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I contributi dei visitatori Pier Paolo Pasolini,
Oltre la perdita in sé, è un evento che lacera anche per il conseguente e a volte vacuo interrogarsi sui motivi che lo hanno determinato, sulle imperfezioni della società, dell’educazione e della cultura che lo hanno reso possibile. L’assassinio di Pier Paolo Pasolini all’idroscalo di Ostia nella notte tra il 1° e il 2 novembre 1975 è l’epilogo della vita di un intellettuale che da sempre si interrogava su quei motivi e quelle imperfezioni: è uno straccio intriso di cloroformio e cianuro sulla bocca di un uomo che ha speso se stesso nel tentativo di ridare dignità alla società italiana. «… la morte "sul campo" di Pasolini, fin dai primi minuti dopo il ritrovamento del suo corpo macellato prima dagli assassini poi dalle rotative, apparve subito a tutti - tranne che hai poveri di spirito, che ghignarono sul "meritato" destino del frocio ucciso da un frocio - un evento da tragedia greca, cioè un accadimento rappresentativo del destino comune di un paese e di una società intera. Colui che giaceva informe sull'egualmente informe litorale romano, massacrato a bastonate come un cane, era quello stesso Pasolini che raccontava la fine del popolo come fine dell'Umano, e la sua sostituzione irrevocabile con una neo-classe mostruosa, immemore, feroce, la piccola borghesia consumatrice. Era l'uomo che aveva descritto, con una passione intellettuale semplicemente sconvolgente, il passaggio dalla lotta di classe (lotta di valori contro valori, di culture contro culture) alla ferocia diffusa e insensata di ognuno contro tutti.» (1)Erano queste le tematiche che Pasolini stava affrontando nel 1975, con disperata ripetitività costantemente mediata dall'inesausto tentativo di rendersi ogni volta più comprensibile, anche a costo di rinunciare alla precisione semantica di cui era capace: tale era l'urgenza di comunicare la verità di cui era in possesso. Una verità difficile da comprendere e ardua, per i più, da accettare, perché esigeva presa di coscienza, autodenuncia, dolorosa interpretazione storica, consapevole, coraggiosa militanza. Esigeva la rinuncia alle proprie certezze, ai propri privilegi, cosa inesigibile dagli intellettuali del tempo, che odiavano Pasolini proprio perché era «il contrario di quello che in genere essi sono, cauti distillatori di parole e posizioni, pacifici fruitori della separazione fra “letteratura” e “vita”». (2) Per Pasolini questa separazione era impossibile. Già nel 1960, quando
inizia a rispondere alle domande dei suoi lettori sul periodico "Vie Nuove",
Pasolini mostra i tratti di una vocazione pedagogica non di cattedra. Non
si pone come maestro, lui che pur lo era per cultura e lo era stato per
mestiere, ma colloquia con i suoi lettori da persona semplicemente meglio
informata, mettendo sul piatto tutto se stesso: il suo ateismo, il suo
cristianesimo, i suoi dubbi, l'angoscia per il genocidio culturale in atto.
«Voi giovani avete un unico dovere: quello di razionalizzare il senso di imbecillità che vi dànno i grandi, con le loro solenni Ipocrisie, le loro decrepite e faziose Istituzioni. Purtroppo invece l’enorme maggioranza di voi finisce col capitolare, appena l’ingranaggio della necessità economica l’incastra, lo fa suo, l’aliena. A tutto ciò si sfugge solo attraverso una esercitazione puntigliosa e implacabile dell’intelligenza, dello spirito critico.» (3)Nella speranza di contribuire a consegnare al futuro una generazione e una classe dirigente migliori, Pasolini tratta dalle colonne di giornali e riviste di una vastità di argomenti che è difficile persino elencare, di certo riduttivo sintetizzare: Pasolini va letto nella sua interezza, nella sua prolissità mai banale, nella sua funzionale ridondanza. La capacità di rilevare gli aspetti meno palesi del reale, unita alla partecipazione emotiva della denuncia, rende la sua prosa più poetica della sua stessa poesia: Pasolini si immedesima nei suoi interlocutori, soffrendo sia il loro dolore, per le ingiustizie sociali che sono costretti a subire, sia la loro incapacità di provarlo e razionalizzarlo, per l'assenza di strumenti critici che la società italiana, colpevolmente, non ha fornito loro. Pasolini scopre a sue spese che la società italiana non è la società libera e grandiosa del Rinascimento […], «ma è piuttosto una società piccolo borghese repressa e repressiva e, perdipiù, molto diversa da quella che dovrebbe essere e da quella che dichiara di essere». (4)Dopo il fascismo, l’Italia fu protagonista di uno sviluppo economico senza precedenti, ma totalmente dissociato da un uguale o quantomeno conseguente progresso civile e culturale. Il processo di acquisizione di un pur minimo benessere, l’abbondanza fino ad allora sconosciuta di beni superflui nelle mani di un popolo abituato alla miseria e sostanzialmente ignaro di precedenti rivoluzioni economiche (e quindi impreparato a disinnescarne le degenerazioni) contiene, nel teorema di Pasolini, corollari pesantissimi. Ciò in cui fallì
il fascismo, che non riuscì minimamente a scalfire la base morale
del popolo italiano né ad omologarne le culture particolari, è
ottenuto perfettamente, secondo Pasolini, dal nuovo fascismo della civiltà
dei consumi.
Gli esempi della TV, nuovo strumento del regime, non suggeriscono ma impongono comportamenti sociali cui una popolazione culturalmente analfabeta non ha modo di sottrarsi, e determina, nella logica del mercato e del consumo, bisogni e desideri e aspirazioni fino ad allora inesistenti, innecessari. Chi per qualsiasi motivo non aderisce o non riesce ad aderire al modello è bollato ed emarginato dalla società come diverso, in un processo di autocompiacimento della maggioranza irregimentata che interpreta come proprio merito ciò che è abominevole coazione collettiva. Vittime principali di tutto questo sono soprattutto i giovani, infelici della loro diversità e della ristrettezza economica che non permette loro di soddisfare i nuovi bisogni; o tristi, quando ostentano una libertà che è pura moda, falsa tolleranza concessa dal Potere per alimentare il consumo e distogliere dall’analisi dei veri problemi. (5) La scuola, che dovrebbe limitare il danno della diseducazione televisiva, è impotente, connivente. Lo scandalo di un aumento della criminalità in maniera proporzionale alla maggior diffusione del benessere economico pare non scandalizzi che Pasolini. Non scandalizzano le carceri sovraffollate come non mai, anzi consola la gente perbene che vi siano rinchiusi i rifiuti della società, i poveri, i disadattati, i diversi… Ciò che scandalizza l’opinione pubblica sono le proposte (6), di ascendenza swiftiana, di abolire la TV e la scuola media come deterrente contro il crimine che Pasolini, provocatoriamente ma non troppo, avanza, quantomeno per sollevare una discussione sulle cause reali delle cose. Ma Pasolini non trova sponde, quasi «dovesse surrogare da solo una classe dirigente che non c’è.» (7) Non trova sponde neanche nel suo ultimo e definitivo attacco al nuovo Potere, cioè la classe politica che nel dopoguerra si era assunta la responsabilità di guidare il paese. Condanna l'omertà interessata dell'opposizione, la colpevole incapacità di ragionare complessivamente sui problemi; soprattutto condanna il governo che ha permesso di fatto il degrado di cui parla. Pasolini vede una sostanziale continuità tra fascismo e nuovo regime democratico: nella sua tesi la DC non ha fatto altro che celare le vecchie retoriche fasciste in chiave ipocritamente democratica, assumendo però a protezione del proprio potere le stesse istituzioni create durante il fascismo: la scuola pubblica, l'esercito, la magistratura. La classe politica, la DC in particolare, è riuscita così, anche attraverso una Chiesa svilita e svuotata del portato cristiano e il controllo dei mass-media, a mantenere il potere. Ha avuto la possibilità di governare, ma lo ha fatto male: le enormi sacche di povertà, le croniche carenze dei servizi statali e quanto già affermato in precedenza ne sono la testimonianza. Di qui la necessità, ulteriormente motivata da Pasolini in un articolo su "Il Mondo", di un processo, per accertare le responsabilità che chi si assume l'incarico di guidare una nazione non può delegare. Scritto a poche settimane dalla sua morte, quest'articolo è da molti considerato come parte importante di un suo ideale testamento spirituale: un attacco alla borghesia, di cui la DC è espressione, ignorante e inetta che nel consumismo ha il suo piu' saldo strumento di potere; un attacco contro il potere in quanto tale, che anche senza la necessaria contestualizzazione resta di un'attualità devastante. Il suo assassinio, che se non ha mandanti effettivi ne ha di certo di morali, carica di senso le sue affermazioni, e lascia un'ombra vergognosa sulla recente storia d'Italia. Andreotti, Fanfani, Rumor, e almeno una dozzina di altri potenti democristiani, dovrebbero essere trascinati […] sul banco degli imputati. […] E quivi accusati di una quantità sterminata di reati: […] indegnità, disprezzo per i cittadini, manipolazione del denaro pubblico, intrallazzo con i petrolieri, con gli industriali, con i banchieri, connivenza con la mafia, […] responsabilità nelle stragi di Milano, Brescia e Bologna (almeno in quanto colpevole incapacità di colpirne gli esecutori), distruzione paesaggistica e urbanistica dell'Italia, responsabilità della degradazione antropologica degli italiani, […] responsabilità della condizione, come suol dirsi, paurosa, delle scuole, degli ospedali e di ogni opera pubblica primaria, […] responsabilità dell'esplosione "selvaggia" della cultura di massa e dei mass-media, corresponsabilità della stupidità delittuosa della televisione. […]Sono interventi del genere che hanno creato attorno a Pasolini il clima d'odio e disprezzo che si acquietò appagato solo nella sua morte. Di sé diceva: «Io sono completamente solo. E, per di più nelle mani del primo che voglia colpirmi. Sono vulnerabile. Sono ricattabile. Forse, è vero, ho anche qualche solidarietà: ma essa è puramente ideale.» (9) Sono passati quasi 30 anni da allora; si preparano commemorazioni, come per ogni anniversario falsamente, irragionevolmente più sentito quando fa cifra tonda. 30 anni, nella stragrande maggioranza dei casi, di strumentalizzazioni, appropriazioni indebite e di etichette via via sovrapposte su una misera stele tra le baracche di Ostia. Una seconda auto che strazia il corpo e impolvera il sangue di Pasolini il giorno dopo quel tragico 2 novembre, e il giorno dopo ancora. ---------
(1) Michele
Serra, Pasolini, il caso è chiuso, “Cuore” n. 239 del 9 settembre
1995.
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