I contributi dei visitatori
 


Vedi anche: tutti gli aggiornamenti di "Pagine corsare" da ottobre 1998 
.
..
"Pagine corsare"
Contributi dei visitatori

Pasolini corsaro
di Davide Morelli

Pasolini negli Scritti corsari affronta diverse tematiche dell’epoca con una forza polemica ed una capacità analitica fuori del comune. Tutti avevano sotto gli occhi l’omologazione culturale, il genocidio culturale e quella che lui chiama la mutazione antropologica, eppure è lui il primo a scriverne dettagliatamente. Basta analizzare per sommi capi la società odierna per capire che il poeta delle “Ceneri di Gramsci” non è stato solo un sociologo involontario del proprio tempo, ma anche un profeta, che ha saputo prevedere gli sviluppi dell’Italia che aveva sotto gli occhi. A mio avviso attualmente viviamo in una civiltà dove regna l’omologazione dalle varianti minimali. Tutti comprano gli stessi dieci tipi di automobili, tanto pubblicizzate alla televisione, però allo stesso tempo ognuno sceglie il modello personalizzato in base agli accessori. 

Pasolini accusa anche la Dc della distruzione paesaggistica ed urbanistica dell’Italia e di intrallazzare con industriali e banchieri. E per quanto riguarda la strategia della tensione il poeta scrive:”Io so. Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe (e che in realtà è una serie di golpe istituitisi a sistema di protezione del paese). Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 Dicembre 1969. Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi dei 1974. Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di golpes, sia neofascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti… Io so i nomi di coloro che, tra una messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali… Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli. Io so. Ma non ho prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i fatti disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero…”.

Inoltre Pasolini invita a riflettere sull’annullamento di tutte le periferie, sull’impoverimento d’espressività linguistica, dovuto sia ad una lingua tecnicizzata ormai che alla morte dei dialetti. Interessante anche ciò che il poeta scrive a proposito del rapporto tra chiesa e potere. Secondo Pasolini nel mondo contadino esisteva una stretta relazione tra economia, famiglia e chiesa. Con l’avvento della società industriale i valori del Vangelo sono però stati sostituiti a suo avviso da nuovi valori come l’edonismo sfrenato, il laicismo, una falsa tolleranza. Nell’articolo delle lucciole scrive di due fasi della storia recente: la prima fase, che va dalla fine della guerra alla scomparsa delle lucciole, in cui i valori principali sono l’ordine, la moralità, la chiesa, la patria; la seconda fase, che va dalla scomparsa delle lucciole agli anni'70, in cui questi valori non contano più e sono stati sostituiti da valori laici e consumistici.

Particolarmente originale l’analisi del linguaggio dei comportamenti giovanili che fa Pasolini. Per lui infatti i codici fisici e mimici causano comportamenti e Pasolini analizza proprio il linguaggio dei comportamenti per risalire ai codici culturali imposti dal potere. 

Infine è di fondamentale importanza la contrapposizione di due termini, ovvero sviluppo e progresso. Per Pasolini sviluppo significa produzione di beni superflui e aumento illimitato della produzione industriale, invece al termine progresso dà il significato di benessere della collettività, ideato e voluto da persone che non ragionano in base al proprio egoismo.

Infine va ricordato che Pasolini non era solo un intellettuale. Non era solo un poeta, un critico letterario, un regista cinematografico: era anche politico. E non faceva come la maggior parte degli intellettuali, che si prestano alla politica. Non aveva mai ricoperto, dopo la fama nazionale, incarichi di partito. Non aveva allo stesso tempo nemmeno mai distinto i due ruoli, come la maggior parte: quello intellettuale e quello politico. Negli anni '70 Pasolini divenne corsaro: politico ed  intellettuale allo stesso tempo. Si schierò contro il potere democristiano dell'epoca e contro l'opposizione, in quanto probabile governo futuro. Riteneva che anche l'opposizione politica su molte questioni rilevanti avesse ormai posizioni simili nella sostanza al potere ufficiale. Riteneva che anche l'opposizione ormai fosse caduta nei retaggi culturali e mentali del neocapitalismo. Pasolini in questo senso fu un difficile compagno di strada del Partito comunista italiano. L'unico legame saldo col partito per tutta la vita forse fu il mito della Resistenza. Ma d'altra parte criticava la continuità del partito con la mentalità istituzionale della borghesia. Da questo punto di vista il Pasolini corsaro (ovvero degli Scritti corsari e delle Lettere luterane) si può considerare come all'opposizione dell'opposizione. Già... perché quando si è all'opposizione si corrono due rischi: la normalizzazione rispetto alla maggioranza, il conformismo dell'anticonformismo. Il primo punto (già accennato prima) era il rischio dei funzionari dell'opposizione, il secondo invece era il rischio dei giovani sessantottini. Ma il Pasolini polemista non si fermò certo qui. Scrisse delle "lettere aperte" a Leone. Si schierò contro il divorzio e l'aborto nel referendum del '75. Scrisse saggi contro la televisione. 

Non solo teorizzò la mutazione antropologica, ma fece anche una polemica con Calvino sul rapporto che intercorreva tra televisione e linguaggio. Per Pasolini la televisione non portava le masse solo ad uniformarsi nei comportamenti e nel modo di vestire, ma prima di tutto nel linguaggio. Calvino era più ottimista. Pensava che la televisione avrebbe causato l'eliminazione dell'antilingua (ossia del burocratese, del latinorum, ecc. ecc.) ed avrebbe portato alla diffusione di termini più che di parole: ovvero di vocaboli precisi, per niente vaghi e indefiniti. Per Calvino la televisione sarebbe stato uno strumento di diffusione dei vocaboli della scienza moderna e della tecnologia. Pasolini invece vedeva nell'omologazione del linguaggio il disfacimento e la morte dei dialetti. Quindi considerava la televisione come un mezzo che avrebbe spazzato via le tradizioni culturali regionali. Inoltre vedeva nell'omologazione del linguaggio un antecedente dell'omologazione del pensiero. 

Inoltre si occupò del caso Lavorini di Viareggio. Si occupò del caso Panagulis, condannato prima alla fucilazione dal regime dei colonnelli greci, poi graziato dalla pena di morte. 

Infine ebbe modo più volte di profetizzare "il potere industriale transnazionale". Secondo il poeta delle Ceneri di Gramsci il neocapitalismo aveva prodotto un "orrendo universo tecnologico" in cui moriva l'individualità... in cui chi era diverso veniva ghettizzato... in cui l'eccesso di informazione giornalistica e televisiva causava la perdita di memoria storica... in cui la smania del consumo riduceva l'aggressività nella protesta... in cui si dimenticava le miserie del presente in nome di un ambìto mito del benessere.


Pasolini corsaro, di Davide Morelli
 

Vai alla pagina principale