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Contributi dei visitatori In N.C. nasce un Haiku
di Pasolini
In occasione della prima edizione di PaviArtPoetry, un'intera giornata è stata dedicata alla figura di PPP. Mi permetto di inviare il mio contributo, una personale riflessione nata dagli "Haikai dei rimorsi", inseriti nell'Appendice a "L'usignolo della chiesa cattolica". Si tratta di un semplice canovaccio, che richiederebbe anche una breve parte improvvisata al pianoforte.
Scena: un tavolo, un pianoforte
con metronomo, una sedia.
Devo studiare… Scusate, signori, mi era stato indegnamente assegnato questo cantuccio di tempo per scrivere e dire qualcosa su Pasolini, e io qualcosa l’avrei anche scritta (mostrando dei fogli stampati)… Ma ho l’esame di Pneumo tra pochi giorni, e sì, la poesia, Pasolini, l’impegno… tutte cose molto belle… Ma devo studiare. Quindi vogliate scusarmi… (Apre l’Harrison e comincia
a ripetere sospirando)
Mi spiego. Da un po’ di tempo a questa parte avverto questo sapore strano in bocca, anomalo per i miei 22 anni, forse pericoloso: il rimorso. Che poi non è che una di quelle parole jolly che usiamo quando non riusciamo a descrivere qualcosa di veramente grande, importante. Forse troppo grande, troppo importante. Ecco, il rimorso si manifesta con un addensarsi dell’aria a mo’ di collare attorno al collo, che comincia a stringere, e a spremere, e ancora a stringere: nessun pericolo, i collari d’aria non soffocano, ma mirano a far uscire le lacrime, come estrema spremuta di te. Ecco, questa è la manifestazione del rimorso. Ma cosa esso sia, e cosa esso sia per me, questo è ciò che non so. E non lo so per un primo motivo di fondo: non trovo linguaggio adatto per esprimerlo. È inutile, è come avere un pensiero addensato in trachea che non vuole uscire, e se ne sta lì, bloccato. Lui sì che può soffocarti. (Si ferma un attimo; poi,
come se avesse trovato un’illuminazione, riprende)
Dov’è l’onda di luce
che danza più forte
Puah! Non mi è mai piaciuto il miele. Dunque, ho sbagliato tutto. I poemetti ricavati dalle pagine del libro di storia in terza liceo? Infantile e presuntuoso. I sonetti sghembi che inviavo a quella mia amica scappata a Milano, dopo aver spillato le mie palpebre ai suoi occhi? Sentimentalismo spicciolo, estetismo manierista. I tentativi di trivella dell’io spaesato nel flipper dell’attualità? Goffi e incostanti. Insomma, alla fine mi trovo ad essermi ingannato finora nella ricerca di un linguaggio poetico… E ne provo rimorso. E non cercate di scherzare sui vent’anni, su tutta la vita davanti… Voi rinuncereste a trovare il vostro linguaggio, a vent’anni, perché “tanto c’è tempo, si deve maturare…” Prima di maturare, bisogna vivere. E io ho perso la lingua con cui vivere la poesia della mia vita. Come affronto questo dramma? Qual è l’ultima poesia “possibile” per me? Il buon Pasolini, da giovanotto, pensava che l’ultima possibilità rimasta alla poesia fosse il dialetto. Certo, c’era stato il fascismo. Ma mi ci vedete, con un filo d’erba in bocca, che declamo T’arrecurd, uagliuncidd
No, il dialetto in cui sono stato cullato ha la dolcezza delle unghie sull’ardesia, e, poi, che dialetto conosco io, strana creatura molliccia in cui galleggiano parole della televisione e della burocrazia, l’inglese e Internet: “Anto’, add’ stann d’ove? Int’au freezer”. Freezer. No, non sarebbe piaciuto nemmeno a Pasolini. Non so, potrei provare con degli schizzi, frammenti, magari sminuzzando le parole ne sgorga fuori qualcosa, di rosso e consistente: Puoi fare a pezzi
(scuotendo il capo) no, non va, c’è una fastidiosissima difficoltà di infinito, manca la materia, manca quella che Pascoli chiamava “l’effluvio poetico delle cose”… A proposito di effluvio! (guarda nervosamente l’orologio) È tardi! Devo studiare, cazzo… (si siede velocemente
e riprende a ripetere)
(Interrompe bruscamente.
In caso di applausi, rivolgendo le spalle al pubblico) Non c’è
niente da applaudire! non va! Manca il colore giusto! Perché quello
che vorrei esprimere…
Macché, niente da
fare.
“Belle parole, dignità,
E se provassi con il silenzio? Versi bianchi, lisci: (declama versi col viso
e con le mani; poi scrolla il capo e riprende)
C’è un haiku di Arakida, del 1500, particolarmente amato da Pound: probabilmente il più bell’haiku di sempre, quello definitivo ed indimenticabile: “Il fiore caduto rivola al
suo ramo:
Splendido. Questo vecchio poeta giapponese che descrive la metamorfosi dei fiori in farfalle, sconvolge ogni nostra conoscenza: basta larve, crisalidi e compagnia bella. Fiore, farfalla: è riuscito a prendere al volo la bellezza, e a fermarla in una gabbietta di cristallo per l’eternità. È la cosa più difficile. Fermare la bellezza che ci accarezza gli occhi, di cui spesso neanche ci accorgiamo, se non quando comincia a graffiare. Molte volte non ho sentito cadere quella foglia, non sono riuscito ad acchiappare quella farfalla, e non ho fatto altro che vederla volare via. Molte volte. Forse è questo il rimorso, il continuare a seguire quella ragazza che qualche mese fa era riuscita a farti sentire il profumo della bellezza, a vedere la consistenza di seta dei suoi capelli, nella penombra del Ponte Coperto che forse già dormiva. E non fermarla. E non correre a cercarla ancora, perché la bellezza può fare paura, può farci sentire piccoli. E noi si continua con la masturbazione di tutti i giorni, incastrando il sesso tra le mani e la vita nel flipper di impegni veri e montati, spruzzandosi il sudore addosso a fine giornata per ingannarsi: ho goduto, ho vissuto. E intanto lei forse regala ancora la sua ombra al ponte, cerca un'altra ombra, magari un’altra ombra c’è già. A vent’anni si ha il dovere di innamorarsi, di soffrire. A vent’anni non basta voler cambiare il mondo: bisogna farlo attraverso la bellezza. Ora so perché non
ti trovo:
Facile lirismo, da quattro soldi. Ma mi soccorrono questi versi sconosciuti di Pasolini, che mi hanno spiegato la mia insonnia: “L’insonnia è un lupo,
una crosta,
(Senza aggiungere altro,
torna sull’Harrison)
“I fanciulli sono visioni
atroci
Ed ecco che scatta l’epifania. Un rimorso classico e struggente. Avevo 16, 17 anni forse. Eravamo tutti attorno al tavolo, a mangiare pasta e tg. Nella televisione scorrevano gli stessi volti di oggi, un po’ meno tristi, un po’ meno grassi. Patrizia, la zia quasi mia coetanea, con cui avevo un rapporto fraterno (quindi giocavamo ogni giorno ad odiarci) continuava a stuzzicarmi, battutine, mi dava schiffetti in testa, mi gettava le mollichine di pane. Un po’ come quando da bambini mi avvicinava al viso un pezzo di formaggio, sapendo che ne odiavo l’odore. Non ho mai più mangiato formaggio, tanto era l’odio e lo schifo accumulato in quegli anni. Ebbene, Patrizia, dicevo, continuava ad infastidirmi. Non so perché, ma a quell’età sentivo l’obbligo di essere serio, il dovere della tristezza, perché è ingiusto non essere tristi in un mondo triste. Non è giusto mangiare in un mondo affamato. E allora, forse perché a scuola qualcosa non era andato come m’ero prefissato, cioè bene, ma sempre con un buon margine per potermi lamentare, forse perché sentivo la lontananza abissale che stavo creando attorno a me, degli amici, della famiglia, degli alberi nella villetta vicino casa… Non so, tutto questo si raggrumò in un coacervo di rabbia, questa sì pura, che dallo stomaco scivolò forte lungo il braccio destro e… Pam! (dà un violento pugno sul tavolo) Affondai le mie nocche nel bicipite di Patrizia, con una violenza inaudita per le mie braccia gracili e insignificanti. Ci fu un attimo di silenzio, anche la tipa della pubblicità delle calze in TV rimase stordita dall’accaduto. Non so cosa provasse Patrizia in quel momento, non tanto il dolore, che viene sempre dopo; magari sentiva l’ematoma crescere, sotto la maglia, in piccoli rivoli bluastri sottocutanei. So solo che lentamente la sua faccia cominciò ad accartocciarsi, rossa, e grosse lacrime presero ad accumularsi sui naselli degli occhiali, a scivolare lungo le guance calde. Un pianto silenzioso, interrotto solo da dignitose soffiate di naso, quasi regali. La mano sinistra s’era portata a comprimere la spalla offesa, ma quello era un semplice riflesso. Non era un pianto di dolore, e neanche di rabbia: erano lacrime di stupore, di vera tristezza, di chi scopre che il proprio gioco, la propria allegria, può essere spezzata così facilmente da un altro, magari da un amico. Ciò che resta è solo un livido un po’ più grande, ma anche lui si riassorbirà, in qualche giorno. Che violenza. E io? Che feci allora io? Nulla. Mi rintanai nel mio altezzoso accavallare le gambe, presi il giornale, ed aprii alla pagina della cultura, dove l’ennesima mostra su Caravaggio cercava inutilmente di invitarmi in chissà quale cittadella toscana. Che schifo. Come si può essere criminali a 17 anni, eh? E oggi, che tutti hanno dimenticato
quella scena, oggi che il viso di Patrizia non si accartoccia più
così facilmente, che ben altre prove hanno rinforzato e protetto
con il giusto strato di grasso isolante, oggi che in televisione giostrano
le stesse facce di allora, con meno capelli e più rughe, oggi io
vorrei fare quello che avrei dovuto fare allora, averla qui accanto a me,
vorrei alzarmi (si alza, e si avvicina ad una sedia del pubblico),
massaggiarle la spalla con dolcezza, magari darle un bacio in testa… Sì,
le cose più normali, le cose più banali e sdolcinate, perché
altrimenti non mi capirebbe… Vorrei dirle finalmente “Scusa, non so cosa
m’è preso, scusa, è stata una giornata un po’ così,
scusa, deve essere questa cronica, maledetta assenza di sole nelle case…”
(Torna a sedersi; solo
pochi attimi di silenzio)
È il fatto di sentire il dissidio dentro, avere un corpo grasso che non accetta il tuo essere magro, la tua mancanza d’appetito. Alla fine, ogni rimorso, ogni mio rimorso, è un profondo senso di inadeguatezza, è come sentirsi sempre fuori ritmo (si alza, e si reca al
metronomo, che fa partire, e continua a tempo, con tono cantilenante)
(blocca il metronomo;
quindi si rivolge al pubblico)
Pasolini ha scritto anche
degli haiku.
Prende il tomo dell’Harrison
ed esce.
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