"Pagine
corsare"
Contributi dei visitatori
Petronio e Petrolio
dalla
prospettiva dei
cultural studies:
per un discorso introduttivo
di Paolo Lago
SOMMARIO:
a) Gender
Studies e Classics
b) Petrolio
e Petronio da una prospettiva di gender
Petrolio
e il personal criticism
Petronio
e Petrolio, l’«anti-canone» e i postcolonial studies
Petrolio
viene definito dall’autore come un “Satyricon moderno” [1]:
sono svariati i punti di contatto fra le due opere, dalla volontà
di creare Petrolio come “l’edizione critica di un testo inedito” [2]
modellata sul frammentario
Satyricon, fino a quelle connotazioni
che potremmo definire lato sensu menippee – cioè legate alla
satira menippea di Menippo di Gadara – come prosimetrum, pluralità
di stili e di registri, enciclopedismo.
Parlando di “satira menippea”
non si intende in questa sede un vero e proprio genere, chiaramente delineato
e codificato (come esiste, nelle letterature classiche, ad esempio nell’opera
di Varrone, Seneca e Luciano), ma una sorta di linea culturale aperta a
più generi, connotata, secondo l’interpretazione di Michail Bachtin,
dal “basso”, dal “grottesco”, dal “corporeo” e dall’”osceno” [3].
Neanche lo stesso
Satyricon
si può considerare appartenente al ‘genere’ menippeo in senso stretto:
come ha osservato Gian Biagio Conte esso è un romanzo (e quindi
non una satira menippea), attraversato costantemente dal “supergenere”
menippeo [4].
Né bisogna dimenticare
che Petrolio assume la facies di “metaromanzo”, nel solco di quella
tradizione letteraria europea inaugurata da Sterne. L’opera postuma di
Pasolini si configura come un romanzo-saggio in cui ogni spunto di riflessione
è innescato da una situazione narrativa: la riflessione saggistica
si presenta come una ‘tappa’ sul continuum spazio-temporale dell’andamento
picaresco della narrazione (l’andamento narrativo picaresco è un
tratto comune anche al romanzo di Petronio). Perciò, come ha osservato
Massimo Fusillo, si può parlare di Petrolio come di un “metaromanzo
menippeo” [5].
Altri elementi che legano
profondamente le due opere sono la forte presenza della tematica dell’eros
omosessuale e della promiscuità sessuale [6]
(tratti che pongono Petronio in netta distinzione rispetto al romanzo greco,
dove vigevano castità e amori rigorosamente eterosessuali), legati
al “cronotopo rabelesiano” individuato da Bachtin.
Per aprire una breve parentesi
sulla fortuna novecentesca della satira menippea, si potrebbe ricordare
come andamento picaresco della narrazione, omoerotismo e promiscuità
sessuale sono elementi presenti anche in un romanzo molto apprezzato da
Pasolini, Fratelli d’Italia di Alberto Arbasino, in cui le avventure
dei personaggi sono magmaticamente intessute dal motivo del viaggio e del
continuo spostamento. Inoltre, Arbasino, nei saggi di Certi romanzi
si
rifà alla categoria della satira menippea, aspirando, come afferma
Vittorio Spinazzola, ad una “scrittura ‘globale’, assieme narrativa e saggistica”
[7]. Sempre nel panorama che
lega Arbasino alla satira menippea, si può ricordare anche un articolo
dello scrittore, apparso sulla “Rivista dei libri”, relativo ad una recensione
di Fusillo al saggio petroniano di Conte apparsa sulla stessa rivista:
nell’articolo viene rievocata tutta l’ambiguità di un periodo (i
primi anni sessanta) vista dalla prospettiva della giovane medio-alta borghesia
intellettuale degli anni cinquanta e sessanta, ambiguità che viene
riletta, se così si può dire, in chiave ‘petroniana’
e menippea [8].
Questi
elementi tematici, contenutistici, formali che legano Petrolio a
Petronio e alla satira menippea possono venire studiati anche dalla prospettiva
un po’ eccentrica delle recentissime teorie critiche di provenienza angloamericana,
come i cultural studies, attenti, nella loro impostazione
marxista, a considerare il testo letterario come non scindibile dal contesto
socioeconomico che l’ha prodotto; i cultural studies comprendono
i gender studies [9]
(che comprendono a loro volta la critica femminista e i gay and lesbian
studies), incentrati sull’analisi della diversità sessuale,
i postcolonial studies, che studiano la letteratura e la cultura
dei paesi ‘non occidentali’, la recente critica marxista e la critica psicoanalitica.
Perché prospettiva un po’ eccentrica? Perché, da questa prospettiva,
si cerca ora di guardare non solo a Petrolio (e quindi ad un’opera
della letteratura contemporanea), ma anche al Satyricon e alla linea
culturale menippea, ai rapporti fra il romanzo postumo pasoliniano e le
letterature classiche, rapporti facilmente e naturalmente estendibili anche
all’opera cinematografica dell’autore bolognese. Si cerca, in sostanza,
di guardare, attraverso queste teorie, ad una branca particolare e delicata
della comparatistica: quella fra antico e moderno e fra letterature classiche,
letterature moderne e linguaggio cinematografico.
a) Gender Studies
e Classics
In effetti, il mondo della
filologia classica è stato e, per certi aspetti, continua ad essere,
arroccato dentro la turris eburnea di una visione molto tradizionalista.
Perciò, lo studio delle letterature classiche attraverso una consapevole
ottica di ‘genere’ è storia molto recente.
Si
può ricordare come l’insigne grecista Ulrich von Wilamowitz-Moellendorf
considerasse l’assenza delle donne una delle principali attrattive della
storia ateniese [10]. Successivamente,
però, l’orizzonte degli studi classici si è fortunatamente
allargato anche a nuove teorie critiche. Per quanto riguarda lo studio
della sessualità e anche dei generi in relazione alle letterature
classiche, si sono rivelati fondamentali gli studi di un non classicista
di formazione, Michel Foucault, che nella sua Storia della sessualità
- soprattutto nei volumi II e III, L’uso dei piaceri e La cura
di sé - approccia testi classici non canonici, analizzando le
pratiche sessuali degli antichi e considerando il genere non come un fattore
prettamente biologico, ma come il risultato di sottili meccanismi sociali
mediati da logiche di potere.
Comunque, un’interessante
introduzione a Gender Studies e Classics è il volume
di Barbara McManus, Classics and Feminism, che reca significativamente
come sottotitolo Gendering the Classics. Il saggio offre, nei capitoli
iniziali, un excursus sui tentativi di studio delle letterature
classiche da un’ottica di ‘genere’, femminista ed omosessuale. Importanti
battistrada sono stati, in questo senso, la pubblicazione della rivista
Arethusa, iniziata nel 1973 ad opera di John Patrick Sullivan, dedicata
interamente allo studio delle donne antiche, e il lavoro di Sarah B. Pomeroy,
Goddesses,
Whores, Wives and Slaves: Women in Classical Antiquity, pubblicato
nel 1975 negli Stati Uniti [11].
Il
capitolo più interessante del libro di McManus è quello dedicato
ad una rilettura dell’Eneide da una prospettiva di genere. L’autrice,
classicista studiosa di Virgilio, individua nel poema tre figure chiave,
Didone, Camilla ed Enea, che subiscono, a livello narrativo, nel loro habitus,
un passaggio di genere (il capitolo relativo si intitola infatti Transgendered
Moments). Didone viene dapprima connotata, nel I libro, con tratti
tipicamente maschili (anche se è definita dux femina facti,
1, 364) individuabili nelle caratteristiche relative all’imperium
che riveste a Cartagine, come condottiera su diversi piani (politico, militare,
giuridico). Successivamente, subisce una trasformazione, quando comincia
a divenire preda di Amore (cfr. 1, 673-74: capere ante dolis et cingere
flamma reginam), e assume caratteristiche più
femminili [12]. Anche Camilla,
dapprima connotata come guerriera, viene successivamente assimilata, a
livello figurativo, alla ninfa Opis (libro 11), fino a giungere alla morte
tradita dal suo “femminile amore” [13].
Ma più interessante appare l’analisi della figura di Enea: l’eroe
troiano è caratterizzato come “esiliato” e “fuggitivo”, continuamente
preda del fato avverso, connotato, secondo McManus, da una passività
‘femminile’; secondo la studiosa americana, “both the ideology and the
narrative structure of the Aeneid put Aeneas in a feminized space,
and the poem employs a number of strategies to ensure that Aeneas retains
his masculinity while moving in this space” (McManus porta come esempio
i momenti in cui Iarba e Turno lo considerano “effeminato”, rispettivamente
a 4, 215-17 e a 12, 97-100, poi diversi confronti con Ettore in cui Enea
è connotato da una pietas che “appears almost feminized”
[14]. Queste posizioni sono
sicuramente discutibili, ma appaiono comunque interessanti: la prospettiva
dei gender studies tende ad abbattere la visione tradizionale e
tradizionalista di un certo “canone” di studi (ad esempio, secondo un autorevole
studioso come Richard Heinze, sulla pietas si fonda la gloria eroica
di Enea, altro che connotazioni femminili!).
Una recente raccolta di
articoli in volume su Gender Studies e Classics, stavolta
partendo dalla prospettiva dell’omosessualità femminile, è
Among
Women (from the homosocial to the homoerotic in the Ancient World),
a cura di Nancy Sorkin Rabinowitz e Lisa Auanger; come afferma Sorkin Rabinowitz
nell’introduzione, cercare di delimitare semanticamente parole come “homosocial”,
“homoerotic”, “homosexual”, “lesbian”, in questo tipo di studi, è
come “procedere su un campo minato” [15]:
le parole “possono scoppiarti in faccia”, perché filtrate già
dal pensiero accademico e dai dibattiti critici. Il volume raccoglie saggi
soprattutto sull’omosessualità femminile nella letteratura e nell’arte
greca - mentre un solo articolo riguarda la letteratura latina relativamente
alle Metamorfosi di Ovidio - procedendo in una direzione che va
dai “meno espliciti” ai “più espliciti” in materia di argomenti
sessuali [16].
Per quanto riguarda il rapporto
tra Gender Studies (soprattutto, come negli esempi precedenti, critica
femminista) e Classics si può anche ricordare il sito web
Diotìma,
Materials for the Study of Women and Gender in the Ancient World, creato
dal dipartimento di Classics dell’Università del Kentucky
[17]. Il sito raccoglie articoli,
recensioni, immagini, bibliografia relativamente alle letterature classiche,
sempre e comunque studiate da una prospettiva di “genere”.
Infine, si può ricordare
un volume, in cui sono raccolti diversi articoli, (intitolato Rethinking
Sexuality, Foucault and Classical Antiquity, a cura di David H.J. Larmour,
Paul Allen Miller e Charles Platter [18])
che affronta il problema della sessualità antica partendo dall’ottica
foucaltiana della Storia della sessualità, apportando, in questo
contesto, non trascurabili ‘integrazioni’ - nate anche da studi più
recenti - alla classica opera del pensatore francese.
b) Petrolio
e Petronio da una prospettiva di gender
Petrolio
si presta
bene ad essere studiato dalla prospettiva dei Gender Studies (e,
all’interno di essi, dalla prospettiva del gay criticism [19])
e dei Cultural Studies, anche nella sua interrelazione col Satyricon.
Innanzitutto, perché è l’opera-summa di uno scrittore ed
un intellettuale dichiaratamente omosessuale, e in cui l’omosessualità
gioca un ruolo fondamentale; poi, perché in poche opere come in
Petrolio
la connessione fra “cultura” e “società” (nodo cruciale che i Cultural
Studies si propongono di affrontare [20])
si rivela così importante, mentre la stessa struttura letteraria
‘interna’ del libro riflette una struttura ‘esterna’ sociale e politica.
Infatti, per usare le parole di Rino Genovese, Petrolio è un “romanzo
politico” [21]. La sua tessitura
menippea include in sé anche la marca dell’enciclopedismo, derivata
dalla volontà dell’autore di voler realizzare un “Satyricon
moderno”: il romanzo di Petronio, infatti, per un lettore del I secolo
dopo Cristo, che lo poteva leggere integralmente, si presentava come una
sorta di summa enciclopedica sub specie narrationis. La ricostruzione
dell’”edizione critica di un testo inedito” doveva basarsi su una congerie
di diversi materiali: “lettere di amici dell’autore a conoscenza del manoscritto
(discordanti tra loro), testimonianze orali riportate su giornali o miscellanee,
canzonette ecc.” [22]. Era
previsto anche l’inserimento di documenti storici riguardanti la politica
e la storia dell’Eni, di diversa natura: giornalistici, “testimonianze
orali ‘registrate’, per interviste ecc., di alti personaggi
o comunque di testimoni; documentari cinematografici
rari” [23]. Cultura, politica,
società degli anni sessanta e dei primi settanta si mescolano insieme
creando una facies enciclopedica che molto deve al modello del Satyricon:
in esso ritroviamo infatti digressioni sull’arte e la cultura contemporanea,
nonché sottili allusioni al milieu neroniano velati sotto
la rappresentazione della Cena Trimalchionis.
Inoltre, omosessualità
e sfera socio-culturale (e politica) vanno per Pasolini a coincidere. Così
egli afferma in un’intervista con Jean Duflot: “In modo altrettanto oscuro,
l’omosessuale cerca lo stesso nell’altro (l’altro-stesso), un partner con
cui non rischi di riprodursi il terribile potere del padre, del profanatore.
Direi che l’omosessuale tende a preservare la vita, non accelerando il
ciclo procreazione-distruzione, ma sostituendo alla perennità della
specie la coerenza di una cultura, la continuità di una conoscenza”
[24]. L’omosessualità,
quindi, secondo Pasolini, rappresenta un elemento di ribellione ad un certo
ordine costituito – quello del padre, della famiglia, ma anche quello più
strettamente politico – e contemporaneamente garantisce la continuità
di una cultura. Secondo Stefano Casi, “rifiutando la «procreazione-distruzione»
l’omosessuale rifiuta le logiche di potere di questo processo, quasi respingendo
la struttura stessa di produzione-consumo, perfettamente omologa ai meccanismi
dello sviluppo familiare” [25].
E questa interpretazione di Casi è svolta già dall’ottica
del gay criticism: rifiuto dell’ordinamento costituito, rivendicando
le dinamiche culturali e sociali di determinate minoranze, siano esse gli
omosessuali, i popoli del cosiddetto ‘terzo mondo’ (e si parla allora di
postcolonial
studies), le minoranze etniche e culturali ecc. [26].
Ecco che l’omosessualità, in Pasolini, si trasforma in cultura;
e la cultura, secondo i cultural studies, non è una mera
conoscenza astratta, ma un modo per agire fortemente sulla realtà:
la conoscenza diviene performativa. E Petrolio, come vedremo, possiede
un grande cuore performativo.
Anche
nel film Edipo re (1967), il personaggio di Edipo assume delle connotazioni
omosessuali (solo in maniera freudianamente allusiva, nella scena in cui
egli entra in un bordello e, vista una donna nuda, ne esce visibilmente
turbato [27]): come si evince
dalle immagini del prologo, qui in gioco è la cultura appartenente
al mondo della madre, sacra, che si scontra con quella appartenente al
mondo del padre, profana. Invece, nelle scene dell’epilogo, in cui si passa
dall’ambientazione ‘barbarica’ in una terra bruciata dal sole a quella
nella Bologna degli anni sessanta, la figura di Edipo, accompagnato dall’anghelos,
in veste di mendicante, diviene quella dell’emarginato e del portatore
del disordine in mezzo a un ordine massificato [28].
Così continua Casi: “La anormalità funziona perciò
come occorrenza positiva in una società 'in via di normalizzazione'
dove la massificazione coincide con la tradizione eterosessuale imposta
come dogma di una maggioranza acritica” [29].
La stessa presenza dell’Edipo-mendicante-poeta all’interno di quella società
“massificata” e “acritica” assume un valore performativo e fortemente critico
nei confronti di un ordo socio-culturale geometrizzato e standardizzato
(già la poesia stessa, per Pasolini, possedeva una valenza sovversiva;
e si ricordi anche la risposta di Ungaretti al Pasolini intervistatore
di Comizi d’amore (1962): “sono un poeta, quindi incomincio col
trasgredire tutte le leggi facendo della poesia”). La figura del sovvertitore
dell’ordine sociale, che vaga per il mondo a portare una cultura ‘altra’,
così presente all’interno dell’opera pasoliniana (si pensi, ad esempio,
nel cinema, a Uccellacci e uccellini,
Teorema, ma anche a
Accattone
e a La Ricotta) - quindi un personaggio che viaggia, legato indissolubilmente
al fondamentale motivo del viaggio - ci permette di ricollegarci a Petrolio
(e, sempre, a monte, al Satyricon), in cui il protagonista (o i
protagonisti, come vedremo) è appunto un personaggio che viaggia
e che distrugge l’apparente ‘normalità’ di una società.
Petrolio inizia negando
l’incipit; in nota all’appunto 1 leggiamo infatti “questo romanzo
non comincia” [30]. Negare
l’inizio, come afferma Fusillo, vuol dire negare “l’atto demiurgico per
eccellenza di un romanziere, l’atto con cui crea e inaugura il suo mondo
possibile, introducendovi il lettore” [31].
Quindi, vuol dire negare la convenzionalità della forma-romanzo
(convenzionalità che viene negata, come vedremo, anche tramite le
modalità dell’istanza narrativa) e forse, come intuisce Carla Benedetti,
tale negazione potrebbe abbracciare completamente l’istituzione della letteratura
[32]. Dopo la negazione dell’incipit,
negli appunti iniziali, si innesca però uno dei fondamentali motivi
della letteratura e della letteratura romanzesca in particolare (un motivo
di base dei primi romanzi italiani e inglesi del settecento): quello del
viaggio. Quell’istituzione-romanzo, appena negata, viene ossimoricamente
[33] rivitalizzata attraverso
il motivo del viaggio; nell’appunto 3 c, “Prefazione posticipata”, leggiamo
infatti: “Si istituisce qui di seguito lo schema di un viaggio. I cui modi,
la cui ‘trovata’ retorica, il cui progetto metaforico, il cui processo
narrativo e la cui tecnica demoniaca (costituente soprattutto nell’esclusione
della toponomastica), saranno ripresi più avanti nel corso di quest’opera”
[34]. Il protagonista, Carlo,
nell’appunto 3 “Introduzione del tema metafisico”, si sdoppia grazie all’intervento
di due esseri soprannaturali, Polis, un angelo, e Tetis, un diavolo. Il
nome Polis può rimandare alla “polis” greca come exemplum
di ordine e di armonia mentre Tetis è un termine che, nell’immaginario
pasoliniano, rimanda al sesso; Pasolini scrive infatti in Empirismo
eretico che, da bambino, a Casarsa, era colpito dal corpo dei ragazzi
che giocavano nella piazza: “Ero attratto dalle loro gambe, anzi precisamente
dall’incavo dei loro ginocchi… questo sentimento di affetto l’avevo chiamato
Teta-veleta” [35].
Il personaggio soprannaturale
rivestito di chiari rimandi sessuali è connotato demonicamente,
come un perturbatore dell’ordine costituito. I due doppioni di Carlo vengono
quindi chiamati Carlo di Polis e Carlo di Tetis (e anche Carlo primo e
Carlo secondo) . Il secondo, nell’appunto 3 d si mette in viaggio da Roma
(dove inizia Petrolio) fino in Sicilia, alla ricerca di una persona.
Il viaggio “demoniaco” continua a Torino e nella villa di famiglia nel
Canavese, dove Tetis, nella sua esasperata ricerca del sesso, ha rapporti
sessuali con le cugine, con la madre e l’anziana nonna.
La ricerca del sesso di
Carlo secondo è comunque orientata verso un Eros sottoproletario.
La valenza ‘erotica’ del personaggio è infatti simbolo di un’alterità
sociale, rispetto all’ordine borghese, desacralizzato: per Pasolini il
sesso è un sostituto del sacro [36].
In Teorema (1968), ad esempio, l’Ospite irrompe all’interno della
famiglia borghese portando il sesso, cioè il senso del sacro che
la borghesia ha smarrito; come leggiamo nella già citata intervista
a Duflot, “ecco, in ogni caso il senso del sacro era radicato nel cuore
della vita umana. La civiltà borghese lo ha perduto. E con che cosa
l’ha sostituito, questo sentimento del sacro, dopo la sua perdita? Con
l’ideologia del benessere e del potere” [37].
L’erotismo, soprattutto omosessuale, è il simbolo del portatore
del sacro. Anche in Porcile (1969) incontriamo la stessa valenza,
incarnata nel “barbaro” personaggio interpretato da Pierre Clementi (attore
che rimanda, nel cinema di quegli anni, ad un’idea ‘demonica’ di contestazione
dell’ordine costituito: basti pensare alle interpretazioni ne La via
Lattea di Luis Buñuel, in Partner di Bernardo Bertolucci
e ne I cannibali di Liliana Cavani), il cannibale delle scene atemporali
che si susseguono a quelle levigate della villa alto-borghese della Germania
degli anni sessanta; ancora, nell’intervista a Duflot: “il cannibalismo,
se vuole, ha la stessa funzione del sesso in Teorema” [38].
Il viaggio più importante
di Carlo secondo è quello in Oriente, modellato sul viaggio degli
argonauti come è rappresentato da Apollonio Rodio nelle Argonautiche.
Quindi, ritorna ancora potente, in Petrolio, il paradigma della
letteratura antica. Il viaggio in Oriente è definito "mitico” ed
assume valenze iniziatiche [39]:
si presenta perciò diverso dal girovagare ‘picaresco’ del protagonista
alla ricerca del sesso (determinato da quell’andamento picaresco della
narrazione di cui si è parlato), mutuato invece dal vagabondaggio
dei personaggi del Satyricon. Il viaggio degli argonauti, rivestito
di connotazioni sacrali, è rappresentato anche in Medea.
L’inquadratura della zattera su cui viaggiano Giasone e i suoi compagni
(che rimanda, per certi aspetti, all’iconografia della
Zattera della
Medusa di Géricault), dove vengono ostentati i corpi maschili
nella loro irruente fisicità [40],
è filtrata attraverso un’ottica ‘onirica’ ed allucinata. Anche se
nel film Giasone e gli Argonauti rappresentano, nell’ottica pasoliniana,
l’elemento ‘modernizzante’ che si contrappone alla “barbara” Medea, l’elemento
del ‘sacro’ è pur presente nello scandirsi del loro viaggio, se
non altro nella valenza di tenera amicizia che li lega e che assume chiari
risvolti omosessuali [41].
Il confronto con il modello
greco si sarebbe dovuto esplicitare anche nell’immediato confronto linguistico:
Pasolini pensava infatti di inserire, in questo rifacimento delle Argonautiche,
un “testo greco o neogreco”.
Comunque, per inquadrare
Petrolio
da una prospettiva di gender, occorre focalizzarsi su un preciso
momento dell’opera, cioè il cambiamento di sesso di Carlo secondo.
Esso è descritto nell’appunto 51 ed è definito non a caso
“primo momento basilare del poema”, mentre nell’appunto 58, il “secondo
momento basilare del poema”, la metamorfosi sessuale non risparmierà
neanche Carlo primo.
Intanto, Carlo secondo diventa
donna: “Il petto di Carlo si appesantì. Era un peso innaturale,
un cumulo che lo schiacciava lievitando. Nel tempo stesso, il basso ventre
si alleggerì e si svuotò” [42].
È necessario, a questo punto, aprire una parentesi sui rapporti
di Pasolini con l’universo femminile. L’omosessualità pasoliniana,
come nota Rebecca West, che parla di
Petrolio dichiaratamente da
un’ottica di critica femminista, tende sempre e comunque verso una prospettiva
fallocentrica: “Ma purtroppo, in fin dei conti, la trasgressione ridiventa
iscrizione dentro i limiti del gioco fallocentrico, ossia una rimozione
della “donna” in quanto simbolo della differenza e dell’alterità
in favore di una trascendenza dell’io in termini fallici” [43].
E Pasolini stesso vedeva nelle libertà sessuali (non da ultime quelle
rivendicate dal movimento femminista negli anni settanta) delle “false
libertà”, miranti di fatto a istituzionalizzare la coppia eterosessuale;
ed anche la sua posizione contro l’aborto va vista entro quest’ottica [44].
Così, ancora, riguardo all’emancipazione delle donne leggiamo in
uno scritto di Lettere luterane: “Al mito della donna chiusa e separata
(il cui obbligo alla castità implicava la castità dell’uomo)
si è sostituito il mito della donna aperta e vicina, sempre a disposizione.
[…] Inoltre, l’educazione o iniziazione alla società, che prima
avveniva in un ambito platonicamente omosessuale, ora è eterosessuale
fin dalla primissima pubertà, attraverso accoppiamenti precoci.
Ma la donna non è ancora in grado – data l’eredità millenaria
– di dare un apporto pedagogico libero: essa tende ancora alla codificazione.
Che, oggi, può essere solo una codificazione più che mai
conformistica nel senso voluto dal potere borghese, là dove la vecchia
auto-educazione, tra maschi o tra femmine, obbediva a regole popolari (il
cui archetipo sublime resta la democrazia ateniese” [45].
È comunque riduttivo, come fa Giovanni Dall’Orto in un intervento
forse eccessivamente polemico, considerare le donne, viste dalla prospettiva
pasoliniana, come divise in “madri (e quindi votate alla sessualità
procreativa) e puttane (vale a dire, per Pasolini, concorrenti nell’accaparramento
dei preziosi sessi dei maschi)” [46].
La donna, nell’universo pasoliniano, assume un ampio spettro di valenze,
dalla preponderante e principale figura materna fino a quella di tenera
amica e consigliera e di amante appassionata (vedi Medea o anche
le numerose figure femminili presenti nella
Trilogia della vita).
La metamorfosi in donna,
come afferma Fusillo, rappresenta “anche un’altra struttura allegorica
reimpiegata per introdurre nel racconto la propria esperienza autobiografica
e il proprio eros esclusivo per i ragazzi sottoproletari” [47].
È insomma una specie di filtro allegorico utilizzato dall’autore
anche per scrutare la “mutazione antropologica” di quei ragazzi degli anni
settanta, come stava facendo in quegli anni, con piglio più critico
e giornalistico, negli Scritti corsari. Il cambiamento di sesso
permette anche l’innesco di un altro movimento picaresco, sempre determinato
da istanze erotiche, quello cioè all’interno delle borgate romane.
Ed è tramite questo movimento che si arriva alle scene ‘scandalose’
del “pratone della Casilina”. Nell’appunto 55, denominato appunto “Il pratone
della Casilina”, Carlo secondo divenuto donna, ha rapporti sessuali con
venti ragazzi delle borgate romane. La metamorfosi sessuale del personaggio,
come affermato sopra, non implica un’apertura nei confronti dell’universo
femminile (come invece si può riscontrare, ad esempio, nel film
Un
anno con tredici lune (1978) di Rainer Werner Fassbinder, in cui la
ricerca sessuale e affettiva del transessuale protagonista si riveste anche
tragicamente e grottescamente di tratti camp, mentre quest’ultima
categoria risulta totalmente estranea all’immaginario erotico pasoliniano),
bensì rimane totalmente racchiusa entro una prospettiva fallocentrica.
Gli abiti femminili appaiono perciò come una mascheratura strutturale
di cui viene investito il personaggio.
Gli approcci sessuali di
Carlo-donna (che restano in prospettiva omosessuale) assumono tre tratti
fondamentali (due dei quali riconducibili anche a due generi letterari
antichi): elegiaco, tragico e sacrale. Il primo tratto, quello elegiaco,
si sovrappone alla crudezza e al glaciale automatismo erotico che rivestono
tutta la scena. Il filtro dell’elegia appare mutuato, per certi aspetti,
dalle situazioni erotiche del Satyricon che, a sua volta, Petronio
ha mutuato dal romanzo greco. In quest’ultimo, però, la coppia era
casta e rigorosamente eterosessuale. Il rapporto di Encolpio con Gitone
è modellato (come dimostra Richard Heinze nel suo classico
articolo su Petronio e i romanzi greci) su quello eterosessuale degli innamorati
del romanzo greco [48]. Per
Encolpio, il legame con Gitone è, per usare le parole di Heinze
nella traduzione di Lucia Galli, “l’unica esigenza importante oltre alla
necessità di provvedere al sostentamento della vita, anzi, più
importante della vita stessa” [49]
(anche in Petrolio, gli approcci sessuali per Carlo vengono presentati
spesso come “più importanti della vita stessa”). Nel Satyricon,
infatti, come è stato osservato, la tematica omosessuale si presenta
molto simile a quella analizzata da Dover e da Foucault riguardo alla Grecia
classica (si ricordi che i romanzi greci, per quello che conosciamo, risalgono
ad un’epoca molto posteriore, cioè al I-II secolo d.C.) [50]
Sia Encolpio che Gitone
sono affascinanti e suscitano ovunque desiderio come i giovani innamorati
del romanzo greco: lo stesso Gitone potrebbe apparire come la trasposizione
maschile della fanciulla dei romanzi greci [51].
La ‘femminilizzazione’ del personaggio, se così si può dire,
viene accentuata dal
Fellini-Satyricon, di Federico Fellini, del
1969, “liberamente tratto da Petronio Arbitro”. Anche il film è,
in questo senso, analizzabile da una prospettiva di Gender Studies,
(i primi studi su Cultural Studies e cinema risalgono agli anni
settanta [52]): la caratterizzazione
sessuale dei personaggi del film è in linea con quella del romanzo,
con la doppia ambivalenza omosessuale ed eterosessuale. Poco sopra si era
accennato alla ‘femminilizzazione’ di Gitone: infatti, egli, nel film,
sembra rivestito di una malefica e ‘mostruosa’ androginia e anche di alcuni
tratti ‘mostruosi’ e, se così si può dire, disumani, meccanizzati.
Questi ultimi emergono appunto dalla meccanicità dei suoi movimenti
(come il muovere meccanicamente le braccia) che egli compie ogni volta
che appare in scena. Carattere ‘mostruoso’, come afferma Michel Chion,
ha anche la voce del personaggio, che sentiamo una sola volta in tutto
il film: “Nella galleria dei «mostri» potremmo inserire anche
il personaggio di Gitone nel Satyricon di Fellini, l’efebo silenzioso
che pronuncia una sola parola in tutto il film con una voce cupa ed oscena”
[53]. Al Gitone felliniano
sembrano adattarsi perfettamente le parole che Andrea Aragosti usa per
descrivere i lati caratteriali di quello petroniano: “passionalità
melodrammatica falsa ed interessata, che nasconde un arido e freddo opportunismo”
[54]. Anzi, il Gitone del
film non pare per niente dotato di “passionalità melodrammatica”,
ma solo un rigido essere meccanico che, misteriosamente, tiene le redini
– come scrive Chion [55] –
del gioco erotico fra Encolpio e Ascilto.
A
proposito di Gitone appare curiosa una dichiarazione di Fellini, che chiama
in causa lo stesso Pasolini: “Per Pasolini egli potrebb’essere un dio,
ovvero l’amore,” però – continua il regista – “è anche un
bricconcello ch’è stato in galera, dov’era divenuto una specie di
sgualdrina per i carcerati” [56].
Nel film si incontra anche un personaggio – si potrebbe dire – androgino
nel vero senso della parola: il “semidio” guaritore portato in giro in
un carretto da un vecchio (questo episodio non compare nel romanzo di Petronio
ed è stato totalmente inventato da Fellini). Encolpio ed Ascilto,
unitosi ad un malfattore, uccideranno il vecchio per rapire il “semidio”,
il quale però morirà di sete durante la fuga. Sappiamo che,
nell’antichità, i neonati androgini erano considerati come dei mostri
o degli esseri prodigiosi: bisognerà aspettare la razionalità
di Diodoro Siculo perché siano considerati come “errori della natura”,
“malformazioni anatomiche rare, ma spiegabili” [57]
e, successivamente, all’epoca di Plinio il Vecchio (siamo nel I secolo
dopo Cristo), delle “curiosità”, dei ‘fenomeni da baraccone’ (come
attesta lo stesso Plinio) [58].
È interessante notare
che nell’altro Satyricon cinematografico (una facile commedia all’italiana,
non priva però di elementi più ‘seri’, come, ad esempio,
il finale ‘tragico’, con la morte di Gitone durante un naufragio) diretto
da Gian Luigi Polidoro, uscito nel 1968 [59],
il personaggio di Gitone compare dapprima come una ragazza (creduto tale
da Encolpio ed Ascilto) per rivelarsi poi un ragazzo travestito da schiavetta
perché ricercato. Il Gitone cinematografico appare perciò
come un personaggio avvolto da un alone di androginia e di ambiguità;
elementi che derivano indubbiamente dal ritratto petroniano dell’efebo.
Accenti elegiaci li incontriamo
spesso nel Satyricon: infatti, il suo habitus menippeo lo
rende aperto a una pluralità di stili [60].
Ad esempio, si può ricordare la notte d’amore di Encolpio con Gitone
suggellata dai versi di 79, 8: Qualis nox fuit illa, di deaeque, / quam
mollis torus! Haesimus calentes / et transfudimus hinc et hinc labellis
/ errantes animas. Valete, curae / mortales. Ego sic perire coepi (“Quale
notte fu quella, dei e dee, quale morbido letto. Ci stringemmo ardenti
e trasfondemmo con le labbra le anime in delirio, da me a lui, da lui a
me. Addio, affanni terreni. Fu così che io cominciai a morire”,
trad. di Andrea Aragosti). Anche gli approcci eterosessuali di Encolpio
con Circe, contornati da un
locus amoenus, hanno inconfondibili
accenti elegiaci.
In Petrolio, lo stesso
“pratone”, pur connotato come “squallido”, assume certe valenze da locus
amoenus: “la luna, in mezzo a quel cielo, che da rossa stava diventando
di una luce fresca e purissima, con accanto, altrettanto luminosa, la stella
del crepuscolo. Tutto questo scenario – dove non c’erano sfumature, se
non forse ai bordi del tratto fosforescente di cielo illuminato dalla luna
– era riempito da un unico profondo odore, quello del finocchio selvatico.
Tutto il cosmo era lì, in quel pratone, in quel cielo, in quegli
orizzonti urbani appena visibili e in quell’inebbriante odore di erba estiva”
[61] (tratti da locus amoenus
sono presenti anche nella descrizione di un altro prato di periferia, dove
Carlo primo-donna si incontra con Carmelo, nell’appunto 62). Il registro
elegiaco è presente anche nella descrizione fisica dei ragazzi del
“pratone”; ad esempio, si veda questo ritratto di Gustarello: “La testa
di Gustarello era un vero capolavoro della natura. Il suo biondo era quello
dell’oro, ma di un oro chiaro e ben lustrato” [62],
o la descrizione dei capelli di Sergio, “semplici e lussureggianti come
una pianta rampicante tenace, che non si può staccare dalla pietra
o il tufo dove si attacca”, che “se egli li avesse lasciati crescere, sarebbero
stati ondulati” [63] (i capelli
di Circe descritti da Encolpio sono ingenio suo flexi, “ondulati
per natura”, 126, 15; si veda anche la descrizione fisica di Gitone, a
97,2: crispus, mollis, formosus, “riccioluto, efebico, di bell’aspetto”).
Entrambe queste descrizioni sembrano realizzate da un poeta latino, da
un Catullo o da un Properzio che tratteggiano i volti di ragazze e ragazzi.
E, se vogliamo, una certa aura elegiaca è introdotta anche dall’inserimento
(inserzioni poetiche sono frequenti in Petrolio, secondo la caratteristica
menippea del prosimetrum) di due versi di un poeta che resta comunque
lontano dal registro dell’elegia, Francois Villon; i versi, tratti dal
Testamento,
sono i seguenti: “S’yls n’ayment fors que pour l’argent, / On ne les ayme
que pour l’heure”, di cui Pasolini fornisce la traduzione subito dopo:
“se non amano che per denaro, non li si ama che per quell’ora” [64],
che introduce il motivo della fuggevolezza dell’atto amoroso consumato
in fretta in una squallida periferia, motivo presente anche nella poesia
Versi
da testamento in Trasumanar e organizzar (1975).
Le avventure erotiche sui
“pratoni” sono rivestite - come si è accennato - anche di tratti
caratterizzanti una certa tragicità. Innanzitutto, sembra che ogni
movimento di Carlo secondo, nell’appunto 55, sia rivestito di tragicità:
ogni suo atto, anche il più ‘basso’ e degradante, è trattato
come se ad agire fosse il protagonista di una tragedia antica. E, nell’appunto
62, dove ad agire è Carlo primo divenuto donna, incontriamo anche
un riferimento diretto alla tragedia antica: i “fuochi delle puttane” “parevano
fuochi accesi da sentinelle, quieti e antichi segnali che annunciavano
i fatti quotidiani e normali della sera inoltrata, inconsapevoli della
loro tragicità: (versi dell’inizio dell’Orestiade)” [65].
Pasolini progettava di inserire i versi dell’inizio dell’Orestea
di Eschilo (cioè i versi della prima tragedia della trilogia, l’Agamennone)
che egli stesso aveva tradotto
nel 1960 su richiesta di Vittorio Gassman, versi in cui si descrivevano
appunto i fuochi di segnalazione, accesi sulle cime dei monti, che annunciano
ad un guardiano la presa di Troia. L’inserzione di versi tragici in una
situazione ‘bassa’ serve sì a creare una sperequazione tra diversi
registri (come accade sovente in Petronio), ma anche ad elevare il contesto
‘basso’ che non rimane più tale: le avventure erotiche sul “pratone”
vengono in questo modo ‘tragicizzate’ e trattate come le situazioni di
una tragedia. Del resto anche prima i fuochi delle puttane vengono descritti
come “molto lontani uno dall’altro, come segnali di sentinelle” [66].
Anche precedentemente leggiamo: “Oltre la linea dei fuochi delle puttane,
che si perdevano radi verso il lontano quartiere nuovo, lucente sulla caligine,
come la muraglia merlata di una antica città, le gobbe del prato
cessavano e il terreno si faceva più piano” [67].
Il “quartiere nuovo” si trasforma nella “muraglia merlata di una antica
città”, immagine che può far pensare alla roccaforte del
film Medea dispersa in mezzo alla landa “barbarica” o ai paesaggi
di Edipo re.
Anche il Satyricon
è caratterizzato da situazioni erotiche velate di tragicità,
ma qui essa è ben diversa. È infatti la tragicità
della farsa e del melodramma, di azioni teatrali provocate dalla gelosia:
ad esempio, nel capitolo 82, quando Encolpio, abbandonato da Gitone, si
trasforma in un soldato vendicativo pronto a lavare l’onta col sangue,
come l’Achille ‘irato’ del primo libro dell’Iliade o come l’Enea
infuriato nella notte di Troia (Aen., 2, 671). Oppure, a 108, 10-12,
quando prima Gitone minaccia di evirarsi con un rasoio non affilato e subito
dopo Encolpio minaccia di uccidersi con lo stesso rasoio. Qui ci troviamo
di fronte, per usare un’espressione di Conte, solo a “stereotipi patetici”
[68].
Resta da analizzare il terzo
tratto che caratterizza le situazioni erotiche in Petrolio, quello
sacrale. Il mutamento di sesso, per i due doppioni di Carlo, rappresenta
un avvicinamento alla sfera del sacro. Nell’appunto 55, verso la fine,
leggiamo: “Pietro aveva evocato a Carlo i suoi Penati, i suoi piccoli Lari
fatti di polvere, legno secco, poche masserizie […] ma insieme a questi
Dei, quasi in sacra combutta per quella nottata, si sentiva anche la presenza
di Dei sotterranei, di Demoni” [69].
I venti ragazzi si trasformano in Demoni e svaniscono nella notte caliginosa.
La metamorfosi in donna permette al personaggio di entrare in contatto
con antiche divinità ctonie (anche Carmelo, nell’appunto 62, una
volta lasciato da Carlo primo viene rapito da due “Spiriti”); vale la pena,
qui, riportare per intero le ultime frasi dell’appunto in questione: “Naturalmente,
gli Dei degli Inferi, andandosene in giro in quella notte senza umidità,
secca e odorosa come un mezzogiorno, erano soprattutto attratti da quel
gruppo di loro simili che se ne stava in cima a un montarozzo del pratone:
si erano andati evidentemente a mescolare fra loro, era chiaro, come Spiriti
o Geni protettori, divini, ma nel tempo stesso umili, soggetti e fedeli
come cani” [70].
Il cambiamento di sesso
di Carlo primo e Carlo secondo implica un cambiamento di identità
e, quindi, anche una perdita dell’identità precedente. La metamorfosi
in donna rappresenta, come si è osservato, soprattutto un cambiamento
strutturale del personaggio, un fattore che determina il suo modo di agire
all’interno dell’ingranaggio romanzesco, ma anche un fattore che lo connota
socialmente e culturalmente. Si potrebbe ricordare, a questo proposito,
l’impotenza di Encolpio con Circe (nell’episodio del Satyricon ambientato
a Crotone) che si palesa in un bosco di platani (128,1). Come è
stato osservato, Encolpio, proprio in virtù del suo essere un personaggio
romanzesco, affronta in modo diverso il problema dell’impotenza rispetto,
ad esempio, a come era stato trattato da altri autori antichi come Catullo,
Orazio e Ovidio, allargandolo e relazionandolo ai suoi effetti sul suo
status personale e sociale [71].
E questo proprio grazie alla natura stessa del genere ‘romanzo’, dialogico
ed aperto a più generi, secondo l’analisi di Bachtin [72].
Infatti, anche Encolpio è investito da una perdita di identità
[73]; si legga quanto confessa
a Gitone: “crede mihi, frater, non intellego me virum esse, non sentio.
funerata est illa pars corporis, qua quondam Achilles eram” (129,1).
(“credimi, fratellino, non mi riconosco e non mi sento più un uomo.
Ormai è morta quella parte del mio corpo che mi faceva essere un
Achille”). Dice: “non intellego me virum esse, non sentio”, “non
mi sento più uomo né con la ragione, né con i sensi”;
tale affermazione implica perciò un’apertura verso il cambiamento
di sesso, verso un transgendered moment (per utilizzare il titolo
di una sezione del già citato libro di McManus), verso una condizione
femminile. E la perdita di identità, come nel caso di Carlo, investe
anche la sfera sociale del personaggio petroniano. Ed investe, potentemente,
anche la sua sfera ‘corporea’ (qualificazione usata sempre in senso bachtiniano)
[74].
Sopra sono stati analizzati
il “primo” e il “secondo momento basilare del poema”, cioè il cambiamento
di sesso rispettivamente di Carlo primo e di Carlo secondo. Ma c’è
anche un “terzo momento basilare del poema”, (appunto 82) cioè il
momento in cui Carlo secondo, ridivenuto uomo, decide di sottoporsi ad
una castrazione: “Si riveste e telefona a una clinica poco lontana da casa
sua, verso piazzale delle Muse: prende i dovuti accordi per farsi ricoverare
la sera stessa. Non ci sarebbe stato bisogno dell’intervento del primario:
un qualsiasi dottore alle prime armi avrebbe potuto bastare: infatti l’operazione
a cui Carlo ha deciso di sottoporsi è tra le più antiche
e semplici: la castrazione” [75].
Questa decisione viene prontamente commentata in versi, secondo l’andamento
prosimetrico di Petrolio di cui si è parlato; ma non per
mezzo di versi composti dall’autore, bensì con l’inserimento di
versi di Gozzano (del resto, sono frequenti nell’opera gli inserimenti
gozzaniani): “La mia vita è soave / oggi, senza perché; /
levata s’è da me / non so qual cosa grave”, tratti, come ci informa
Walter Siti nella nota relativa [76],
dalla seconda parte di Una risorta, nei Colloqui. I versi
di Gozzano vengono inseriti nel meccanismo postmoderno di Petrolio
per rappresentare la sperequazione tra il ‘basso’ corporeo descritto e
l’’alto’ di una letteratura ancora non inglobata nella macina del neocapitalismo
omologatore. Inoltre, l’inserzione dei versi ha anche la funzione di commento:
cioè, serve a chiosare, quasi, con la sua aria ‘liberty’ e primo-novecentesca,
con la sua leggiadria da operetta, una situazione tutt’altro che leggiadra,
ambientata nei primi anni settanta, così lontani da quell’inizio
secolo che i versi rievocano. E si possono ricordare, ancora, dei versi
del Satyricon, in cui Encolpio, in preda alla disperazione dettata
dalla sua impotenza, compie il tentativo di un’autocastrazione, a 132,
8; così è l’incipit dei versi petroniani: “ter
corripui terribilem manu bipennem, / ter languidior coliculi repente thyrso
/ ferrum timui, quod trepido male dabat usum" (“Tre volte in mano brandii
la bipenne terribile, tre volte più moscio di un torso di cavolo
provai un’improvvisa paura dell’arma, che mal rispondeva al braccio tremante”
(trad. di A. Aragosti). Poco dopo, la mentula di Encolpio viene descritta
con un centone virgiliano (in cui, nei primi due versi, tratti da Aen.
6, 469-70, essa è rappresentata con un’immagine di Didone agli Inferi
- una mentula paragonata a Didone! – mentre nel terzo è istituito
un paragone col salice e col papavero, frutto del collage di due emistichi
virgiliani, da Buc. 5,16 e da Aen. 9, 436): “illa solo
fixos oculos aversa tenebat, / nec magis incepto vultum sermone movetur
/ quam lentae salices lassove papavera collo". (“ella, la testa girata,
teneva gli occhi fissi a terra, né il suo volto tradiva un impulso,
dacché il discorso avevo cominciato, più di quanto accada
a un flessibile salice o a un papavero dal morbido stelo”, trad. di A.
Aragosti).
Il meccanismo di incontro-scontro
fra citazione ‘alta’ e contesto ‘basso’ appare molto simile a quello analizzato
riguardo a Petrolio: qui, nel Satyricon, a cozzare sono le
citazioni epiche (non si dimentichi che anche i versi di 132,8 pronunciati
da Encolpio, a cominciare dall’anafora ter…ter, ricalcano stile
e modalità epiche [77])
e il degradato milieu su cui padroneggia il “narratore mitomane”
[78].
Per concludere, si può
inoltre ricordare un racconto pasoliniano del 1950, il cui habitus
elegiaco relativo ad un amore omosessuale, può essere avvicinato
ad un’altra opera antica, cioè alla seconda ecloga virgiliana in
cui è cantato l’amore del pastore Coridone per il giovane Alessi.
Si tratta di Squarci di notti romane, appartenente alla raccolta
Alì
dagli occhi azzurri (1965). Una parte del racconto è scritta
con una diversa modalità tipografica rispetto al resto, in corsivo,
ed è la parte relativa ad una lunga lettera che il Cacarella scrive
ad Arnardo [79]. L’autore
introduce la parte in corsivo con l’espressione: “Giunto a casa cominciò
subito a chiarire. Ecco, in corsivo, i chiarimenti” [80].
Il tono elegiaco, qui, torna preponderante e a tratti si piega in un flatus
più ‘vigoroso’ e quasi ‘violento’ per cantare un amore impossibile;
ad esempio: “Tu sai tutto, io niente. Nei tuoi occhi Trastevere è
come un ragazzo in una tomba”; “Sei esile, mia comparsa, il sole
di Roma ti ha divorato. L’attesa di una notte e di un giorno, per l’appuntamento
sul lungotevere, mi ha ucciso. Da te stasera verrà la mia ombra,
a mendicare un po’ di carne… è così leggera la tua schiena…
così pesanti i tuoi capelli… così pallidi i tuoi occhi… il
tuo viso così volgare”; “San Paolo – i pini mesti di latinità,
contro un orizzonte carbonizzato dalla luna. Tra canne e erba sporca, sotto
un argine rivolto all’Etruria, la tua veste puzzava di carrozzone, il tuo
fascino cedeva”; “La mia ombra è arrivata in fondo a Ponte
Mazzini quando già il vento era pieno della tua assenza. Non era
più amore, ma sangue”; “I Teveri delle future domeniche minacciano
di farmi sputare sangue. – Strappato il nervo, sono tutto sporco di sangue…
come prima… tutto come prima… Sono solo, solo, solo… - Roma, alla tua decisione
di non venire, ridiviene misteriosa” [81].
Incontriamo il motivo dell’exclusus amator, così presente
nella produzione letteraria latina (soprattutto elegiaca; ma anche nel
Satyricon,
come è stato osservato [82],
è presente nei lamenti di Encolpio abbandonato da Gitone): da una
parte abbiamo il protagonista, solo, ‘vuoto’ e dall’altra parte l’“assenza”
dell’essere amato. Lo stesso motivo, con accenti simili, lo incontriamo,
come accennato, nella seconda ecloga virgiliana; si legga, ad esempio,
l’incipit: “Formosum pastor Corydon ardebat Alexin, / delicias domini:
nec quid sperare habebat. / Tantum inter densas, umbrosa cacumina, fagos
/ adsidue veniebat: ibi haec incondita solus / montibus et silvis studio
iactabat inani: / «O crudelis Alexi, nihil mea carmina curas? / nil
nostri miserere? mori me denique coges»” (buc., 2, 1-7),
(“Il pastore Coridone ardeva per il bellissimo Alessi, / delizia del suo
padrone; ma non aveva nessuna speranza. / Soltanto si accontentava di venire
assiduamente tra i densi faggi, / vertici ombrosi; qui solitario, ai monti
e alle selve / lanciava con vana passione rozzi lamenti: / «O
crudele Alessi, nulla curi il mio canto? / non hai compassione di me? Infine
mi farai morire», trad. di Luca Canali); e i vv. 63-68: “Torva
laena lupum sequitur, lupus ipse capellam, / florentem cytisum sequitur
lasciva capella; / te, Corydon, o Alexi: trahit sua quemque voluptas. /
Adspice, aratra iugo referunt suspensa iuvenci, / et sol crescentes decedens
duplicat umbras; / me tamen urit amor: quis enim modus adsit amori?”,
(“La feroce leonessa insegue il lupo, il lupo la capra, / la stessa irrequieta
capra cerca il cìtiso in fiore; / Coridone cerca te, o Alessi; ognuno
è tratto / dal suo desiderio. Guarda, i giovenchi riportano gli
aratri / sospesi al giogo, e il sole al tramonto raddoppia le ombre; eppure
l’amore mi brucia: come contenere l’amore?”, trad. Canali).
Anche in Virgilio, come
nel racconto di Pasolini, viene cantato un amore omosessuale che appare
‘impossibile’ (anche se in Squarci di notti romane il ragazzo cederà
al suo innamorato), in cui l’exclusus amator abbandona nel vento
i suoi lamenti, lamenti e desideri che non verranno appagati.
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