Inutile dire che
mi manchi. E la neve degli anni
algidi sotto coltri hanno
sepolto il ricordo - il tuo -
che giace però in
attesa di ascolto.
Non ci sei, e il profumo
delle primule così bello
così simile al tuo,
mi sa di nettezza
del tuo rigore commuovente,
di fogli, di cuore.
Ma non ci sei, e la luce
del giorno mi fiacca
perché è troppa
per me: con chi dovrei condividerla?
(se non con te?). Annuso
intorno come un cane
senza padrone, imbastardito
dalla vita.
Sono solo, ma non è
tutto. Ti chiesi una volta
se il viaggio me lo avresti
pagato tu - guardandoti
con pudore, fisso fisso,
come un pària - , e tu
non rispedendo mi fissavi;
ancora aspetto quella risposta,
solo questo: la mano intorno
ai miei fianchi
e vìa andare, e questo
ti bastava, con sorriso,
e anche a me, questo darsi.
Ma il viaggio della vita
me l’hai pagato,
e ora a chi dovrei rivolgermi
per gli interessi che ti devo?
E non ci sei: oltre le parole,
il corpo
mi manca, il suo nervo,
il corpo che ho imparato
a conoscere più del
mio, che guardavo senza vergogna
con spudoratezza familiare,
da annusare da toccare.
Ma non ci sei. Dio mi ha
dato la fortuna, sì,
di conoscere la tua mitezza
-
ché nulla pretendevi
perché tutto è regalato,
che pesavi il merito
con la fortuna, la ribellione
con il rigore -
ma ora?