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Contributi ‘na specie de cadavere
lunghissimo
Aspetta il silenzio denso di emozioni e carico di senso. Aspetta l’attesa. Poi si alza. E apostrofando un ipotetico interlocutore comincia “tu mi dici che la mia è un’Italietta...” e si aggira tra i tavoli predisposti sul palco a chiosare l’immedesimazione cercata, voluta, pretesa e auspicata. Manca il filtro del palco. La soglia che discerne l’attore dallo spettatore e Gifuni dismette i panni dell’attore, sciorina le parole di Pasolini, snocciola le idee dell’intellettuale sulla società dei consumi e il genocidio antropologico che ha visto cambiare l’Italia da contadina a piccolo-borghese. Infine srotola frammenti di quella vita. Diventa Pasolini. Lo senti e lo vedi. Perchè le parole sono le sue. Tratte da “Scritti Corsari” “Lettere Luterane”, “Siamo tutti in pericolo” (intervista a Furio Colombo); “La nuova forma della meglio gioventù”, “Abbozzo di sceneggiatura per un film su San Paolo”. Un alveare di lucide analisi, opinioni e profezie, lamenti e polemiche, che compone la visione pasoliniana di quegli anni e di quell’Italia. Italia che il fascismo non aveva cambiato se non superficialmente operando una rivoluzione solo esteriore dei costumi e della società e che invece la società dei consumi e la mercificazione del tutto hano deteriorato all’ennesima potenza. Determinando uno stravolgimento totalitario e violento del tessuto socio-culturale italiano, incidendo le coscienze e deturpando le lingue. Rimane nudo il nostro Pasolini. Si spoglia dei fronzoli della comunicazione verbale e violenta gli occhi con la prepotenza del suo corpo. Rimane nudo ad aspettare i chiodi. Perché il Pasolini che c’è in noi è prima di tutto corpo. Prima di tutto corpo perchè l’amore fisico è spesso la relazione privilegiata che Pasolini intrattiene con il mondo. Prima di tutto corpo perchè ancora ha le movenze di un agnello sacrificale. Il suo corpo. Eternamente offerto alle accuse, alle polemiche, agli scandali, eternamente vittima. Fino all’ultimo sazio martirio consumato ad Ostia. Nel retroscena Gifuni si veste di bianco. Interpreta ancora Pasolini in un dialogo infinito intrattenuto con la tragedia greca e la sua struttura antropologica: le colpe dei padri diventano dei figli. La religione del gšnoj e le sue leggi che Pasolini imbroglia e confonde, interpreta a suo piacimento. Poi la metamorfosi. Il graduale passaggio al dialetto con la citazione di alcuni versi in friulano consente l’approdo più morbido al dialetto romano e ai feroci endecasillabi di Giorgio Somalvico intitolati “Il Pecora”. La prosa politica e polemica si scioglie nell’immagine speculare dell’altro. E l’altro è Pino Pelosi, ragazzo di vita, amore di borgata, figlio assassino. Le luci del teatro si sono appena spente sulle ultime parole dell’intellettuale, sulla sua pensosa e amara valutazione della nuova gioventù, sul suo generoso spiare il corpo dei ragazzi borgatari cambiare e trascolorare dall’innocenza al crimine, quando il dialetto reinventato di Somalvico divampa sulla ideale scia di fuoco creata dai passi di Gifuni, attizza il delirio e la perdizione di quella notte omicida. Amplifica l’allucinato viaggio a bordo dell’Alfa GT. Cambia l’espressione del volto, cambia la gestualità. Cambia il codice espressivo. Il carnefice, attaraversa il palco, sale sui tavoli, rievoca prestazioni sessuali e mima colluttazioni. Grappoli di sputi sorregono qua e là il suo racconto. Che diventa mimesi della violenza e dello sberleffo, dell’incredulità e dell’ignoranza. La lente deformata di un mondo tanto amato. Fino a diventare, infine, delirio di onnipotenza. Fino a coronarsi e ubriacarsi al solo pronunciare il nome della vittima: volutamente e sapientemente storpiato (come quello di Pelosi divenuto Pastosi): Pastolini. |
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