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I contributi dei visitatori

"Pagine corsare"
Contributi dei visitatori

A EMANUELE DI MARCO
Eroica rassegnazione
di Chiara Rubin

"io muoio e anche questo mi nuoce"

Te lo ricordi questo verso, Emanuele? Leggendo l'intervento su Pagine corsare in cui parli del tuo traumatico incontro con il Parco Pasolini, mi è venuta in mente La Guinea e quel verso che ho sempre fatto fatica a capire fino in fondo. Ecco credo che su una delle lapidi che rendono tremendo quel luogo avrebbero dovuto incidere queste parole... 

Pensa che alla fine di ottobre del 2005 anch'io decisi di visitare l'Idroscalo, assolutamente convinta di trovare quello che avevo visto in tante foto: il monumento in pietra grigia e attorno il nulla, che sono i prati incolti, il fango e l'abbandono, magari con qualche cane in giro ad annusare profumi e puzze. Il posto invece era popolato di gente che dava gli ultimi tocchi all'opera finita: vialetti, aiuole, lapidi ai lati e per terra, e infine il monumento divenuto di un bianco abbagliante. L'inaugurazione sarebbe avvenuta il giorno dopo.

Vedi, anch'io non brillo di ottimismo e non ho più l'età e la disposizione adatte all'ascolto imperturbabile o ironico di tutte le diavolerie del mondo. Come diceva Pasolini, la pazienza è dei giovani (checché se ne dica comunemente), loro è il mondo. La mia prima reazione è stata di profondo rammarico, e me ne sono andata verso quel bazar, che tu hai descritto così bene, che è il porto di Ostia. Dopo di che non rimaneva che tornarsene a Roma. 

Insomma la mia prima reazione è stata la tua, e leggendoti ho riconosciuto il mio stato d'animo verso quegli interventi istituzionali che vogliono dopo tanti anni mettere materialmente una pietra sopra a tutto ciò che invece deve continuare a essere provocazione, dibattito, confronto, come pretendeva che fosse Pasolini ogni volta che apriva bocca, girava un film o si sedeva davanti alla sua Olivetti. 

Tuttavia a distanza di un anno ho maturato anche una diversa riflessione che vorrei comunicarti col cuore e con la testa. Quando un giorno ho attraversato Campo de' Fiori a Roma con mio figlio, mi sono fermata di fronte al monumento di Giordano Bruno: gliene ho raccontato la storia e  ho concluso: "Ecco, vedi, qui l'hanno bruciato per le sue idee e la sua coraggiosa ostinazione, e qui più tardi gli hanno eretto questo bel monumento alla memoria..." Ebbene, quella statua, indubbiamente antipatica perché simbolo della pochezza umana di chi ha ucciso Bruno e anche forse di chi ha voluto erigerla, mi aveva offerto l'opportunità di comunicare a mio figlio una storia esemplare e di parlare con lui della libertà di pensiero. 

Lo sappiamo: sono i politici, troppo spesso animati da progetti non propriamente nobili, a volere monumenti e parchi e vie intitolati a. Lo sappiamo bene: Bruno come Pasolini, come altri, non avrebbero chiesto, e nemmeno immaginato, d'essere ricordati se non per quello che hanno lasciato scritto. Tuttavia con eroica rassegnazione va detto che è anche grazie a qualche intervento istituzionale che l'opera di Pasolini è uscita dal buio dell'ignoranza generale in cui l'aveva relegata il silenzio istituzionale. Se grazie a quel Parco e alle sue lapidi nascerà a qualche visitatore ignaro la curiosità di avvicinarsi alla poesia di Pasolini; se grazie alla chiassosa e a volte imbarazzante commemorazione per il trentennale della sua morte, qualche docente in più penserà di includere nel suo programma di letteratura la poesia degli anni Sessanta e Settanta, scegliendo anche i testi di Pasolini, allora ci saremo rassegnati non inutilmente a modalità che di solito non condividiamo. 

L'indignazione invece andrebbe forse riservata ad altro. Mi è capitato di leggere sul Corriere della Sera una recensione-promozione dell'ultimo libro di Enzo Biagi. Alla fine dell'opera l'autore cita, così en passant, una frase che Pasolini disse durante un'intervista allo stesso Biagi nel 1971, e di cui oggi lo scrittore sente di condividere lo spirito. Il nome di Pasolini compare addirittura nel titolo di quella recensione, con la classica funzione di specchietto per le allodole. Oggi Biagi è disposto a servirsi di un nome di richiamo per vendere il suo libro! 

Chi ha memoria non avendo più vent'anni da un pezzo, si ricorda quanto poco Biagi abbia condiviso della vita e del pensiero del poeta. Nel 1976 per esempio, all'uscita del film Salò, esprimeva così il suo giudizio: "Salò, per me che, ripeto, mi dichiaro un incompetente, è una triste e noiosa confessione, il trionfo del deretano inteso come messaggio, il gioco macabro di una fantasia alterata, un esercizio che richiederebbe, più che l'interpretazione dell'esteta, quella dello psichiatra". Un giornalista, è vero, può non intendersene di cinema (nel qual caso dovrebbe astenersi non dal parlarne bensì dallo scriverne), ma dovrebbe intendersene, in quanto intellettuale, di moralismo, per riconoscerlo ed  evitare che ottenebri  la sua capacità di giudizio. 

In ogni caso oggi Pasolini vale la pena citarlo (anche se psicopatico, qualche frase da salvare si trova nella montagna di cose che ha scritto), anche perché, come si sa, la vastità della cultura e il successo di un'opera si basano sul numero delle citazioni, prese qua e là alla bene e meglio. Ecco, queste cose hanno il reale potere di farmi indignare perché sono disoneste e basta, e sono irrimediabilmente dannose. Perciò tornerò al Parco Pasolini e questa volta con eroica rassegnazione. C'è di peggio, caro Emanuele...

 
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Vedi anche: tutti gli aggiornamenti di "Pagine corsare" da ottobre 1998
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A EMANUELE DI MARCO - Eroica rassegnazione, di Chiara Rubin

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