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Contributi dei visitatori Sopralluoghi
in Lucania
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1.
Verso sud, 14 agosto 2006 La partenza ha sempre una carica speciale. Ovunque si decida di andare “si parte” ed è un momento unico. Stiamo andando verso sud. Nel cd dell’autoradio un disco di musica cubana che mi fa pensare al sud del mondo. La musica corre così come il paesaggio fuori dal finestrino: prima periferia urbana, poi lentamente campagna, ordinata e piatta, le grandi fabbriche con i loro totem: Barilla, Scic Arredamenti. Qualsiasi cosa vista dal finestrino assume in viaggio un aspetto diverso: più affascinante suo malgrado. Dopo poche ore si arriva alla campagna emiliana, quella di Ghirri: un albero in mezzo a un prato, un viottolo bianco che si inoltra tra i campi coltivati e sul fondo la riga nera delle montagne dell’Appennino. Colori netti: verdi, marroni, gialli. Al bivio per Ancona si affacciano
le prime colline, la musica tocca il cuore. Nubi cariche d’acqua ci attendono
all’orizzonte. Ci fermiamo in una locanda vicino l’Aquila. Domani comincia
il vero viaggio.
Altopiano delle Cinque Miglia, 1181 metri. Il fresco vento del nord mi accarezza la pelle, agita piano l’erba alta. Piccoli paesi sulle montagne, pugni di case gettati alla rinfusa. Ovunque la bandiera dei “campioni del mondo” del calcio è esposta con orgoglio: siamo tutti italiani. Appena fuori Isernia, a mezza montagna: fuochi d’artificio in pieno giorno! Sono i “botti di ferragosto” di Pettoranello. Verso Benevento cominciano i campi coltivati, grano principalmente e molti piccoli alberi d’ulivo. Le montagne restano sullo sfondo a fare da cornice. A un distributore ci fermiamo per il rifornimento. Al ragazzo che ci fa benzina chiediamo la strada per Potenza: sguardo interrogativo, “In che regione è” ci sentiamo rispondere. Un pezzo di Italia che non si conosce. Tra Avellino e Salerno, verso l’autostrada, alcuni tir trasportano cassette cariche di pomodori, e del sudore degli immigrati che li hanno raccolti. Percorriamo un tratto della mitica “Salerno-Reggio Calabria”: cantieri aperti abbandonati, selvaggi cespugli di oleandri sono imprigionati nel guardrail. Al passaggio in Basilicata
la montagna diventa nuda, aspra di un colore grigio sabbia: sasso.
Queste pietre, invece, parlano un linguaggio antico e solido, si ergono come bastioni a difesa della tradizione e ancora più grande è la sofferenza di fronte alla inarrestabile distruzione della loro dignità. Pietre grigie provenienti da altri antichi edifici, pietre incise con frammenti di scritte oppure ornate di leggeri bassorilievi.
C’è un silenzio sacrale, un caldo secco, quasi africano. Altre pietre, queste romane, stanno dinanzi a lei, le terme e la domus: pietre pagane rinvenute al cospetto di quelle divine. Si fronteggiano in rispettosa convivenza. Ancora pietre levigate: squadrate,
nude. È Melfi con il suo imponente castello normanno, di cui purtroppo
si può visitare solo la parte del museo. Dall’alto del colle si
distendono i tetti della città e un poco oltre le terre coltivate:
bianche e brune. Immobilità che raccoglie la fatica. Sguardo che
si perde lontano. Senso di antico che va incontro al futuro con dignità.
Ansia di vedere. Colline a tratti dolci e coltivate, a tratti aspre di roccia. Barile. Il sole si alza presto e inonda la campagna. Cicale e altri versi indecifrabili di insetti o forse di piccoli uccelli.
Ritorna quell’ansia di vedere e una domanda: Perché tutto questo? Non è solo la testimonianza di esserci stata, di aver visto: ho bisogno di guardare anche dove non si vede, osservare ciò che non è visibile. Difficile da rendere in uno scatto ma insopportabile per me non scattare. L’immagine che ho di fronte è semplice, nuda ma una forza insospettata mi afferra risucchiandomi al suo interno. Il paesaggio è una trama sgranata e una leggera foschia lo ammanta: così forse lo trovò il regista. Tutto sembra essersi fermato ad allora: la valle immobile osserva il tempo, solo un po’ più di erba dove nel film c’era più sabbia ma, per il resto, non sembra essere passato nemmeno un giorno. L’aria assolata esalta ogni
odore, sottolinea ogni rumore. Nel silenzio, lievemente invaso da un impercettibile
alito di vento, suoni primordiali di natura, la faccia pietrosa di una
lucertola che scruta il minuscolo orizzonte dinanzi a sé, il ronzare
rapido di una mosca. Cicale e altri versi indecifrabili di insetti o forse
di piccoli uccelli.
Agire per sottrazione. Cerchiamo quel che ci manca ma non sappiamo cos’è. Case di pietra abbandonate, all’interno sono ancora presenti, forti, i segni della povera vita di chi le abitava. Brienza. Memorie dolorose tra le case rotte del borgo: damigiane vuote, intatte, presso la finestra, una scatola di attrezzi semi arrugginiti abbandonata sul tavolo della cucina. La memoria è viva e dolente: mi chiedo dove saranno ora la madre e il padre che hanno vissuto in questa casa ora abbandonata, forse per anni, forse per tutta una vita, cosa li ha costretti ad andarsene lasciandosi dietro oggetti tanto personali, incustoditi quasi come fossero fuggiti. Altri sono venuti e l’hanno saccheggiata: lettere e cartoline sparse sul pavimento, coperte dalla polvere dei calcinacci, lettere che una madre ha vergato in bella calligrafia per il figlio militare, sulla busta l’indirizzo di un battaglione. Leggo: “Caro figlio, non avendo ricevuto tue notizie…”. Oltre non posso andare per l’ansia che mi attanaglia il cuore. Lui se n’è andato? Non è tornato a lavorare queste faticose terre? Ha conosciuto quel progresso di costumi che lo ha allontanato dalla sua originale identità per catapultarlo nell’anonima vita cittadina? Avrà perduto la memoria di questi luoghi? Agire per sottrazione. Tutto qui mi appare troppo povero, troppo isolato. Ripenso alle parole di Pasolini: “tutto qui sta in un pugno”. Luoghi miseri, spogli, disadorni, per nulla spettacolari. Eppure densi di sacro. “…Qui tutto è poca cosa”. Nell’essenzialità del paesaggio il regista trova il suo fondale perfetto. Comincio a sottrarre quelle esigenze cittadine che ci sembrano tanto irrinunciabili ma che qui sono semplicemente inutili. Tento di rinunciare a riempire ogni frammento di giornata e lasciare che ogni tanto il vuoto cammini, a piccoli passi, nella mente distendendo i pensieri. Mi chiedo dunque: Dove sono finita? Posso ancora ritrovare le tracce, le radici di ciò che ho abbandonato alla ricerca di “quell’altro” in cui non ho trovato la soddisfazione che cercavo? “Caro figlio, non avendo
ricevuto tue notizie…”
Dalla strada, dopo l’ultima curva, si palesano le cime delle Piccole Dolomiti Lucane e da qui pare di stare seduti in cielo. Ti compaiono dinanzi come improvvise apparizioni monumentali e il paese, di straordinaria bellezza, è incuneato nelle lisce rocce. Le case spuntano dalla montagna “naturalmente” come fossero appendici, fitte, una attaccata all’altra a formare un poroso amalgama e i buchi scavati nella roccia sono il loro contro canto. Pietrapertosa. Grotte preistoriche percorse da cunicoli e scale: pertugi nella pietra appunto. Nel dialetto di queste parti “pertuso” vuol dire proprio “buco”, ma il senso più recondito è anche quello di un foro attraverso il quale si accede, si passa da un’altra parte, in un altro luogo, più nascosto, più intimo. Ma il “pertuso” è
anche quel buco attraverso il quale si spia un aldilà proibito che
forse può far sognare o forse può rivelare.
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Scambio poche parole con un
uomo gentile incontrato per caso, ci accompagna per un pezzo, fino all’uscio
della sua casa: “Siamo un’altra razza” mormora sommesso e non so se si
riferisce al sud o alla sua età a confronto con la mia. In me c’è
confusione: forse non so capire o forse sono anch’io come lui.
. 7. Siamo di nuovo in viaggio, 20 e 21 agosto 2006 Ecco di nuovo la pietra bianca e nei vicoli ancora il profumo del mondo antico: dentro un garage alcune donne, madri e figlie ritrovate nel tempo estivo, preparano i pomodori in bottiglia. Albano Lucano. Un uomo passa sulla strada asfaltata in sella al suo somaro: in testa ha una coppola, indossa braghe impolverate e una maglia bianca a manica lunga che sembra di lana. Ai fianchi del ciuco pendono due bisacce: la sua immagine stride in mezzo alle automobili. Mi ricorda quella Palestina che Pasolini trovò inadatta per le riprese del suo film perché tutto ormai era “troppo moderno”. Qui la spiritualità è mangiata dalla vita. Cerchiamo le strade più antiche inoltrandoci nella parte più vecchia, il sole alto ci fa sudare, solo i gatti randagi si avventurano qui in cerca di cibo o di uno spicchio di sole caldo dove allungarsi a dormire. Poi siamo alla volta di Tricarico. Ritrovo l’abbandono e alcune case sono ormai divenute rifugi temporanei per giovani venuti dal mare sulle carrette della morte, uno stadio intermedio, forse, prima di un’altra destinazione: popoli erranti. Sulla terra battuta di una
stalla abbandonata una donna con due bambini in posa: sono vestiti della
festa e i modelli rimandano agli anni Sessanta, sorridono dalla fotografia
nella cornice dorata, abbandonata anch’essa. Ho una stretta al cuore: vorrei
strapparla da quel luogo solitario, trarla in salvo, ma non oso, mi sembrerebbe
di sottrarla al suo destino. Così lasciamo Tricarico con le sue
pesanti memorie. Poco avanti sulla strada un uomo senza tempo è
seduto ad un cantone, come in attesa o semplice spettatore dello svolgersi
della giornata. Il sole è ancora alto sulla via Appia, sono poche
le auto che incontriamo e i soli suoni che udiamo sono il vento tra i rami
delle querce e il ronzare delle mosche nell’aria: segno di un tempo quasi
fermo. Sento che mi sto avvicinando.
Il primo impatto con Craco è un dejà vu drammatico: sentiamo una voce emergere, fantasma, da una casa diroccata e la lingua in cui parla sembra essere araba. A tratti è come una nenia, le risponde il belare, altrettanto nascosto, di una capra. Uno straccio appeso a una corda da bucato sventola debolmente nell’aria come una sudicia bandiera.
Ovunque muri scrostati e marchiati dal passaggio di chi, per gioco, è venuto a inciderli con parole attaccate a un presente a volte romantico altre intollerante, a una modernità assassina. Scritte brutali impossibili da ritrarre. Eppure queste vestigia rimangono regali, quasi indifferenti. Dall’alto della loro ricchezza, conservano una dignità d’altri tempi che incute rispetto e timore. Un luogo prezioso, testimonianza di una memoria che non è lecito perdere e il parallelo con i villaggi palestinesi abbattuti dalla furia israeliana è spontaneo. Tutto intorno è ancora
campagna dorata e bianchi calanchi. Aria calda e fina, profumo di letame,
suono ritmico di cicale. Ginestra, finocchio e origano selvatici, alberi
di fico con piccoli frutti succosi continuano a vivere tra i muri di pietra
squassati dal terreno franoso. Tutto ciò resiste solido nella terra
e nell’anima.
Matera. Ed è come essere a Gerusalemme, o così almeno credo perché Gerusalemme l’ho vista solo al cinema o in fotografia, ma la suggestione è la stessa. Qui tutti si ricordano solo di Mel Gibson: ne parlano persino le guide turistiche che accompagnano i gruppi a visitare i luoghi in cui sono state girate le scene più importanti di The Passion. Ma su una bancarella di piccoli “ricordi” ho trovato una cartolina che ritrae Pasolini insieme a Enrique Irazoqui, l’attore protagonista, in una pausa del film. La osservo ed è come se guardassi quel monte con i suoi occhi: il volto, liscio e gentile, è rivolto verso l’altro lato della gravina e forse già si immagina come girare la scena della crocefissione. ![]() Altre grotte sono invece semplici depositi di rottami o provvidenziali latrine: cuori umidi nella roccia. Ci inoltriamo lungo il sentiero: è accidentato, erbacce sono cresciute ovunque, bottiglie rotte, cocci, barattoli arrugginiti. Poi una strada a larghi balzelli, lastricata di pietra, lungo il costone della gravina. È candida come un’apparizione in mezzo a terre incolte. Sembra il percorso di un condannato ma vista da sotto in su produce un effetto contrario come se dovessimo salire al cielo. Il condannato la percorse, camminando a stento sotto il suo atroce peso e quando giunse, appena fuori dalla città, sulla cima di quella collina spelacchiata inchiodato a quei due pali di legno lo abbandonarono solo con il suo Dio. In quella cartolina l’attore ha un lieve sorriso disegnato sul volto mentre il regista, assorto, osserva la collina. Tutto il resto è silenzio.
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