"Pagine
corsare"
Contributi dei visitatori
Petronio e Petrolio
dalla
prospettiva dei
cultural studies:
per un discorso introduttivo
di Paolo Lago
.
Petrolio
e il personal criticism
All’interno della critica
letteraria femminista nasce il cosiddetto personal criticism o autobiographical
criticism, che implica una personalizzazione della critica letteraria.
Il saggio che apre la strada a questo tipo di critica è Me and
My Shadow (1987) di Jane Tomkins il quale, per usare le parole di Donatella
Izzo, si presenta “provocatorio a più livelli: nel suo infrangere
barriere codificate tra la scrittura critica e quella autobiografica, problematizzando
l’”effetto d’autorità” che nasce di solito, dal piglio oggettivo
della scrittura impersonale; nella contestazione della scissione tra intelletto
ed emozioni, e nella insistita discussione di queste (la rabbia, il dolore,
l’amore); non ultimo, nel suo esplicitare l’intento di «volgere le
spalle alla teoria», condannando quest’ultima come un gesto che tutti,
uomini e donne, farebbero bene ad evitare” [83].
Un saggio successivo (del 1991) di Nancy Miller parte da posizioni meno
estremistiche, rifiutandosi di «volgere le spalle alla teoria»
e chiedendosi “se la teoria possa essere personalizzata e il personale
teorizzato” [84].
Petrolio
è un metaromanzo, cioè un romanzo-saggio sulla letteratura,
la politica, la società. Partendo da una prospettiva critica che
consideri il suo lato saggistico, si potrebbe affermare che esso non si
presenta molto distante dalle teorie del personal criticism. Vediamo
quanto
scrive Pasolini in una lettera a Moravia, mai spedita, pubblicata in
calce al romanzo: “Ora in queste pagine io mi sono rivolto al lettore direttamente
e non convenzionalmente. Ciò vuol dire che non ho fatto del mio
romanzo un ‘oggetto’, una ‘forma’, obbedendo quindi alle leggi di un linguaggio
che ne assicurasse la necessaria distanza da me, quasi addirittura abolendomi,
o attraverso cui io generosamente negassi me stesso assumendo umilmente
le vesti di un narratore uguale a tutti gli altri narratori. No: io ho
parlato al lettore in quanto io stesso, in carne e ossa, come scrivo a
te questa lettera, o come spesso ho scritto le mie poesie in italiano.
Ho reso il romanzo oggetto non solo per il lettore ma anche per me: ho
messo tale oggetto tra il lettore e me, e ne ho discusso insieme (come
si può fare da soli, scrivendo)” [85].
Pasolini dice di aver parlato al lettore “in quanto io stesso”, “in carne
ed ossa”, “come ho scritto le mie poesie in italiano”. In esse emerge la
corporalità allo stato puro, sono vere e proprie “azioni” incise
sulla realtà [86].
Lo scrittore parla in prima persona, senza la mediazione della convenzionalità
romanzesca, come se scrivesse una lettera a un amico o una poesia. Fusillo
vede nella negazione dell’incipit operata da Petrolio il punto di
partenza per operare direttamente sulla realtà scavalcando le norme
istituzionali della letteratura: “Domina insomma incontrastato un autore
per nulla implicito, che fa rientrare nell’opera anche il proprio
gesto provocatorio di una scrittura impura, il proprio corpo e il proprio
eros, con un’operazione che è stata confrontata con le performances
della body art o con gli azzeramenti dell’arte concettuale o dell’arte
povera” [87].
In Petrolio domina
la dimensione del corpo. Si legga quanto afferma il “narratore” (uno dei
narratori protagonisti della serie di appunti denominati “Epochè”,
in cui ciascuno di essi racconta una storia) dell’appunto 99, “L’Epochè,
Storia di mille e un personaggio”: “Mi presi e mi smembrai. Quello che
avevo fatto col Dio di Saulo lo feci con Saulo. Dopo essermi ricostruito,
mi smembrai” [88]; e, successivamente:
“Nel progettare e nel cominciare a scrivere il mio romanzo, io in effetti
ho attuato qualcos’altro che progettare e scrivere il mio romanzo: io ho
cioè organizzato in me il senso o la funzione della realtà;
e una volta che ho organizzato il senso e la funzione della realtà,
io ho cercato di impadronirmi della realtà […] Nello
stesso tempo in cui progettavo e scrivevo il mio romanzo, cioè ricercavo
il senso della realtà e ne prendevo possesso, proprio nell’atto
creativo che tutto questo implicava, io desideravo anche di liberarmi di
me stesso, cioè di morire. Morire nella mia creazione: morire come
in effetti si muore, di parto: morire come in effetti si muore, eiaculando
nel ventre materno” [89].
Il corpo dello scrittore e del narratore che si smembra e si ricompone;
un romanzo che si costruisce come un progressivo impadronimento della realtà
e che culmina con la morte fisica: la dimensione ‘corporea’, qui, è
più che mai presente. Ma la sfera del corpo è fortemente
presente anche nel Satyricon, sia a livello di trama (nella Cena,
nel racconto del fanciullo di Pergamo e in quello della Matrona di Efeso
[90]), che di tessitura narrativa,
di opera; infatti, come è stato osservato, nel romanzo petroniano
non c’è separazione fra testo e corpo, fra letterario e corporeo
[91]: la stessa letteratura
va a coincidere con la sfera del corpo, proprio come in Petrolio.
Il piglio della scrittura,
nel romanzo pasoliniano, è perciò fortemente personal,
ma orientato comunque verso interventi diretti sulla realtà (come
Pasolini ha sempre fatto in poesia, nel cinema, nella critica): si parte
insomma dal personale per arrivare al totale, al generale, alla realtà
nelle sue mille sfaccettature sociali e culturali. Il personale, in Pasolini
(come del resto la sua omosessualità, come abbiamo visto) assume
sempre una valenza culturale. Anche nella breve introduzione che egli fa
al “pratone della Casilina” ci tiene ad avvertire i lettori che adotterà
un tipo di scrittura molto ‘personale’: “A questo punto, mio lettore, questo
poema ›decolla‹ Ti pregherei di lasciati trasportare senza opporre
troppa resistenza. Comincia intanto col non sorridere all’accenno al cosmo,
fatto con serietà forse un po’ inopportuna, anche se, vorrai ammetterlo,
non veramente eccessiva. Il fatto è che non desidero né sorridere
né scherzare sulla mia materia. Il sorridere e lo scherzare, distanziandomene,
mi sarebbero in realtà di grande aiuto, vista la scabrosità
di tale materia – o, meglio, la sua enormità.” [92].
Pasolini non intende distanziarsi dalla sua materia, non intende porre
il filtro dello scherzo e del riso, bensì vuole rappresentare seriamente
e ‘tragicamente’ la dimensione del proprio corpo e del proprio io, come
in una poesia o in una lettera personale. Ma in questo caso, come si è
notato, il personale si allarga, andando ad abbracciare l’intero “cosmo”.
La stessa Rebecca West,
nel suo approccio critico a Petrolio, nel saggio già citato,
adotta la prospettiva del personal criticism: “Come Petrolio si
radica apertamente nel corpo e nell’esperienza personale e culturale del
suo autore, la mia reazione al libro nasce non da una “mente critica” fantasmatica
e dissociata dalle circostanze storiche e private, ma dal mio corpo e dalle
mie esperienze personali, culturali e accademiche” [93].
Inoltre, afferma che Pasolini “cerca ciò che molte teoriche femministe
qui ed altrove hanno chiamato “lo scrivere con il corpo”” [94].
“Lo scrivere con il corpo”: è forse questo ciò a cui aspira
l’ultimo Pasolini, sia con la gioia dei corpi della Trilogia della vita,
sia con le truci visioni del primo capitolo di quella “trilogia della morte”,
mai condotta a termine, che è Salò o le centoventi giornate
di Sodoma. Anche la sua ultima raccolta poetica, Trasumanar e organizzar,
presenta un carattere performativo che tende ad uscire dalla sfera letteraria
tout
court e dalle sue regole, che tende a farsi ‘corpo’. Ecco che il personal
criticism diventa, nel poeta bolognese, common criticism.
Petronio e Petrolio,
l’«anti-canone» e i postcolonial studies
Una delle prerogative dei
cultural
studies è sempre stata l’abbattimento di un canone costituito,
sia esso letterario, di razza, di sesso, di cultura, di religione, di politica
ecc., mettendo in rilievo le meccaniche sottese alla “microfisica del potere”
foucaltiana, e come letteratura, società e potere
siano inestricabilmente connessi [95].
Petrolio è,
abbiamo visto, un metaromanzo sulla politica e sulla società italiana
degli anni sessanta e dell’inizio anni settanta, che mira a distruggere
e deistituzionalizzare diversi canoni letterari. E, non a caso, è
definito dall’autore come un “Satyricon moderno”. Infatti, già
Petronio deistituzionalizza il canone del romanzo greco, costruendo il
Satyricon
sulla
sua struttura e sui suoi stilemi, rovesciandoli: al posto di una coppia
rigorosamente eterosessuale e casta ne inserisce una omosessuale e incline
alla debauche e sostituisce Eros con Priapo. La struttura rimane la stessa:
la coppia viene divisa e sottoposta ad una serie di peripezie dall’ira
di un dio (Eros/Priapo) fino al ricongiungimento finale. Non ci si deve
meravigliare allora se Petrolio rifiuta tante convenzionalità
letterarie, perché oltre a seguire una determinata poetica autoriale
esso è costruito sulla struttura di un’opera che prima aveva rifiutato
altre convenzionalità.
Il
romanzo postumo di Pasolini potrebbe essere inquadrato anche entro l’ottica
dei postcolonial studies. Come afferma Franco Fortini, parlando
della natura enciclopedica dell’opera, in essa “c’è tutto il mondo
contemporaneo, economia e finanza, eros sadomaso, rivoluzione e reazione,
paesi sottosviluppati e aree sociali marginali, lingue e letterature antiche
e moderne, mitologie ed etnologie…” [96].
Concentrando la nostra attenzione sui “paesi sottosviluppati” e le “aree
sociali marginali” incontriamo infatti, come abbiamo visto, una rilettura
del mito argonautico in chiave anticapitalista e anticolonialista: il vello
d’oro è infatti sostituito dal petrolio, il motore del neocapitalismo
e la causa di guerre e dello sfruttamento dei paesi arabi da parte delle
potenze occidentali [97].
Gli appunti che trattano la rilettura del mito argonautico sono quelli
dal 36 al 40, e sono rimasti ad uno status molto schematico. In essi incontriamo
una contrapposizione continua fra elementi moderni da una parte e ‘barbarici’
e mitici dall’altra: “Partenza sul jet VS “Aurora interminabile”; descrizione
di un paesaggio intatto e apparizione dei Giganti VS “buon champagne francese”;
“Atterraggio a Teheran con la neve” VS “Tracce degli eroi passati nei secoli
precedenti per la prima mappizzazione del mondo” e “Apparizione di Eracle”;
Eracle VS Hilton di Teheran e “il figlio di Umberto II, Vittorio Emanuele,
al bar”; “Orfeo canta la prima parte del viaggio” VS “Funzionamento della
telescrivente” [98]. Inoltre,
non mancano neppure accenni alle ‘guerre del petrolio’, come leggiamo nell’appunto
36 i: “Dappertutto i segni della lotta – Pareti di case popolari bucate
da sventagliate di mitragliatrice – Qua e là qualche segno di bombardamento
– Macerie – I grandi depositi abbandonati, il porto vuoto (sulla cui melma
giace riversa qualche antica nave a vela persiana) – Le strade continuamente
interrotte da cavalli di frisia e da reticolati ruggine – Posti di blocco
di sparuti soldati yemeniti” [99].
Inoltre,
in una parte del romanzo si doveva descrivere come un’intera popolazione
indiana veniva distrutta dai bianchi ‘colonizzatori’. Infatti, nella prima
edizione di Petrolio (uscita nel 1992) sono riprodotte alcune foto
di appunti dattiloscritti dell’autore. In un appunto, intitolato “Racconti
colti” (che si materializza in Petrolio in una serie di storie raccontate
da diversi narratori, tutte ambientate nell’oriente o nel sud del mondo)
così leggiamo: “La distruzione della popolazione del Bihar (i Bianchi
cercano di distruggere i 30 o 40 milioni di affamati e colerosi, dapprima
buttando dall’alto 'pacchi' di viveri avvelenati, poi addirittura bombardando
a tappeto città e villaggi. Ma la popolazione non muore: appena
uccisi, massacrati, tutti risuscitano” [100].
Questo schema si ricollega ad una storia effettivamente presente in Petrolio,
nell’appunto 43, “Storia della città di Patna e della regione del
Bihar”, in cui si descrive lo scoppio di una terribile epidemia nella regione
indiana “ma non di vaiolo o di colera, bensì di un male sconosciuto,
che riduceva gli uomini a sanguinolenta poltiglia” [101].
Per rilevare ancora una
volta la natura ‘politica’ dell’opera letteraria Petrolio, si può
ricordare che nell’appunto 102a, “Storia
di un volo cosmico” (un racconto appartenente alla sezione dell’”Epoché”,
una sezione affabulatoria in cui diversi narratori sono intenti a raccontare
storie), l’elemento utopistico (il viaggio spaziale, la scoperta di un
pianeta in un altro sistema solare del tutto simile alla terra) è
saldamente legato all’elemento politico. Il narratore afferma che la nave
spaziale in questione è dominata contemporaneamente da due poteri,
uno statale, l’altro privato (poiché, nel futuro non troppo lontano
dal nostro tempo che viene raccontato, prima solo lo stato aveva il diritto
di costruire navi spaziali, mentre successivamente tale diritto venne allargato
anche alle società private). Sennonché, si crea un’ambigua
ibridazione fra stato e società private: “ci sono le solite buone
ragioni per credere che la Società privata che aveva costruito la
nostra nave spaziale non fosse del tutto estranea allo Stato (allo stesso
modo in cui – per riprendere il nostro esempio – lo Stato non aveva potuto
essere estraneo alla Itt, quando due o tre anni prima questa società
aveva organizzato i massacri fascisti nel Cile)” [102].
Il narratore nomina la Itt, la multinazionale americana “International
Telephone and Telegraph Corporation” che – come ci informa Walter Siti
nella nota relativa – “spaventata dalla minaccia di nazionalizzazioni,
appoggiò il colpo di stato cileno contro Allende” [103].
Ancora una volta, in Petrolio, sono molto stretti i legami tra sfera
letteraria e sfera socio-politica: un racconto modellato sulla struttura
letteraria dell’utopia (da Luciano di Samosata fino a Campanella e Swift,
passando attraverso i romanzi italiani del settecento) riflette un pulsante
cuore ‘performativo’.
Un’altra storia, raccontata
stavolta all’interno del cosmo affabulatorio dei già citati “Racconti
colti” (l’appunto 41, “Acquisto di uno schiavo”) si presta in modo particolare
ad essere letta da una prospettiva ‘orientalistica’, secondo la definizione
di Edward W. Said, uno dei capofila degli studiosi dei postcolonial
studies. Egli ha infatti coniato il termine di “orientalismo” (che
dà anche il titolo alla sua opera più nota): “Diversamente
dagli americani, francesi e inglesi – e in minore misura tedeschi, russi,
spagnoli, portoghesi, italiani e svizzeri – hanno una lunga tradizione
in ciò che designerò col termine di orientalismo: vale a
dire un modo di mettersi in relazione con l’Oriente basato sul posto speciale
che questo occupa nell’esperienza europea occidentale. L’Oriente non è
solo adiacente all’Europa; è anche la sede delle più antiche,
ricche, estese colonie europee; è la fonte delle sue civiltà
e delle sue lingue; è il concorrente principale in campo culturale;
è uno dei più ricorrenti e radicati simboli del Diverso”
[104].
Il protagonista dell’appunto
41 è, non a caso, un intellettuale inglese, di nome Tristram, che
si mette in viaggio alla volta di Khartoum per comprare una schiava. Tale
personaggio, in linea con la struttura di Petrolio come metaromanzo
enciclopedico, porta la letteratura perfino nel nome: è evidente
infatti il richiamo al Tristram Shandy di Lawrence Sterne (opera che possiede
numerosi punti di contatto col romanzo pasoliniano, a cominciare proprio
dall’habitus metaromanzesco).
Ora, secondo Said, esistono
fondamentali differenze tra il viaggiatore di lingua inglese e quello di
lingua francese: “Per il primo dei due l’Oriente era l’India, effettivo
possedimento della Corona; attraversare il Vicino Oriente significava per
lo più essere diretti alla principale colonia di Sua Maestà
[…] ciò che a partire dagli anni ottanta del secolo scorso il pensatore
inglese del secolo scorso il pensatore inglese poteva contemplare era un’ininterrotta
serie di possedimenti territoriali, dal Mediterraneo al subcontinente indiano.
Scrivere dell’Egitto, della Siria o della Turchia, così come percorrerli
in viaggio, era visitare distretti nel regno della volontà politica,
della prassi politica, delle definizioni politiche” [105].
Il personaggio di Tristram incarna nel nome una forte tradizione letteraria
inglese, nel rimando al personaggio dell’opera di uno scrittore emblematico
in tale letteratura (si ricordi che Sterne ha scritto, tra l’altro, un
romanzo di viaggio, il Viaggio sentimentale). Egli è presentato
come un giornalista del “Guardian”, “biondo, adolescenziale, stupido, spiritoso”
[106], assimilato, nel cognome,
Walker, ad un critico reale di quegli anni, Martin Walker, che curava sul
“Guardian” una rubrica politico-culturale [107]
(tra l’altro Pasolini precisa, in una nota: “Il nostro narratore raccontava
questa storia verso il 1965-66” [108]).
Il personaggio decide di partire perché un suo amico gli ha raccontato
una storia relativa ad un supposto mercato di schiavi: “Tristram fu colpito
(ironicamente) da questa storia. E decise (sempre ironicamente) di mettersi
in viaggio alla volta di Khartoum per comprarsi una schiava” [109].
Quindi, viaggia con lo spirito tipico di un intellettuale e viaggiatore
inglese secondo l’analisi di Said, come un padrone nelle proprie colonie
(spirito che qui pare estremizzato e metaforizzato da Pasolini nella decisione
dell’acquisto di una schiava). Però, egli sembra racchiudere in
sé anche le caratteristiche del viaggiatore e scrittore francese,
sempre secondo l’analisi di Said (soprattutto riguardo a Flaubert e Nerval),
cioè il viaggio visto come immersione in un mondo esotico e sconosciuto,
non privo di connotazioni ‘iniziatiche’: “Si trattava infatti di inoltrarsi
in un luogo (il medio Oriente e la fascia sudanese) accertato ma, al nostro
viaggiatore, ignoto; e, nel tempo stesso di lasciarsi alle spalle un luogo
noto, anzi IL luogo per eccellenza: l’Inghilterra, l’Europa (la civiltà
occidentale – vi prego banalmente di notarlo)” [110].
Notiamo, perciò,
in questo racconto di Petrolio, una dicotomia fondamentale fra Oriente
e Occidente che rispecchia la dicotomia e l’ibridazione fondamentali che
si propongono di studiare i postcolonial studies, quelle tra forze
egemoniche e subalterne. Tristram, infatti, dopo aver comprato una bambina,
Giana, e averla sottoposta ad abusi sessuali [111],
nell’affidarla a un missionario olandese, avrebbe sperato in un’integrazione
di culture. La bambina, presa per mano dal missionario, non si volta indietro
a guardare Tristram: questo gesto mancato simboleggia, per il personaggio,
una mancata integrazione [112].
Tra l’altro, è interessante notare che Pasolini nomina, riguardo
alla cultura di Tristram, anche Frantz Fanon, lo studioso martinicano autore
de I dannati della terra, del 1961, un testo chiave che apre la
strada agli studi postcoloniali: “non conosceva un rigo della storia delle
religioni, della linguistica ecc., e, di antropologia aveva letto solo
qualche pagina di Lévi-Strauss nel momento in cui questi era assolutamente
di moda. Quanto a Fanon (perché ugualmente molto di moda) lo conosceva
solo di nome” [113].
Il racconto, nella sua conclusione,
assume l’aspetto di un apologo: il protagonista, infatti, dopo essere sbarcato
a Napoli e aver visto una ‘scugnizza’ somigliantissima a Giana, si converte
al marxismo, cadendo “come San Paolo sulla via di Damasco” [114].
Così si conclude il viaggio di Tristram che era stato precedentemente
definito come “iniziatico”: appunto, con una iniziazione.
Anche un altro appunto relativo
ai racconti dell’”Epoché”, il 103 “Storia delle stragi”, può
essere letto da una prospettiva ‘orientalistica’. Narra infatti di un ricco
personaggio italiano che si reca in Nepal per registrare della musica popolare,
il quale ottiene una sorta di integrazione con le persone del luogo “da
turista”: “Tanto che uno dei giovanotti, piccolo e allegro come un ragazzino,
mi si avvicinò e mi mise, per soprammercato, una collana di perline
rosse intorno al collo. Ero ormai decisamente, anche se scherzosamente,
dei loro. Come un turista, e ciò era imbarazzante” [115].
Questo personaggio, a un certo punto, trova in un fossato un uomo morente,
probabilmente americano, che era stato preso a bastonate dalla gente del
luogo per aver maltrattato dei bambini che ostruivano la visuale delle
sue riprese con la macchina da presa. Il morente, “di origine italiana
(ma di madre anglosassone), e che apparteneva alla mafia” [116],
confida al protagonista dei segreti sulle stragi e sui misteri relativi
alla recente storia italiana. Ancora una volta, è molto stretta
la connessione, in Petrolio, tra sfera culturale e sfera politica.
Per concludere, ci si può
chiedere se Pasolini può aver operato con Petrolio rispetto
al Satyricon nello stesso modo in cui intendeva trattare la trasposizione
dell’Orestea di Eschilo in Africa negli Appunti per un’Orestiade
africana.
Se cioè si può
parlare di un Satyricon ‘riambientato’ in un luogo ‘altro’, come
le borgate romane dei primi anni settanta, allo stesso modo in cui la tragedia
di Eschilo doveva essere ‘riambientata’ in Africa (e nel cinema contemporaneo
incontriamo interessanti ‘trasposizioni di luogo’ nella Medea nordica
di Lars von Trier o in Asì es la vida di Arturo Ripstein,
dove la Medea di Seneca viene ambientata in un quartiere popolare
dell’America Latina). Rispondere a questa domanda non è molto facile,
in quanto già il Satyricon si ambientava nei bassifondi ‘equivoci’
delle città ed esso non rappresenta un modello ‘alto’ come può
esserlo la tragedia.
Comunque, si può anche
affermare che, in ogni caso, la trasposizione di luogo sussiste e le borgate
romane (seppure, negli anni settanta, ormai irrimediabilmente ‘degenerate’,
secondo l’ottica pasoliniana), per l’immaginario dell’autore, non sono
un’ambientazione troppo lontana dall’Africa, così ‘mitizzate’, così
rese ‘barbare’. Ma questo ultimo spunto critico (come del resto anche altri,
in questo “discorso introduttivo”) merita indubbiamente un ulteriore approfondimento
e una ulteriore, più precisa, indagine.
* * *
PAOLO LAGO ha
conseguito il dottorato di ricerca a Verona con una tesi su Petrolio
e Pasolini, dopo essersi laureato (2001) in Lettere classiche all'Università
di Pisa sulla presenza del Satyricon di Petronio in
Petrolio.
Ha tra l'altro già collaborato con "Pagine corsare" con alcune segnalazioni
e saggi. Per una nota più approfondita sui suoi lavori e pubblicazioni,
si veda in particolare la pagina dedicata al suo saggio, presente anche
in "Pagine corsare", Il "doppio spazio"
di Porcile.
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