Il finisterre è miseria
e grandezza
arrogante e innocente come
la mia vita
il fortino non vede che
corvi e serpi
il monumento è un
cilindro fecale di cemento
qualcuno ogni tanto superando
l’imbarazzo
vi pone qualche rosa
a fianco del vessillo osceno,
il vero monumento
quella pila di copertoni
consumati
poggiati a caso uno sull’altro
se continuassimo noi a impilarne
uno a testa
potremmo arrivare fino alle
nuvole
Quando la notte senza dignità
fa del mio corpo un fiore
discosto,
anche io mi faccio preda
(l’idroscalo è l’ultima
spiaggia
puoi ammarare o girare in
tondo)
in un tappeto di polvere
lurida
la piazza è un’aureola
trafitta
da cui non si torna indietro
qui planò il ventennio
in un debole lezzo di macello
trenta anni condivisi agli
arresti domiciliari
condivisi con la rogna dei
muri
le traversine del treno
fanno scudo al maestrale
un caffè al vetro
lasciato ai morsi della salsedine
è qui che vedo l’immagine
del mio corpo:
seminudo, ignorato, quasi
morto
le mie impronte
istoriate dal battistrada
di un pneumatico
sono il vessillo del disprezzo
io che dichiarai di sapere
il mare non toccò
niente
eppure ero lì nel
suo sudario
dove l’architettura allinea
oggi gli scafi.
Io non gettai il sangue
ne feci fiori sul costato
alla faccia della luna nera
morii per compressione d’ossa
lo schianto fu altrove
in una morte anteriore al
mio morire
* * *
giovedì 20 ottobre
2005 alle ore 19,00
a 30 anni dalla scomparsa
di Pier Paolo Pasolini
Dopo trenta anni piove ancora
oro dallo schianto che ha visto esplodere la sua visione.
Perché la sua morte
non sia eterna, brancoliamo ancora tra le ceneri alla ricerca dei frammenti
che impastati al nostro pane nutrano la nostra rabbia e il nostro sogno
POEMUS
quando il corpo è
separato dalla spada è frusta maligna (E.Fiore)
lettura di
Gianni Godi
MariaTeresa Ciammaruconi
Giovanni Fontana
Elmerindo Fiore
Giovanni Greco e Maria Cristina
Zerbino
Marco Palladini
Barbara Gabotto e Giacomo
Guidetti
Sergio Zuccaro
video, performances, chitarre
e voce