Le pietre di Ostia
sono più pulite
adesso che ti ricordano
da uomo degno di ricordo
e dimenticano di pagar pegno
per le striate di pneumatici
per gli insulti sulle tue
membra,
ultimi segni dell’infima
volgarità.
Le pietre t’hanno visto
ammazzare
mute come l’ottuso mondo
con il quale cercavi di
parlare
delle quotidiane e borghesi
falsità che,
come un refuso,
alteravano le menti d’allora
ed ingannano ancora
l’italiano confuso.
Ed ancora per anni sono state
pericolose,
come pietre ai bordi di
un dirupo,
le sabbiose pietre di Ostia,
monumenti all’attimo cupo,
segno amaro e ricordo fastidioso,
confine d’orizzonte,
colonne d’Ercole
oltre le quali,
o soltanto guardandole,
si sarebbe visto il tuo
acuto sguardo,
udita la tua acuta voce,
o peggio
la peccaminosa immagine
del frocio,
morto non importa come,
di quel peso umano tolto
da su le spalle dell’Italia
nebbiosa.
Nessuno credeva alle tue
parole,
a quei corsivi segni carichi
di profezie,
sbattute con iconoclasta
semplicità
contro i musi arcigni
dei potenti.
Non capirono la tua scelta
a Valle Giulia,
ed altri poliziotti sono
morti nel frattempo,
figli di un‘Italia senza
sbocchi e speranza,
colpevoli di credere al
bene contro il male,
alla vita vera contro il
potere falso,
figli di un mondo che ha
scelto di
resistere, resistere, resistere
al potere presente e potente,
lo stesso potere che dilaniò
la tua vita
ed ora istupidisce la nostra
mente.
Non accettarono l’anatema
per la scomparsa delle lucciole
dai rovi,
perché la potenza
rende lontani
dalla realtà, dal
cuore degli uomini,
dall’aria che respiriamo,
dalla carne che odoriamo.
Nessuno sopportava un poeta
che conosceva l’animo degli
uomini
e parlava del sudore dei
loro sogni.
Non vollero credere
che si potesse morire,
affamati sempre e sazi nell’attimo
finale,
ingozzati di ricotta su
di una croce,
pieni finalmente di una
vita
sempre cercata,
violata continuamente,
violenta
quotidianamente crocifissa.
Non sopportarono i tuoi
occhi aguzzi
che parlavano del pericoloso
sviluppo,
del dannoso andare avanti
rinunciando a ricordare
la terra di cui eravamo
pasta;
quegli stessi occhi che
cercavano
nelle borgate il lerciume
nascosto,
i letti di cartone e gli
incesti silenziosi.
Forse il tuo corpo schiacciato,
bastonato, offeso,
racchiude il senso di una
vita dannata
emarginata pure nella morte;
dovevi morire in un posto
suburbano
mentre avevi rapporti col
pischello:
quel chiedere e dare corpi
pagati
contrattati ed unti dalla
vita oleosa
del malaffare e del disordine
umano
e piena al contempo di fede
negli uomini
nella loro, nostra, tua…
fetida carne,
semplice rappresentazione
dei cuori.
Guardo la tua faccia,
scavata secchezza,
asciutta essenza di razionalità,
trasparente vetro di chiesa,
dolente forma d’anima dubbiosa,
ed annuso il tuo corpo maciullato
da un potere potente e presente
che aveva coperto di marciume
il naturale profumo del
tuo acume.