I contributi dei visitatori
 


Vedi anche: tutti gli aggiornamenti di "Pagine corsare" da ottobre 1998 
.
..
"Pagine corsare"
Contributi dei visitatori

Due ricordi
di Massimo Del Papa

Odio gli indifferenti, perché mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime… Vivo. Sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.
Antonio Gramsci


Pasolini, l'esegesi impossibile

Trent’anni possono essere eterni se racchiudono un’assenza. E Pasolini ci manca appunto da un’eternità, durante la quale la “scomparsa delle lucciole” è divenuta spiraliforme. Ci consoliamo pensando che Pasolini aveva già detto tutto prima d’essere ammazzato, aveva persino previsto la globalizzazione. Ma è una falsa consolazione, perché non basta denunciare, a maggior ragione nell’epoca dell’informazione ipertrofica che più di informare soffoca e stordisce. Uno come Pasolini ci manca in quanto instancabile nell’ostinazione con cui segnalava la progressiva decomposizione della società e dei valori arcaici che l’avevano tenuta insieme quasi venti secoli. Un intellettuale eretico è sempre implacabile: scandalizza senza tregua la società per guarirla, svilupparle anticorpi. Ne è la coscienza perenne, funzione del tempo perché incalza i suoi tempi e questi sono tempi di fissità comatosa dentro una frenesia autoreferenziale, come la quiete mortale dentro il vortice.

Non è vero che Pasolini non ci serve più o meglio che possiamo (limitarci a) utilizzare il Pasolini vivo per fatti postumi. Cosa avrebbe detto Pasolini del compimento del processo degenerativo delle democrazie formali, dell’avvento del partito-azienda in Italia, di internet che dissocia il reale per ricomporlo ad uso della tecnocrazia capitalista, della finanziarizzazione dell’economia, dell’afasia tonante di una Chiesa il cui superamento ad opera del mondo era stato già colto da Paolo VI, del crollo del muro con la fine del marxismo, della saldatura fra mafia e Stato negli anni Ottanta e Novanta, sono tutte curiosità che non potremo soddisfare se non per via esegetica, che naturalmente è una via approssimativa, aleatoria, soggettiva. 

Pasolini fino alla notte del 2 novembre 1975 non era un totem, era una coscienza in crisi, una crisi dinamica che sicuramente, diremmo inevitabilmente avrebbe prodotto nuovi frutti analitici e polemici. Possiamo utilizzarlo come testimonianza; non ci è lecito strumentalizzarne quei punti fermi che egli stesso, invecchiando, avrebbe potuto benissimo rimettere in discussione per eccesso o per difetto.

Per constatare l’inevitabile allargamento problematico che rende improponibile una esegesi pasoliniana, poniamo un solo esempio: il manifestarsi del fenomeno noglobal. Chi ha titolo per stabilire se Pasolini lo avrebbe affrontato nella stessa prospettiva dialettica con cui si oppose alla contestazione, oggi che non esiste più un ruolo egemonico del Pci cui fare riferimento?

Il sottoproletariato giovanile è definitivamente estinto, ma la stessa degenerazione del sottoproletariato in piccoloborghesia è svuotata: oggi i giovani, come categoria, sono animali televisivi, sono postfascisti, neofascisti tout court; e la televisione, naturalmente, li glorifica, ne esalta la ferocia a-problematica perché il medium televisivo da strumento di ricomposizione del reale, consolatorio, s’è trasformato in dispensatore d’allucinazioni, cioè per reificare il reale deve alzare il livello dell’alienazione e riassorbirla, risucchiarla in se stesso. La disperazione giovanile dopo ogni talkshow esce deprivata e frantumata, pronta per essere metabolizzata. Ne deriva un cortocircuito per cui più si alza il livello di alienazione e di conseguente volgarità (neppure lontanamente paragonabile a quello che già sconvolgeva Pasolini), più televisione e cinema lo caricano, più i fruitori giovani si sentono spinti a superare ulteriormente la devianza già assimilata, nel tentativo irrazionale di superare il processo di assimilazione che li avvolge. Accelerazione particolarmente evidente in due fenomeni: la mercificazione del sesso a fini mercantili si è trasformata in pornografia televisiva, mentre l’esplosione dei reality-show ha invertito il processo mimetico: non più la tv che riproduce la realtà per ricomporla, ma la realtà che si modella, si ricompone secondo la versione iperrealista imposta dai reality.

Il meccanismo resta insomma quello già individuato da Pasolini, tutto rimane sostanzialmente uguale ma in una cornice profondamente mutata a tutti i livelli, tale da rendere problematica, se non impossibile, l’esegesi pasoliniana. Tantopiù che pare ormai più corretto parlare di postcapitalismo in luogo di neocapitalismo; posto che: il capitalismo è, sostanzialmente, accumulo di beni materiali mediante impiego intensivo dei mezzi di produzione con ricavo marginale crescente in funzione dello sfruttamento della classe operaia (la nota teoria del plusvalore); il neocapitalismo, in senso pasoliniano, si configura per una accelerazione del processo quantitativa e qualitativa, cioè nell’unità di tempo grazie all’entrata in scena di mezzi tecnologicamente sempre più efficaci e raffinati, non ultimi gli strumenti di manipolazione del consenso e di induzione al consumismo. Ma oggi quasi tutte queste categorie sono saltate: non si producono, o si producono molti meno, mezzi, beni materiali, e si sviluppano invece i servizi, si privilegia l’industria dello spettacolo e di erogazione dell’energia; l’economia monetaria, liquida ha lasciato il posto alla finanza globale (grazie ad uno strumento-attore inedito, la Rete); la classe operaia è sparita, sostituita da una nuova casta di schiavi senza diritti né tutela sindacale né, tantomeno, coscienza di classe.

Neppure gli intellettuali hanno più coscienza di classe, si sono arresi anche loro alla dittatura televisiva con cui cercano una convivenza compromissoria. La sfida che Pasolini lancia nel 1973 “ai dirigenti della televisione”, che in quel momento è quella pubblica, ingessata, in bianco e nero, oggi sarebbe priva di senso. Vero è che Pasolini non intendeva “condannare nessuno per ragioni formali”: ma qui la questione non è puramente estetica come non è immediatamente ideologica, Berlusconi non è il Rusconi degli anni ’70, il suo peso, il suo impatto sulla scena italiana non è in alcun modo paragonabile, le ragioni formali lasciano il posto ad una disperata tutela dello spazio democratico, quello che ancora rimane. Che cosa scriverebbe oggi Pasolini di fronte all’atteggiamento imbelle della casta intellettuale che, quasi al completo, pietisce al Regime contratti di edizione mentre finge di criticarlo, sintomaticamente nessuno se lo chiede, quasi a esorcizzare una risposta che resta, in quanto esegetica, certamente opinabile, ma con un margine probabilistico di condanna sospettabile, come tale preoccupante. 

Resta urgente, intrigante ma senza risposta l’ipotesi polemica di Pasolini verso un simile atteggiamento di resa condivisa e proprio nei confronti di un coacervo personalistico che ha portato a definitivo compimento l’intero processo degenerativo politico, mediatico, spettacolare, culturale, etico, contro il quale egli si era scagliato ininterrottamente in tutta la sua parabola artistico-intellettuale. Ancora un altro superamento, una mutazione della cornice attorno a un quadro sostanzialmente identico: il ruolo degli intellettuali di cerniera tra la società e la politica, già saltato con l’ultima rivoluzione consumistica, si è involuto ulteriormente, definitivamente in quello di propagandisti di uno status quo, che nella fattispecie coincide con un regime definito “morbido”, comunque un sensibile condizionamento delle libertà democratiche. Pasolini ha forse fatto in tempo a preconizzare, ma non a vivere direttamente la stagione degli intellettuali-Pangloss, assoldati per rileggere in chiave positiva tutti e ciascun epifenomeno della disgregazione dell’assetto democratico liberale tipici della fine del Secolo breve, ovvero il trionfo della democrazia consumistica negativa. Siamo nella fase, probabilmente definitiva, in cui i valori socialmente condivisi sono per la prima volta serenamente negativi: esibizionismo, individualismo, ambizione, edonismo (ben oltre il benessere), laddove perfino la disonestà etica, dal non pagare le tasse al trasformismo fino al pretendere un trattamento diverso dalla legge in funzione del censo, è ormai propugnata come valore politico.

Ma serve a poco complicarsi la vita. Limitiamoci a piangerlo e rimpiangerlo Pasolini. Oggi che ci servirebbe più che mai per capire come porci davanti non alla scomparsa delle lucciole, ma al caos immoto dopo il genocidio.

Massimo Del Papa
da "Il Mucchio", novembre 2005


Vivi

Ciao Pa’, che non ti ho conosciuto ma non ti posso odiare anche se andavi coi ragazzini che ragazzini non erano più e non per colpa tua. Pasolini che giravi per le periferie con la tua “macchinona” ma io lo so, lo sento che eri buono, bastava guardarti in faccia: eri uno di loro. Pa’ che troppo hai capito, hai intuito anche per me e non mi hai nascosto niente e mi hai solcato la strada per la disperazione. Io non sono mai contento perché come te guardo in faccia la vita, quella che c’è non quella che dicono, e questo l’odio che porta, Pa’, che scatena che te lo dico a fa’?

Pa’, vorrei chiamarti così, come un amico, senza rispetto, senza ritegno. Fossi stato vivo sarei venuto io, per intervistarti, per intervistarmi. Per cercare il coraggio della disperazione. 

Di te porto una maglia, l’ho fatta fare apposta: “Alla faccia di chi ci vuole male”. Anch’io posso provarci, perché ho paura di tutto ma non dell’abisso oscuro che chiama dentro me.

Conosco la tua fatica, le lunghe ore da solo, sommerso di parole, di penseri contorti, faticosi, inutili o volatili come corvi da arrostire. Spesso. Sempre. Perché mi manchi di più, come mi avessero amputato un pezzo d’anima.

Non ti lasciano in pace neppure dopo morto, c’è qualche pagliaccio per niente felliniano, vedessi quant’è invecchiato male, che t’invidia più di allora perché t’ha sempre inseguito – a predire la forca ai commissari son buoni tutti, e adesso che non puoi rispondergli, ti riduce a mero pederasta. Quant’è patetico! quest’ometto comunque sempre a fianco del Potere.

Avevi ragione Pa’, un intellettuale se non scatena lo sdegno, lo scandalo che intellettuale è? Non ne può fare a meno, pure quando non vuole, ma se non vuole allora che intellettuale è? 

Casca una goccia sul vetro: una sola. È una lacrima, una tua parola.

Dicono che ci manchi; è vero, sai perché? 

Perché nessuno ci capisce un cazzo, e manca la cultura. Da chi andiamo?

Io negli angoli sfiniti di questa vita faccio la parte mia, ti tengo vivo, ho parlato di te ai miei lettori, ai miei studenti, l’ho fatto senza consolazione (che giustamente odiavi), sono riuscito ad attaccargli la tua disperazione spietata, rabbiosa perché figlia di gioia violentata. All’uscita una ragazza mi ha chiesto come si chiama il libro, Scritti Corsari? Dice che va a comprarlo. 

Siamo in tanti, Pa’, e tu continui a vivere.

 

Due ricordi, di Massimo Del Papa
 

Vai alla pagina principale