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"Pagine corsare"
Contributi dei visitatori

In N.C. nasce un Haiku di Pasolini
di Nicola Cocco

In occasione della prima edizione di PaviArtPoetry, un'intera giornata è stata dedicata alla figura di PPP. Mi permetto di inviare il mio contributo, una personale riflessione nata dagli "Haikai dei rimorsi", inseriti nell'Appendice a "L'usignolo della chiesa cattolica". Si tratta di un semplice canovaccio, che richiederebbe anche una breve parte improvvisata al pianoforte. 


Haiku di Pasolini

Scena: un tavolo, un pianoforte con metronomo, una sedia.
N.C. entra, ha il secondo tomo dell’Harrison in mano. È visibilmente nervoso. Si siede, e si rivolge direttamente al pubblico

Devo studiare… Scusate, signori, mi era stato indegnamente assegnato questo cantuccio di tempo per scrivere e dire qualcosa su Pasolini, e io qualcosa l’avrei anche scritta (mostrando dei fogli stampati)… Ma ho l’esame di Pneumo tra pochi giorni, e sì, la poesia, Pasolini, l’impegno… tutte cose molto belle… Ma devo studiare. Quindi vogliate scusarmi…

(Apre l’Harrison e comincia a ripetere sospirando)
Dunque, classificazione delle polmoniti… Polmonite acquisita in comunità, polmonite nosocomiale, ecc. ecc. Diagnosi: caratteristico riscontro radiografico di opacità… (alza il capo, riflettendo) Ecco, è proprio una opacità quella che sento frapporsi tra me e voi, quella che vedrei davanti a me se io fossi tra voi. Una opacità che sento depositarsi a granelli dalla testa allo stomaco, come una clessidra. Perché, non so come mai, ma questo trancio della mia vita sta assumendo un retrogusto diverso, amarognolo, come si dice delle cose amare che non possono non piacere.

Mi spiego. Da un po’ di tempo a questa parte avverto questo sapore strano in bocca, anomalo per i miei 22 anni, forse pericoloso: il rimorso. Che poi non è che una di quelle parole jolly che usiamo quando non riusciamo a descrivere qualcosa di veramente grande, importante. Forse troppo grande, troppo importante. Ecco, il rimorso si manifesta con un addensarsi dell’aria a mo’ di collare attorno al collo, che comincia a stringere, e a spremere, e ancora a stringere: nessun pericolo, i collari d’aria non soffocano, ma mirano a far uscire le lacrime, come estrema spremuta di te. Ecco, questa è la manifestazione del rimorso. Ma cosa esso sia, e cosa esso sia per me, questo è ciò che non so. E non lo so per un primo motivo di fondo: non trovo linguaggio adatto per esprimerlo. È inutile, è come avere un pensiero addensato in trachea che non vuole uscire, e se ne sta lì, bloccato. Lui sì che può soffocarti. 

(Si ferma un attimo; poi, come se avesse trovato un’illuminazione, riprende)
Ma forse il punto è questo: il mio è un rimorso del linguaggio: ho fatto del male al mio linguaggio, l’ho illuso facendogli credere di aver trovato il mezzo con cui far sfiatare i sedimenti più profondi… La poesia… Che poi, credevo fosse essenzialmente rabbia, forte, spigolosa, contro il conformismo, l’ingiustizia, il silenzio… A 18 anni è facile sentirsi dei “dantini” o dei “pasolinini” in lotta contro la materia oscura dell’universo. Poi, però, ti rendi conto che quella massa enorme, magmatica e cosmica che pensavi fosse la tua rabbia, non è altro che una pietra, sedimenti, appunto. E ti rendi conto che c’è di tutto, c’è tutto quello che hai sempre aborrito e snobbato: l’amore, l’introspezione,  il pessimismo esistenziale più becero e facile… E ti ritrovi a scrivere elegie, piccoli gioiellini fatui che solo qualche giorno prima, quando era incredibilmente simile a come sarai da vecchio, avresti deriso come “neocrepuscolari”, o “autoreferenziali”:

Dov’è l’onda di luce che danza più forte
Che insegua e scacci le mie ombre più profonde?
È notte. E la tua pelle non distingue più tra dentro e fuori.

Puah! Non mi è mai piaciuto il miele. Dunque, ho sbagliato tutto. I poemetti ricavati dalle pagine del libro di storia in terza liceo? Infantile e presuntuoso. I sonetti sghembi che inviavo a quella mia amica scappata a Milano, dopo aver spillato le mie palpebre ai suoi occhi? Sentimentalismo spicciolo, estetismo manierista. I tentativi di trivella dell’io spaesato nel flipper dell’attualità? Goffi e incostanti. Insomma, alla fine mi trovo ad essermi ingannato finora nella ricerca di un linguaggio poetico… E ne provo rimorso. E non cercate di scherzare sui vent’anni, su tutta la vita davanti… Voi rinuncereste a trovare il vostro linguaggio, a vent’anni, perché “tanto c’è tempo, si deve maturare…” Prima di maturare, bisogna vivere. E io ho perso la lingua con cui vivere la poesia della mia vita. Come affronto questo dramma? Qual è l’ultima  poesia “possibile” per me? Il buon Pasolini, da giovanotto, pensava che l’ultima possibilità rimasta alla poesia fosse il dialetto. Certo, c’era stato il fascismo. Ma mi ci vedete, con un filo d’erba in bocca, che declamo

T’arrecurd, uagliuncidd
a chi hei det u preim ves?
Ere l’acque du ruscidd
ca sciucheie ch’i pann spes.

No, il dialetto in cui sono stato cullato ha la dolcezza delle unghie sull’ardesia, e, poi, che dialetto conosco io, strana creatura molliccia in cui galleggiano parole della televisione e della burocrazia, l’inglese e Internet: “Anto’, add’ stann d’ove? Int’au freezer”. Freezer. No, non sarebbe piaciuto nemmeno a Pasolini.

Non so, potrei provare con degli schizzi, frammenti, magari sminuzzando le parole ne sgorga fuori qualcosa, di rosso e consistente:

Puoi fare a pezzi
il letto, il firmamento.
Non li ritorverai
i tuoi sogni.

(scuotendo il capo) no, non va, c’è una fastidiosissima difficoltà di infinito, manca la materia, manca quella che Pascoli chiamava “l’effluvio poetico delle cose”…

A proposito di effluvio! (guarda nervosamente l’orologio) È tardi! Devo studiare, cazzo… 

(si siede velocemente e riprende a ripetere)
Allora… La sintomatologia classica del quadro polmonitico comprende febbre, brividi, tosse, espettorato… All’esame obiettivo, si rilevano reperti auscultatori di crepitii e sibili, la percussione evoca un suono ottuso…
(si ferma sulla parola “suono”, e guarda più volte il pianoforte)
Suono… La musica! Magari è lei il linguaggio che cerco per sciogliere il mio rimorso. 
(si siede al piano) 
Forse è davvero così, così si spiegherebbe questo motivo che mi scivola nella mente da mesi…
Pezzo al piano

(Interrompe bruscamente. In caso di applausi, rivolgendo le spalle al pubblico) Non c’è niente da applaudire! non va! Manca il colore giusto! Perché quello che vorrei esprimere…
(Costruzione del pezzo al piano) Ecco, cominciando con il classico accordo di maggiore, che sembra descrivere una situazione normale, una giornata di sole… Poi accade qualcosa, un’opacità, una nuvola, magari… E allora cerchi di capire, prima di ristabilire la normalità, cerchi, ma non ce la farai… E allora ti inventi un altro accordo di maggiore, che finge una risoluzione, un lieto fine… Poi tutto dovrebbe venire da sé…
Pezzo al piano

Macché, niente da fare. 
(Torna al tavolo) 

“Belle parole, dignità,
i rumori spuntano nella mia stanza,
nel cuore della vecchia notte,
i brandelli delle vostre vesti.”

E se provassi con il silenzio? Versi bianchi, lisci:

(declama versi col viso e con le mani; poi scrolla il capo e riprende)
Chissà, forse non è un problema di linguaggio. Forse non trovo parole abbastanza belle. Forse il mio è un rimorso di bellezza. Sì, io ho un rimorso di bellezza.

C’è un haiku di Arakida, del 1500, particolarmente amato da Pound: probabilmente il più bell’haiku di sempre, quello definitivo ed indimenticabile:

“Il fiore caduto rivola al suo ramo:
una farfalla.”

Splendido. Questo vecchio poeta giapponese che descrive la metamorfosi dei fiori in farfalle, sconvolge ogni nostra conoscenza: basta larve, crisalidi e compagnia bella. Fiore, farfalla: è riuscito a prendere al volo la bellezza, e a fermarla in una gabbietta di cristallo per l’eternità.

È la cosa più difficile. Fermare la bellezza che ci accarezza gli occhi, di cui spesso neanche ci accorgiamo, se non quando comincia a graffiare. Molte volte non ho sentito cadere quella foglia, non sono riuscito ad acchiappare quella farfalla, e non ho fatto altro che vederla volare via. Molte volte. Forse è questo il rimorso, il continuare a seguire quella ragazza che qualche mese fa era riuscita a farti sentire il profumo della bellezza, a vedere la consistenza di seta dei suoi capelli, nella penombra del Ponte Coperto che forse già dormiva. E non fermarla. E non correre a cercarla ancora, perché la bellezza può fare paura, può farci sentire piccoli. E noi si continua con la masturbazione di tutti i giorni, incastrando il sesso tra le mani e la vita nel flipper di impegni veri e montati, spruzzandosi il sudore addosso a fine giornata per ingannarsi: ho goduto, ho vissuto. E intanto lei forse regala ancora la sua ombra al ponte, cerca un'altra ombra, magari un’altra ombra c’è già.

A vent’anni si ha il dovere di innamorarsi, di soffrire. A vent’anni non basta voler cambiare il mondo: bisogna farlo attraverso la bellezza.

Ora so perché non ti trovo:
perché non nella notte ti cerco
ti cerco e non ti trovo
nella mia insonnia.

Facile lirismo, da quattro soldi. Ma mi soccorrono questi versi sconosciuti di Pasolini, che mi hanno spiegato la mia insonnia:

“L’insonnia è un lupo, una crosta,
un’impazienza nuda nella luce elettrica,
un ospedale ove sostano
i parenti del morto.”

(Senza aggiungere altro, torna sull’Harrison)
Allora, principali agenti eziologici di polmonite acquisita in comunità… S. pneumoniae, M. pneumoniae, C. pneumoniae… Indizi eziologici in base a viaggi e altri fattori ambientali… ecc. ecc. esposizione a pipistrelli… H. capsulatum… gatte in procinto di partorire… C. burnetii… Aver dormito in un giardino di rose: Sporothrix schenkii. Certo che se ne trovano di cose nei libri di Medicina interna: rischio di polmonite per aver dormito in un giardino di rose. Ora voi, immaginate questo mostriciattolo, questo Sporothrix, che ti colpisce in maniera così subdola, magari sporgendosi da una spina, mentre tu credi che quella è la notte più bella della tua vita, sotto una coperta di petali… O magari stai semplicemente lavorando in un vivaio, con contratto a termine. Ecco, il rimorso dell’innocenza. Abbiamo tutti ricordi da Sporothrix, nella nostra rassegna di meschinità. Si comincia presto, da bambini.

“I fanciulli sono visioni atroci
di morti; dov’è la loro innocenza?
dove sono le loro seduzioni?
Hanno gli occhi pieni di cenere.”

Ed ecco che scatta l’epifania. Un rimorso classico e struggente. Avevo 16, 17 anni forse. Eravamo tutti attorno al tavolo, a mangiare pasta e tg. Nella televisione scorrevano gli stessi volti di oggi, un po’ meno tristi, un po’ meno grassi. Patrizia, la zia quasi mia coetanea, con cui avevo un rapporto fraterno (quindi giocavamo ogni giorno ad odiarci) continuava a stuzzicarmi, battutine, mi dava schiffetti in testa, mi gettava le mollichine di pane. Un po’ come quando da bambini mi avvicinava al viso un pezzo di formaggio, sapendo che ne odiavo l’odore. Non ho mai più mangiato formaggio, tanto era l’odio e lo schifo accumulato in quegli anni. Ebbene, Patrizia, dicevo, continuava ad infastidirmi. Non so perché, ma a quell’età sentivo l’obbligo di essere serio, il dovere della tristezza, perché è ingiusto non essere tristi in un mondo triste. Non è giusto mangiare in un mondo affamato. E allora, forse perché a scuola qualcosa non era andato come m’ero prefissato, cioè bene, ma sempre con un buon margine per potermi lamentare, forse perché sentivo la lontananza abissale che stavo creando attorno a me, degli amici, della famiglia, degli alberi nella villetta vicino casa… Non so, tutto questo si raggrumò in un coacervo di rabbia, questa sì pura, che dallo stomaco scivolò forte lungo il braccio destro e… Pam! (dà un violento pugno sul tavolo) Affondai le mie nocche nel bicipite di Patrizia, con una violenza inaudita per le mie braccia gracili e insignificanti. Ci fu un attimo di silenzio, anche la tipa della pubblicità delle calze in TV rimase stordita dall’accaduto. Non so cosa provasse Patrizia in quel momento, non tanto il dolore, che viene sempre dopo; magari sentiva l’ematoma crescere, sotto la maglia, in piccoli rivoli bluastri sottocutanei. So solo che lentamente la sua faccia cominciò ad accartocciarsi, rossa, e grosse lacrime presero ad accumularsi sui naselli degli occhiali, a scivolare lungo le guance calde. Un pianto silenzioso, interrotto solo da dignitose soffiate di naso, quasi regali. La mano sinistra s’era portata a comprimere la spalla offesa, ma quello era un semplice riflesso. Non era un pianto di dolore, e neanche di rabbia: erano lacrime di stupore, di vera tristezza, di chi scopre che il proprio gioco, la propria allegria, può essere spezzata così facilmente da un altro, magari da un amico. Ciò che resta è solo un livido un po’ più grande, ma anche lui si riassorbirà, in qualche giorno. Che violenza. 

E io? Che feci allora io? Nulla. Mi rintanai nel mio altezzoso accavallare le gambe, presi il giornale, ed aprii alla pagina della cultura, dove l’ennesima mostra su Caravaggio cercava inutilmente di invitarmi in chissà quale cittadella toscana. Che schifo. Come si può essere criminali a 17 anni, eh?

E oggi, che tutti hanno dimenticato quella scena, oggi che il viso di Patrizia non si accartoccia più così facilmente, che ben altre prove hanno rinforzato e protetto con il giusto strato di grasso isolante, oggi che in televisione giostrano le stesse facce di allora, con meno capelli e più rughe, oggi io vorrei fare quello che avrei dovuto fare allora, averla qui accanto a me, vorrei alzarmi (si alza, e si avvicina ad una sedia del pubblico), massaggiarle la spalla con dolcezza, magari darle un bacio in testa… Sì, le cose più normali, le cose più banali e sdolcinate, perché altrimenti non mi capirebbe… Vorrei dirle finalmente “Scusa, non so cosa m’è preso, scusa, è stata una giornata un po’ così, scusa, deve essere questa cronica, maledetta assenza di sole nelle case…”
Devo studiare. 

(Torna a sedersi; solo pochi attimi di silenzio)
È inutile, l’opacità resta. È l’aver rimandato troppe volte, perché “devo studiare” da sempre. “Nico’, andiamo a caccia di rane” “devo studiare.”; “Nico’, vieni a vedere che sole, sembra un uovo” “devo studiare.”; “Nico’, io parto, però t’aspetto, vieni a trovarmi” “devo studiare.”. È il rimorso di non riuscire ad esprimere tutto ciò, in questa lingua che non è mia, nel dissidio che si sbrana sulla mia glottide, dove si combattono le ó chiuse con le ò aperte, dove il mio nome è un marchio di fabbrica, e la dizione porta a chiamarmi con il nome di un altro: “Nicòla!”. Ma chi è “Nicòla”? Io sono Nicóla, è così che mia madre mi sgridava quando la notte non riuscivo a dormire, è così che mi hanno salutato gli amici e i nemici, il giorno del diploma, sapendo che non saremmo più stati gli stessi. Altri accenti, altre persone. 

È il fatto di sentire il dissidio dentro, avere un corpo grasso che non accetta il tuo essere magro, la tua mancanza d’appetito.

Alla fine, ogni rimorso, ogni mio rimorso, è un profondo senso di inadeguatezza, è come sentirsi sempre fuori ritmo 

(si alza, e si reca al metronomo, che fa partire, e continua a tempo, con tono cantilenante) 
rispetto alla sinfonia 
di urla e orgasmi 
che squarcia il petto 
delle notti, 
inadeguato allo sbadiglio
che ci aspetta fuori, 
ad una storia che è sempre 
più grande di noi, 
le svolte epocali
spiate al computer
gli ideali ai funerali
delle opere incompiute…
E sento inadeguata 
la mia lingua, il mio corpo, 
al brulichio che danza 
nelle viscere del mondo, 
alla sofferenza 
che tutti combattono
tutti dalla parte 
dell’innocenza, 
anche il mio camice 
macchiato di betadine 
e non di sangue, 
il sangue di cui tutti 
ci riempiamo la bocca
quasi esso avesse
l’aroma del vino
“un lago di sangue 
la notte estiva”…
Inadeguato il mio pensiero
alla libertà “sporca e sudata”
camicia sdrucita
ovvietà regalata
il giorno della cresima…
Come posso affrontare
il desiderio d’odio
per questo Paese
piccolo piccolo
come posso essere contro
la tela di inganni
in cui consumano gli anni
mio padre e mia madre
e s’affannano a fingere
sacrifici e valori
nell’era del porno-net
e di Berlusconi…
Mio padre che cerca
suo figlio su Google,
nemici che si studiano
per potersi amare
mia madre che cerca
in me un rifugio
alla crescente rassegnazione
Resto inadeguato
resto il povero
che non riconosce 
i diamanti d’amore
seminati per strada
ogni giorno, ogni giorno
le perle di saliva
sui denti di quel sorriso 
mai più cercato
mai più condiviso…
Come posso, inadeguato
nella mia pelle sottile
cercare di scalfire
la scorza del dolore
in cui si dimena 
chi nasce, non chi muore.
Come posso essere contro
come posso…
Inadeguato all’assenza
d’una voce forte
decido il silenzio
decido la morte…
Pasolini muore 
ogni volta che tacciamo
scoppia il suo cuore
ogni volta che fuggiamo
che abiuriamo alla bellezza
che evitiamo di dire “NO!”
che ci sciogliamo nella scusa
dell’inadeguatezza
ed è questo il rimorso 
che calpesta i denti
è questa la “febbre”
che “salta nelle vene”
e marcia nell’aria
alla ricerca di suoni…

(blocca il metronomo; quindi si rivolge al pubblico)
“Occhi soavi… Una pietra
è tra di noi”

Pasolini ha scritto anche degli haiku.
(Guarda l’orologio, e scrolla il capo sospirando)
È tardi. Devo studiare.

Prende il tomo dell’Harrison ed esce.
 

 


In N.C. nasce un Haiku di Pasolini, di Nicola Cocco
 

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