vita è la storia dei miei libri". Certo, ma aggiungerei, non solo dei suoi libri, ma dei suoi film, dei suoi viaggi, delle sue amicizie, delle sue interviste. Pasolini è totalizzante, raccoglie su di sé le somme di ogni cosa che ha fatto, perché ha saputo imprimere la sua essenza in ogni atto. Si è costruito quasi come un capolavoro della letteratura, molti dimenticarono che fosse un uomo e lo eressero a mito. Questo perché non si fermò mai un attimo. Fino alla fine ebbe qualcosa da dire. "Dio mio", verrebbe da chiedergli, "ma allora cos’ha lei all’attivo?…"Si risponde: "Io? Una disperata vitalità". La fine del primo incontro si conclude con un allegato dell’articolo uscito nel 1949 su L’Unità riguardo la sua espulsione dal PCI. Sempre nella poesia "Una disperata vitalità", Pasolini scrisse: "La morte non è / nel non poter comunicare / ma nel non poter più essere compresi". Pasolini se ne andò allora a Roma, lontano dal suo Friuli. Prima di incontrare di nuovo il sig. Pasolini, la storia è interrotta da un’altra parallela tratta da un poemetto dell’autore, Il Coccodrillo. Questo è uno scritto del 1968. Pasolini usa il termine "coccodrillo" giornalisticamente. Scrive di sé, della sua morte. Toffolo tramuta il "coccodrillo" giornalistico nell’animale e lo fa parlare in mezzo a dei giovani africani. Nel
1960 Pasolini fa il suo primo viaggio in Africa. Molti stati hanno da poco
acquistato l’indipendenza e Pasolini coglie l’occasione per partire. L’incontro
con la "culla del mondo" è folgorante. Quello che in Italia stava
scomparendo, Pier Paolo lo ritrovava in questo continente. Scrisse: "Africa!
Unica / mia alternativa…". Non è quindi solo esotismo romantico
all’insegna dei viaggi di Rimbaud, ma è qualcosa di più profondo,
è riscoperta delle origini e finalmente identificazione chiara del
rifiuto a quel mondo borghese da lui tanto odiato.
Il viaggio di Davide riprende da Bologna, terra della formazione letteraria di Pasolini. Il Liceo Galvani (che rappresenta l’incontro con Rimbaud), la Libreria Nanni, l’Università. L’incontro è in un parco. Il sig. Pasolini inizia a parlare dell’estetica dei suoi film, ispirati più alle arti figurative che a quelle cinematografiche. S’inserisce qui un’immagine vista su un dépliant anni prima: una tigre che mangia un uomo. Poi la domanda: perché la scelta di fare cinema? La risposta è sempre la stessa del tema che circonda Pasolini: la voglia di realtà, l’amore per l’assoluta assenza di filtri umani, dare la realtà per quella che è. Viene da fare la stessa accusa che viene rivolta ai fotografi che si reputano obiettivi: volendo cogliere una immagine piuttosto che un’altra il fotografo fa delle scelte. Pasolini non può dare l’idea della realtà se non per il passaggio delle filtrazioni che effettua scegliendo un’inquadratura o un’altra. Durante questo incontro il sig. Pasolini tira fuori delle tavole che sono quelle dell’episodio La terra vista dalla luna del film collettivo Le streghe (1967) quando, nella fase preparatoria mise mano ai pennelli per realizzare uno storyboard: uno studio di inquadrature e fotogrammi che anticipa i metodi di Hollywood. Finisce la seconda intervista con l’ammissione di solitudine del poeta. D’altronde è questa la pena per chi sceglie di percorrere la via della più marcata opposizione. La prossima tappa sarà Roma. Prima di Roma si vedono i giovani africani che decidono di andare ad ascoltare il coccodrillo parlante. Roma
stessa è suddivisa in più piccole tappe. La prima è
il bar di Accattone, e nessun
segno del poeta. I ragazzi di borgata non ci sono più. Al loro posto
ci stanno vecchi e albanesi, rumeni. La seconda tappa è il parco
della Caffarella, dove Pasolini girò La
ricotta. Anche lì nessun segno del poeta. Toffolo ricorda
il discorso di Orson Welles nel film citato: "Un uomo medio è
un mostro, un pericoloso delinquente, conformista, razzista, schiavista,
qualunquista". Davide fa una riflessione: "Ho voglia di guardare, di
vivere fuori dai ritmi soliti della solita grottesca battaglia per la sopravvivenza".
Questo è l’effetto di tante parole: un risveglio, una forte presa di coscienza. Davide arriva a Via dell’Idroscalo. È lì che Pasolini è stato massacrato. Le cronache giudiziarie descrivono il suo cadavere, quasi ripercorrono i versi di Pasolini: "… come un serpe ridotto a poltiglia di sangue… le guance cave sotto gli occhi abbattuti / i capelli orrendamente diradati sul cranio / le braccia dimagrite come quelle di un bambino". L’ultimo incontro con Pasolini è straziante. Il sig. Pasolini è invecchiato. Il volto è più scavato, i capelli più radi. Sappiamo come Pasolini fosse terrorizzato dall’idea di invecchiare e ovviava il tutto vestendosi alla moda. È un Pasolini differente? È un Pasolini più duro, diretto. Che odia gli intellettualismi e l’omologazione dei costumi. È un Pasolini avanzato, estremo, in qualche modo disorientato, eppure lucidissimo. È un Pasolini che si rimette in gioco, che dirige un film crudele e terribile, che ribalta tutta la Trilogia della Vita per iniziarne una della Morte e tutto, a detta degli attori del film Salò o le 120 giornate di Sodoma nella maniera più delicata e innocente. La Morte è la parola chiave dell’epoca. "La morte", ci fa sapere, "è il destino ineluttabile che dà un senso alla vita". Zigaina vede nell’opera pasoliniana un preannuncio di morte, un’attuazione di quel "volontariamente martorizzato" che si realizza nell’atto finale. Zigaina parla di "un gesto che rivaluti l’opera presa nella sua totalità". Questo è l’ultimo incontro. Davide non è ancora sazio e lo cerca ancora. Riceve una e-mail che contiene un dialogo tra Pasolini e Citti alle pendici dell’Etna. Pasolini parla di due realtà: "la realtà che è nei cuori dei puri" e "la realtà che è ingiustizia". Davide si reca sull’Etna ma questa volta il sig. Pasolini non c’è. La notte fa un sogno: il corpo di Pasolini mangiato da un cane che è Pasolini stesso. Gli parla del ruolo del poeta, eterno indignato, campione della rabbia intellettuale e della furia filosofica. Gli parla del "razzismo come cancro morale dell’uomo moderno" in tutte le sue forme di odio contro il diverso, contro ciò che non rientra nella norma. La società ci rende partecipi di questo sistema difensivo della normalità. L’unica salvezza, ci fa sapere, è la disperazione. Pasolini parla nel 1975 ma è come se parlasse oggi. L’attualizzazione del suo pensiero è d’altronde il fenomeno che lo riporta più volte alla ribalta. Egli fu profeta? Panagulis in una sua poesia che lo riguardava citava Rimbaud e gli faceva domandare: "Sono nato troppo presto o troppo tardi?". Nel sogno Pasolini s’allontana lasciando a Davide le parole del corvo di Uccellacci e uccellini: "I maestri sono fatti per essere mangiati e superati". La denuncia di Pasolini-Toffolo nei confronti della realtà è grave. I figli si sono fermati, anzi, sono tornati indietro. Non hanno imparato niente, Pasolini parla ma non sa farsi capire. Torna il verso di Una disperata vitalità: "La morte è nel non poter più essere compresi". A
pag. 123 c’è una citazione di un atto compiuto da Pasolini: l’amico
Fabio Mauri gli proiettò il suo Vangelo
secondo Matteo" sul corpo. Alla fine Pasolini disse di aver provato
smarrimento e inquietudine. Questo è quello che prova Toffolo alla
fine dei suoi incontri con il sig. Pasolini.
A questo punto del fumetto c’è da citare un film di Pasolini del 1969, Medea. I sacerdoti portano un giovane su un monte, lo legano e lo fanno a pezzi offrendolo agli dei. Il sangue della vittima cosparso sulle piante e la sua carne sepolta nei campi, daranno nuova vita alle colture, garantiranno un buon raccolto. Anche Medea massacra il fratello in questo modo, poi getta i pezzi delle sue carni lungo il percorso di modo che le truppe del padre si fermino a raccoglierli dando a lei e agli Argonauti il tempo per fuggire. Così Pasolini è nudo, sdraiato davanti a Davide Toffolo, pronto al sacrificio. Davide lo fa a pezzi. Il perché ce lo spiega Pasolini: Davide ha subìto la predestinazione dei figli e paga le colpe di un padre che non vuole essere padre. Anche il coccodrillo viene ucciso. Un giovane africano si chiede perché? "Era un poeta e raccontava la vita sua e anche la nostra. Ma era troppo diverso e la paura ci ha armato la mano…". Pasolini è morto. Davide non ha viaggiato attraverso l’Italia, ma dentro se stesso. È sconvolto. A pag. 133 appare un centauro, Chirone, lo stesso di Medea. In esso molti riconoscevano un ritratto autobiografico del poeta. Rappresenta il sacro e il dissacrato in un’unica sintesi; rappresenta il saggio che sa il futuro e mette in guardia gli uomini. Davide dopo giorni di sconvolgimento e abbrutimento decide di farsi forza. Adotta persino una posizione fetale, la stessa che aveva acquisito Pasolini a pag. 71. Lì una domanda era rimasta senza risposta: "Ma mi dica lei, come può un feto vivere fra gli adulti?". La risposta Toffolo la trova in quella di Citti. Quando Pasolini gli domandò in quale realtà vivesse, egli rispose: "Io vivo nella realtà che è nel cuore dei puri, ma sono anche costretto a vivere nell’ingiustizia". L’ultimo viaggio di Toffolo è davanti al quadro di Velázquez, La fucina di Vulcano a Madrid, dove Pasolini afferma di essere. Il quadro rappresenta cinque uomini seminudi che lavorano nella fucina assieme a Vulcano, il quale è visitato da Apollo che gli annuncia il tradimento di Venere con Marte. I corpi sono plastici, i muscoli tesi. Credo che Pasolini si identificasse con Apollo, che giunge a portare verità scomode. Gli uomini non brillano come Apollo, lui solo emana una luce sacra, particolare. E Apollo è sempre il dio della Poesia. Alla domanda dell’essere nato troppo presto o troppo tardi, Panagulis rispose: "No Pier Paolo / non sei nato né presto né tardi / ma peccato che tu sia partito / mentre la verità si combatte / mentre tanti si scontrano / senza sapere perché / senza sapere dove vanno". L’opera di Toffolo non ha pretese letterarie. È un gioco serio e profondamente vissuto. Perché chiunque s’avvicini a Pasolini rimane bruciato dalla sua straziante e violenta disperata vitalità. , |
|
|