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Un demone messo in croce
Ritratto di un grande poeta
di Maurizio Fiorino

È l’alba del due novembre 1975. Idroscalo di Ostia. In uno spiazzo polveroso giace un corpo privo di vita, rovesciato e intriso di fango. I capelli sono appiccicati in fronte dal sangue e dalla polvere. Il viso deformato dal gonfiore e dai lividi. Anche le braccia e le mani sono fratturate e tagliate, mentre sulle spalle sono visibili i segni dei pneumatici della macchina sotto cui quel corpo è stato schiacciato. Sono le sei e trenta di mattina quando una donna si avvicina a quel corpo, così irriconoscibile da sembrare un ammasso di stracci. Invece è un uomo. Ed è così sfigurato quell’uomo, che solo dopo sette ore riescono ad identificarne il nome. È Pier Paolo Pasolini. 

Il nome dell’assassino è quello di Giuseppe Pelosi, detto «Pino la Rana».
Ma fu davvero Giuseppe Pelosi ad uccidere Pier Paolo? Su questa tesi è stato detto tutto e il contrario di tutto, tuttavia fu questo il responso che chiuse definitivamente il caso. 

Due raccapriccianti fatalità. La prima è il luogo del delitto: la periferia suburbana dei più celebri romanzi pasoliniani nonché il luogo in cui il celebre letterato, in un suo film, aveva progettato di morire. La seconda, ancor più dura fatalità è l’assassino: un ragazzo di vita. Pasolini trascorreva le sue ore nelle borgate romane; solo lì il celebre poeta riusciva a respirare l’odore della vita, quella vera, quella semplice, quella realtà fatta di violenza e di povertà. E quelle donne povere, quegli uomini violenti, quei ragazzi che prendevano a calci il destino, che si prostituivano per una manciata di spiccioli, erano i protagonisti dei romanzi di Pier Paolo, delle sue poesie, dei suoi film. 

Era quella la realtà che Pasolini voleva farci vedere a tutti i costi, quella che voleva farci conoscere, quella che voleva sbattere in faccia ai borghesi, suoi acerrimi nemici. E invece, Pasolini fu ucciso proprio da quel mondo disgregato che lui amava tanto descrivere. 

Ma ancora oggi, che sono trascorsi quasi trent’anni da quella notte maledetta, le circostanze del delitto appaiono sfocate come una vecchia foto in bianco e nero. C’è chi ancora oggi pensa che Pasolini sia stato ucciso da Giuseppe Pelosi, che il poeta conobbe alla stazione Termini poche ore prima di essere ucciso; c’è chi sostiene tuttora che Pelosi non era solo, non poteva esserlo, poiché le ferite inflitte non potevano essere frutto della violenza di una sola persona; ma soprattutto, c’è chi afferma che Pier Paolo sia stato ucciso perché sapeva troppo, perchè parlava troppo. 

«Indegnità, disprezzo per i cittadini, manipolazione del denaro pubblico, intrallazzo con i petrolieri, gli industriali, i banchieri, connivenza con la mafia, alto tradimento in favore di una nazione straniera, collaborazione con la CIA, responsabilità nelle stragi di Milano, Brescia e Bologna…», ecco cosa scrisse Pasolini una settimana prima di essere brutalmente assassinato, ed ecco cosa fa pensare che il suo assassinio non fu un semplice raptus istintivo del Pelosi, non un drammatico incidente. 

Perché Pasolini, il corsaro dalla disperata vitalità, sapeva, sapeva troppo. Per l’intera generazione post-sessantotto, il delitto Pasolini fu un caso che sparò dritto alle coscienze degli italiani. Per il nome della vittima, per le tragiche modalità dell’omicidio, per quei misteri che da quasi trent’anni appaiono irrisolti. Condannato perché omosessuale? Perché secondo i canoni ipocriti della nostra società un uomo diverso è immorale? Per la sua istintiva sete di verità che lo portava ad accusare le scorrettezze dello Stato? Per le pesanti accuse che scagliò contro i potenti di allora? Domande a cui, purtroppo, non ci sono mai state e non ci saranno mai risposte. 

Ma chi era davvero Pier Paolo Pasolini? Un noto romanziere? Un famoso regista di opere teatrali e cinematografiche? Un saggista? Un focoso critico letterario nonché un acceso polemista? Pasolini era tutto questo; ma, prima di tutto, era un grandissimo poeta in quanto i suoi romanzi sono colmi di pura poesia, e le sue opere cinematografiche sono dapprima versi dalla liricità sconvolgente, poi film. 

Nacque «in una città piena di portici» (Bologna) nell’anno «in cui i fascisti marciarono su Roma» (1922): così egli amava presentarsi. Visse a Bologna, a Parma, a Cremona e in altre città del Nord, fino a trasferirsi a Casarsa, paese natale della madre, dove compose i suoi primi versi in dialetto friulano. Laureatosi in Lettere presso l’Università di Bologna, ritornò a Casarsa per insegnare letteratura in una scuola media del paese, ma ben presto fu costretto a fuggire a causa di un alunno che accusò di aver avuto rapporti sessuali col già noto poeta bolognese. Pier Paolo fuggì con la madre a Roma e lì scoprì quel mondo che lo affascinò così tanto da usarlo come sfondo per i suoi romanzi e per le sue opere. È il mondo delle borgate, della povertà, della miseria, dello squallore che per Pasolini fu amore a prima vista. Sono gli anni in cui pubblica i famosissimi e duri romanzi “Ragazzi di vita” (che gli provocò un processo) e “Una vita violenta”, entrambi ambientati in quel mondo allucinato e disgregato delle periferie suburbane romane. 

Nel frattempo diventa anche un acceso e feroce opinionista per diverse testate nazionali e, a riguardo, un giorno ammise al suo amico letterato Moravia: «Ogni volta che esco con una ‘battuta’ sento di rischiare la vita». Sono gli anni in cui Pasolini accusa duramente il potere e la borghesia; gli anni in cui svela i retroscena oscuri del nostro paese, facendo luce sugli imbrogli dello Stato e della mafia. Ben presto diventa un personaggio scomodo, un grillo parlante infermabile, un uomo solo circondato da numerosi nemici, che lotta per dire la verità, anche se questa fa male. 

«Solo grazie alla morte, la nostra vita ci serve ad esprimerci», affermava Pasolini quando era ancora in vita. Ma in molti affermano che, anche dopo la sua morte, il poeta avrebbe ripetuto queste stesse parole, avrebbe usato la stessa durezza e ferocia nei confronti della vita che a volte appare inspiegabile, difficile da capire. 

Una vita che trionfa solo con la morte. Una vita, quella di Pier Paolo, durata solamente 54 anni. Una vita perennemente in divieto di sosta, una vita contro, una vita vissuta da diverso che amava armarsi fino ai denti pur di difendere le sue idee. Perchè questa, in fondo, è stata la vita di Pasolini. Ed è anche questa l’immagine che ancora oggi amiamo di lui. Un uomo che è stato acerrimo nemico di quel potere che non lascia spazio agli umili; un uomo castigato e deriso da una società col dito perennemente puntato contro; un uomo, Pier Paolo Pasolini, che era un poeta della letteratura ma soprattutto un poeta della vita, un poeta che prestava voce alle verità scomode, anche a costo di dover mettere a rischio la propria esistenza. 

Urlava la verità senza vincoli e vie di mezzo. Un urlo che è stato brutalmente soffocato. Per sempre.

 












 


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