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Monolito ad Ostia.
Altre riflessioni sulla morte di Pasolini
di Giovanna Nobile

Quel monolito ad Ostia in quella zummata di ''Caro diario'' e, dall'ammasso di cemento, quel fil di ferro piegato all'abbandono, all'incuria. 

Un rifiuto. Come si pensò fosse il tuo corpo martoriato quel mattino di quel 2 novembre. Giorno di morti appunto. 

Ti hanno visto poltiglia, ammasso di cenci in quella spiaggia, l'ultima per te, e sul tuo corpo era segnata una strada. Una vita di ''accattone'' finita in una smorfia ferina di profondo dolore, la stessa che avevi per le pastoie che, puntualmente cercavano di imbrigliare i tuoi spazi. Un gioco perverso tra no e sì. 

''Vietato ai minori di anni 18''. Come la tua vita. Dies irae del Dreyer che ispirò i tuoi bianchi e neri, un Kammerspiel sui tuoi personaggi e, attraverso loro, su te stesso. Forse la tua fu una morte voluta. Forse tu decidesti che quella sarebbe stata la tua ultima cena e quel ragazzo tanto ''Ninetto'' la vittima designata da te perché compisse il tuo sacrificio. Forse, mentre quelle ruote segnavano la strada sul tuo corpo,  tu stavi scoprendo come può essere la vita quando le ali si spiegano al volo, mentre l'odore del mare si scioglieva nel nero della notte che scendeva su te. E su noi orfani.

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Monolito ad Ostia..., di Giovanna Nobile
 

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