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"Pagine corsare"
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Salò tra metafora e realtà
di Chiara Rubin

Manie, merda, sangue e morte, in uno scenario grigio e raggelante in cui i corpi nudi delle vittime ti fanno sentire freddo, proprio fisicamente. Ho rivisto recentemente l'ultimo film di Pasolini e ancora una volta mi sono chiesta quali interrogativi può ancora suscitare questa trasparente rappresentazione della realtà in cui viviamo. C'è ancora qualche critico che non capisce? c'è ancora  qualcuno che vuole addebitare quest'opera alla "stagione cupa e apocalittica" dell'autore? Forse possiamo definirla tuttora una metafora dal momento che non ci ritroviamo rinchiusi in una villa, letteralmente nelle mani di quattro criminali dalla fantasia perversa, e destinati ad una morte atroce e cruenta. 

Premesso questo, le considerazioni successive non possono che essere all'insegna di una interpretazione univoca delle immagini che ci stanno davanti. Qui Pasolini ha rinunciato ad essere poeta, non ha evocato, non ha trasposto, non ha usato attenuazioni, analogie, sospensioni. La lingua  è quella dei documenti: le cose vanno dette e mostrate come stanno senza paura di offendere la sensibilità di qualcuno. Dov'è la metafora in quei corpi offerti e usati? Dov'è la metafora nel piatto pieno di merda  fatto ingoiare a forza alle vittime? Dov'è la metafora nelle immagini di cruda insopportabile violenza, resa però sopportabile perché spiata attraverso un binocolo usato all'incontrario? 

Quelli di noi che tentano di guardarsi attorno con occhio timidamente consapevole non possono che vedere in questo terribile documento, non solo un'opera in piena coerenza con il messaggio antropologico del Pasolini degli ultimi anni, ma soprattutto la rappresentazione asciutta, puntuale e insieme scandalosa, della società attuale, nei suoi fenomeni più comuni: il cibo è merda, in quanto sofisticato e in quanto ingerito senza piacere perché insapore, in abbondanza e a buon mercato; il sangue è sangue, quello degli altri, spiato di lontano attraverso il cannocchiale rovesciato della televisione; le manie, patrimonio secolare dei disgraziati costretti a comandare per nascondere la propria impotenza, sono diventate di massa e si traducono nei falsi bisogni, nel consumismo, in un arrogante protagonismo. 

L'anarchia del Potere ha così partorito una falsa democrazia in cui "un popolo ormai dissociato" gode nel poter condividere finalmente con i potenti manie, merda e sangue. Ecco allora che le vittime di Salò non sono poi così innocenti e passive: si coglie in loro il desiderio di illudersi, la convinzione di poter trarre qualcosa di egoisticamente utile da quella esperienza. Ma la connivenza non salva e la scena finale nella sua crudezza è la rappresentazione non della morte di un gruppo di eroici resistenti ma dell'annullamento totale, della riduzione a cose di giovani totalmente inconsapevoli. 

Se dunque Salò è una grande metafora, mai Pasolini ci ha fornito così tanti elementi per interpretarla. A dirla tutta: è sufficiente guardare con attenzione il film e poi con attenzione cominciare a guardarsi intorno...

 

Salò tra metafora e realtà, di Chiara Rubin
 

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