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Contributi dei visitatori Il sapore dell'ospitalità
Ho conosciuto questo sito
circa due anni fa. Allora cominciavo a lavorare alla mia tesi, il mezzo
col quale mi sono avvicinata ancor di più a Pier Paolo Pasolini.
Quando facevo il liceo il mio professore di latino e greco non perdeva
occasione per farci vedere i lavori di quest'uomo geniale. Pieno di passione.
Da allora non mi ha lasciata più. Fin quando, all'università,
non ho avuto l'occasione di poter mettere a frutto questo amore con un
lavoro che coniugasse a Pasolini un'altra passione antica, quella per il
mito classico...
Il sapore dell'ospitalità
Questa estate sono stata a Chia. Non so dire l’emozione che mi ha serrato le viscere quando ho imboccato il vialetto sterrato che porta alla sua Torre. Con un formicolio familiare sulla pelle in silenzio immaginavo le passeggiate che lui ha fatto. Le orme che ha lasciato. La polvere che ha alzato passando con la sua Alfa. E intorno a me quella mistica campagna bagnata d’oro, percorsa da suoni dei quali non mi ero mai neppure accorta. Corrono veloci i pensieri quando la briglia stretta della ragione si allenta e lascia respirare il nostro senso del sacro. Del mito come luogo del sacro. Fin quando da tutto quell’oro non è emersa la Torre. Una specie di miracolo sospeso su una valle immota e verde come i boschi sacri nei quali i pagani ricercavano la vicinanza con gli Dèi. Prima del cancello un vialetto che scende sotto la Torre. I noccioli creano una sorta di arco. Una nicchia ombrosa che sembra dare il benvenuto. Per quasi due anni ogni giorno l’ho trascorso con le sue poesie. Con i suoi testi teatrali. Con le scene dei suoi film di tema mitico. Ed ogni emozione che ho vissuto ho cercato di trasmetterla al mio ragazzo, cercando di fargli vedere con i miei occhi quale immensa passione Pasolini ha saputo suscitare nel mio animo. In quella nicchia il mio ragazzo ha alzato gli occhi e ha visto delle nocciole non ancora mature. Con una grande emozione mi ha detto che sono una sorta di prelibatezza. Hanno il cuore morbido e fragrante. Solitamente la gente non le mangia ma lui le aveva assaggiate da bambino, in un tempo che nei suoi ricordi pareva assumere le sembianze del sogno. Ci siamo sorrisi l’un l’altra. Pier Paolo ci accoglieva con un frutto sacro reso ancor più significativo dal Passato della memoria. Nulla avrebbe potuto offrirci di tanto importante. Se non la sua persona. Nulla poteva rendercelo più vicino se non quel momento di pura emozione che ci ha fatto vivere sotto le mura di casa sua. Ho portato a casa tre delle nocciole dei suoi alberi. Le ho messe davanti ad un suo libro. Quel giorno il cancello era chiuso. Eppure la sua ospitalità era viva, palpabile. Non avrebbe potuto esserlo di più. Tornando indietro ci siamo messi a chiacchierare come se Pasolini fosse stato lì con noi. Il mio ragazzo gioca a calcio. «Magari avremmo fatto due tiri a pallone e mi avrebbe raccontato cosa amava di questo gioco», mi ha detto. Sì. Per questo la mancanza è bruciante. Viva anche dopo trent’anni. Eppure la sua passione resta intatta. E lo è rimasta in tutto quello che passando ha sfiorato toccato amato. Era padrone di un bosco. Nel quale ovunque mi sembrava di sentir risuonare l’eco dei suoi versi. Della sua lingua materna perché proveniente dal corpo di madre. Da quel corpo che la ragione non può avere l’arroganza di voler superare soggiogare censurare. Una lingua nella quale alto si leva quel corpo che, dal passato del mito, ci rende capaci di vivere la realtà nel pieno del suo mistero, agendola nel suo continuum, poeticamente gettando avanti questo corpo nella storia. Il corpo di Pasolini riempie ogni parola, ogni gesto, ogni verso che lui ha lasciato. In quest’assenza di corpo si svela il mistero. L’alètheia che emerge in quest’alfa che ci ha privati della sua presenza. Pasolini stesso è entrato nel tempo ciclico e sacro del mito. Quel tempo rigenerato da un eterno presente, dal Grande Tempo che protegge l’uomo dalla sconcertante eventualità della perdita della presenza. Chissà che non sia questo il mio mistero di Edipo. |
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