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"Pagine corsare"
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Aborti di coscienza
da "Si vive alla giornata"
di Domenico Lombardini

Dedicata a Pier Paolo Pasolini
La poesia è vita:
le mie vertebre sono un diapason e il “la” è la mia poesia;
non importa se questa vita così attenta a non farmi mancare
la sua violenza e volgarità – quale inutile zelo – mi scantoni,
mi tamburelli con uno strano gusto sadico: io emetto,
(sommessamente, con certo manierismo nel mio lamento),
il mio “la”. Quindi, la poesia è suono (risucchio e gorgoglio
di liquidi amniotici, un suono ovattato nelle acque del ventre materno, nel primordio della  
vita) o meglio esitazione tra il senso e il suono,
sì, dicevo, è anche suono che è palingenesi,
un filo di continuità che nobilita il presente
perché altrimenti il presente sarebbe solo – e in gran parte lo è – un insieme,
un coacervo raggomitolato di eventi stocastici che hanno determinato il tutto.
Quindi, non dio ma il caso punteggia il tempo,
e modella non solo l'epifania delle cose,
ma le membra, i volti, i corpi dell'evidenza del sacro,
i nostri corpi: ed è ierofania.
Ma la poesia, che è coscienza, emerge dall'alveo del tempo
e dice: io esisto e so che finirò.
Se io sono in un sol momento nascita e morte 
allo stesso modo le cose assumono e perdono senso,
si colorano e scolorano, biancheggiano e si ottenebrano. Quindi, non è il senso della vita
ma è la ragione che va ricercata. La ragione, sorella della pietà, osteggiata, abbruttita,
occultata in questi tempi, trafitta dalla persuasione del Potere che legittima la violenza
con l'ostensione dei suoi simboli votivi che pretendono 
se non una fede, un ossequio fideistico: aborto della coscienza e della ragione.
Sempre per amore si abdica o per paura: questa gente
ha abdicato per paura.
Quale amore può provare chi antepone la violenza alla ragione,
l'egoismo alla pietà, il pettegolezzo alla cultura? Loro non mi rassomigliano,
sono come aborti sopravvissuti alla morte. Sì, siamo tutti in una valle di lacrime
e ognuno ha terrori e angosce (l'eredità dell'esistere): questo però non ammenda 
la teratologia che loro chiamano vita. Immemori vengono tirati
dai più bestiali istinti: crapula, orgia, superbia, vomitevole edonismo,
(e non sanno che la forza è nella capacità di amare e nell'ammettere l'amore,
superando la pudicizia che fa da paravento alla debolezza),
nel loro vuoto, nel loro fango additano chi è diverso e quindi rinnegato,
chi può essere esposto al ludibrio della maggioranza. 
E non sono “il popolo” e non sono “la borghesia”: è la totalità di questa gente, 
della gente che vedo (infinite maschere sul nulla), è l'idealità borghese 
trasfusa come forma mentis, l'unico modo per guardare il mondo,
dall'esercente all'operaio, dall'industriale al netturbino e pur anche tra la pretesa intellighenzia.---
Ecco chi sono gli aborti di coscienza. 
In questo rigurgito di fascismo (cosa credete che sia questa vantata democrazia dell'alternanza!)
che corrode l'Italia, si guardano gli effetti e non le cause,
come se dietro le cose vi siano sempre arbitrio e casualità,
chi critica è visto con sospetto come se fosse lui connivente,
chi non abdica alla propria ragione è additato come se fosse lui colpevole di apostasia.
In questo paese la coscienza nasce dalle stragi, dagli orrori avallati dallo stato,
dall'unica rivoluzione che è stata quella fascista, da questa gente che ignora
e non ha questa coscienza, che incuba una poco larvata idolatria
del Mussolini di turno, di questo schifoso parvenu,
proiettato democraticamente degli italiani sullo scranno più alto,
abdicando alla loro ragione, delegano i ladri a proteggere le nostre case,
i mafiosi a combattere la mafia. E ciò che più fa male
è che tutto questo non è qualunquismo: è verità.
 
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Vedi anche: tutti gli aggiornamenti di "Pagine corsare" da ottobre 1998
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Aborti di coscienza, di Domenico Lombardini

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