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I contributi dei visitatori

"Pagine corsare"
Contributi dei visitatori

11.30: non ho preso l’optalidon
(Omaggio a P.P.P)
di Chiara Daino


 
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Si tratta di un monologo interpretato da Chiara Daino a Genova (Facoltà di Lingue, Palazzo Serra, 8 novembre 2006), per la presentazione di Philologia Pauli di Massimo Sannelli. È stato composto dalla stessa Chiara Daino assemblando opere di/su Pier Paolo Pasolini.

11.30: non ho preso l’optalidon
(Omaggio a P.P.P)

Dio mio, ma allora cos'ha
lei all'attivo? ..."
"Io? – [un balbettio, nefando
non ho preso l'optalidon, mi trema la voce 
di ragazzo malato] –
Io? Una disperata vitalità.
Se qualcuno mi chiede (e qualcuno 
me lo chiede) dove vado con me 
risponderei di non saperlo. Ho avuto 
fin nel ventre materno, con la gioia, 
questa sicurezza in una vera, 
assoluta, inconoscibile irrealtà.
L’undici e mezza mi sento morire 
Dio mio, ma allora cos'ha
lei all'attivo? ..."
"Io? – [un balbettio, nefando
non ho preso l'optalidon, mi trema la voce 
di ragazzo malato] –
Io? Una disperata vitalità
Vitalità (la diversità)
La diversità che mi fece stupendo 
e colorò di tinte disperate 
una vita non mia, mi fa ancora 
sordo ai comuni istinti, fuori dalla 
funzione che rende gli uomini servi 
e liberi. Morta anche la povera 
speranza di rientrarvi, sono solo
(e non voglio esser solo) sono solo
per essa, coscienza. 
E poiché il mondo non è più necessario 
a me, io non sono più necessario.
L’undici e mezza mi sento morire 
Dio mio, ma allora cos'ha
lei all'attivo? ..."
"Io? – [un balbettio, nefando
di ragazzo malato] –
Io? Una disperata vitalità
...El vuelo! el vuelo! el vuelo! 
…A. Machado… 
…A Casarsa 
A Casarsa nasceva, un giorno, il sole: 
e io dov'ero? Nella schiuma lieve 
iridata del sonno, con il cuore 
dentro un soave bozzolo di luce, 
volavo. Estasiato, senza ali, 
volavo a mezza strada tra la terra 
e il cielo, volavo nella luce 
delle campagne illuminate in sogno.
L’undici e mezza mi sento morire 
E io dov’ero? Volavo 
Dio mio, ma allora cos'ha
lei all'attivo? ..."
"Io? – Una disperata vitalità
Io vorrei soltanto vivere
pur essendo poeta
perché la vita si esprime anche solo
con se stessa...
perché la vita si esprime anche solo
con se stessa....

Non c’è altra poesia che l’azione reale
Non c’è altra poesia che...

La tramontana... 
Era l'inizio del giorno 
Per misteriosa elezione... 
...ma quando, a notte... 
I Santi? Non sono... 
Il sole, il sole... 
Non so che amarezza... 
Scommettitori, puntate... 
Ecco, sono stato condannato 
APPENDICE: La mancanza di richiesta di poesia

Dio mio, ma allora cos'ha 
lei all'attivo? ..." 
"Io? – [un balbettio]
Io? Dov’ero?
Volavo

Padre nostro che sei nei Cieli, 
io non sono mai stato ridicolo in tutta la vita.
Ho sempre avuto negli occhi un velo d'ironia. 
Padre nostro che sei nei Cieli: 
ecco un tuo figlio che, in terra, è padre...

 (Cerco il perdono da la madre mia)

È a terra, non si difende più...
Se tu lo interroghi, egli è pronto a risponderti. 
È loquace. Come quelli che hanno appena avuto 
una disgrazia e sono abituati alle disgrazie. 
Anzi, ha bisogno, lui, di parlare: 
tanto che ti parla anche se tu non lo interroghi.

E non può più parlare
 – le undici e un quarto –
Quanta inutile buona educazione! 
Non sono mai stato maleducato una volta nella mia vita.
Avevo il tratto staccato dalle cose, e sapevo tacere. 
Per difendermi, dopo l'ironia, avevo il silenzio.

( e silenziose primule…)

Padre nostro che sei nei Cieli: 
sono diventato padre, e il grigio degli alberi 
sfioriti, e ormai senza frutti, 
il grigio delle eclissi, per mano tua mi ha sempre difeso.
Mi ha difeso dallo scandalo, dal dare in pasto 
agli altri il mio potere perduto. 
Infatti, Dio, io non ho mai dato l'ombra di uno scandalo. 
Ero protetto dal mio possedere e dall'esperienza 
del possedere, che mi rendeva, appunto, 
ironico, silenzioso e infine inattaccabile come mio padre.

(Cerco il perdono da la madre mia)

Ora tu mi hai lasciato. 
Ah, ah, lo so ben io cosa ho sognato
Quel maledetto pomeriggio! Ho sognato Te.
Ecco perché è cambiata la mia vita. 
E allora, poiché Ti ho, 
che me ne faccio della paura del ridicolo?
I miei occhi sono divenuti due buffi e nudi
lampioni del mio deserto e della mia miseria. 

(Un balbettio, nefando… Non ho preso l'optalidon)
Padre nostro che sei nei Cieli! 
Che me ne faccio della mia buona educazione?
Chiacchiererò con Te come una vecchia, o un povero 
operaio che viene dalla campagna, reso quasi nudo 
dalla coscienza dei quattro soldi che guadagna
e che dà subito alla moglie – restando, lui, squattrinato, 
come un ragazzo, malgrado le sue tempie grigie 
e i calzoni larghi e grigi delle persone anziane... 
chiacchiererò con la mancanza di pudore 
della gente inferiore, che Ti è tanto cara. 
Sei contento? Ti confido il mio dolore; 

( di ragazzo malato…)

e sto qui a aspettare la tua risposta 
come un miserabile e buon gatto aspetta 
gli avanzi, sotto il tavolo: Ti guardo, Ti guardo fisso, 
come un bambino imbambolato e senza dignità. 
La buona reputazione, ah, ah! 
Padre nostro che sei nei Cieli, 
cosa me ne faccio della buona reputazione, e del destino 
– che sembrava tutt'uno col mio corpo e il mio tratto –
di non fare per nessuna ragione al mondo parlare di me? 
Che me ne faccio di questa persona
cosi ben difesa contro gli imprevisti?

Mezzanotte m’ho da confessare

* * *

L’undici e mezza mi sento morire
Bisogna resistere
nella rabbia e nello scandalo
nello scandalo e nella rabbia più che mai,
ingenui come bestie al macello 

Dio mio, ma allora cos'ha
lei all'attivo? ..."
"Io? – [un balbettio, nefando
non ho preso l'optalidon, mi trema la voce 
di ragazzo malato] –
Io? Una disperata vitalità 
Sesso, consolazione della miseria! 
La puttana è una regina, il suo trono 
è un rudere, la sua terra un pezzo 
di merdoso prato, il suo scettro 
una borsetta di vernice rossa: 
abbaia nella notte, sporca e feroce 
come un'antica madre: difende 
il suo possesso e la sua vita.

Il volgar’eloquio: amalo!

I magnaccia, attorno, a frotte, 
gonfi e sbattuti, coi loro baffi 
brindisi o slavi, sono 
capi, reggenti: combinano 
nel buio, i loro affari di cento lire, 
ammiccando in silenzio, scambiandosi 
parole d'ordine: il mondo, escluso, tace 
intorno a loro, che se ne sono esclusi, 
silenziose carogne di rapaci.

Lega e nutri la vacca smarrita
(purché sia una vacca) 
Dio mio, ma allora cos'ha
lei all'attivo? ..."
"Io? – [un balbettio, nefando
non ho preso l'optalidon, mi trema la voce 
di ragazzo malato] –
Io? Una disperata vitalità
Ma nei rifiuti del mondo, nasce 
un nuovo mondo: nascono leggi nuove 
dove non c'è più legge; nasce un nuovo 
onore dove onore è il disonore... 
Nascono potenze e nobiltà, 
feroci, nei mucchi di tuguri, 
nei luoghi sconfinati dove credi 
che la città finisca, e dove invece 
ricomincia, nemica, ricomincia 
ricomincia, nemica, ricomincia
ricomincia, nemica, ricomincia
 

per migliaia di volte, con ponti 
e labirinti, cantieri e sterri, 
dietro mareggiate di grattacieli, 
che coprono interi orizzonti. 

Dire “Buonanotte” anziché “Vorrei morire”

Dio mio, ma allora cos'ha
lei all'attivo? ..."
"Io? – [un balbettio, nefando] –
Nella facilità 
nella facilità dell'amore 
il miserabile si sente uomo: 
fonda la fiducia nella vita, fino 
a disprezzare chi ha altra vita. 
I figli si gettano all'avventura 
sicuri d'essere in un mondo 
che di loro, del loro sesso, ha paura. 
La loro pietà è nell'essere spietati, 
la loro forza nella leggerezza, 
la loro speranza nel non avere speranza.

Del tosatel la parola é rispetto.
(Eccesso d’ingenuità.
Eccesso di squisitezza) 
Del tosatel la parola é rispetto.

La parola. Il teatro di parola-

Dio mio, ma allora cos'ha
lei all'attivo? ..."
"Io? – [un balbettio] –
Una coltre di primule... 
Scheletri col vestito... 
Quando una troupe... 
Vedo la troupe in ozio... 
Un solo rudere... 
Ci vediamo in proiezione... 
Lavoro tutto il giorno... 
Supplica a mia madre 
La ricerca di una casa 
La realtà…

Realtà:

Mi domando che madri avete avuto. 
Se ora vi vedessero al lavoro 
in un mondo a loro sconosciuto, 
presi in un giro mai compiuto 
d'esperienze così diverse dalle loro, 
che sguardo avrebbero negli occhi? 

Che madri avete avuto...

Se fossero lì, mentre voi scrivete 
il vostro pezzo, conformisti e barocchi, 
o lo passate, a redattori rotti 
a ogni 
ogni compromesso, capirebbero chi siete? 
Madri vili, con nel viso il timore 
antico, quello che come un male 
deforma i lineamenti in un biancore 
che li annebbia, li allontana dal cuore, 
li chiude nel vecchio rifiuto morale. 

Cerco il perdono da la madre mia

non ho preso l'optalidon
Madri vili, poverine, preoccupate 
che i figli conoscano la viltà 
per chiedere un posto, per essere pratici, 
per non offendere anime privilegiate, 
per difendersi da ogni pietà. 
Madri mediocri, che hanno imparato 
con umiltà di bambine, di noi, 
un unico, nudo significato, 
con anime in cui il mondo è dannato
HANNO IMPARATO 
a non dare né dolore né gioia. 
Dio mio, ma allora cos'ha
lei all'attivo? ..."
Catenaccio – Triangolazioni – Conclusioni
Goal 
Io? Mi domando che madri avete avuto. 

Madri mediocri, che non hanno avuto 
per voi mai una parola d'amore, 
se non d'un amore sordidamente muto 
di bestia, e in esso v'hanno cresciuto, 
impotenti ai reali richiami del cuore. 
Madri servili, abituate da secoli 
a chinare senza amore la testa, 
a trasmettere al loro feto 
l'antico, vergognoso segreto 
d'accontentarsi dei resti della festa. 
Madri servili, che vi hanno insegnato 
come il servo può essere felice 
odiando chi è, come lui, legato, 
come può essere, tradendo, beato, 
e sicuro, facendo ciò che non dice. 
Facendo ciò che non dice
Facendo...

Chinare senza amore la testa
Io? Mi domando che madri avete avuto.

Madri feroci, intente a difendere 
quel poco che, borghesi, possiedono, 
la normalità e lo stipendio, 
quasi con rabbia di chi si vendichi 
o sia stretto da un assurdo assedio. 

Cerco il perdono da la madre mia
non ho preso l'optalidon

Madri feroci, che vi hanno detto: 
Sopravvivete! Pensate a voi! 
Non provate mai pietà o rispetto 
per nessuno, covate nel petto 
la vostra integrità di avvoltoi! 

Sopravvivete

Ecco, vili, mediocri, servi, 
feroci, le vostre povere madri! 
Che non hanno vergogna a sapervi 
– nel vostro odio – addirittura superbi, 
se non è questa che una valle di lacrime. 
E' così che vi appartiene questo mondo: 
fatti fratelli nelle opposte passioni, 
o le patrie nemiche, dal rifiuto profondo 
a essere diversi: a rispondere 
del selvaggio dolore di esser uomini. 

Dio mio, ma allora cos'ha 
lei all'attivo? ..." 
"Io? – Una disperata vitalità. 
E oggi vi dirò che non solo
bisogna impegnarsi nello scrivere, ma nel vivere
E non voglio esser solo. Ho un'infinita fame 

FAME! FAME! FAME

d'amore, dell'amore di corpi senza anima. 
Perché l'anima è in te, sei tu, ma tu 
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù: 
ho passato l'infanzia schiavo di questo senso 
alto, irrimediabile, di un impegno immenso. 
Era l'unico modo per sentire la vita, 
l'unica tinta, l'unica forma: ora è finita. 
Sopravviviamo: ed è la confusione 
di una vita rinata fuori dalla ragione. 
Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire. 
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile… 
L’undici e mezza mi sento morire

non ho preso l'optalidon, mi trema la voce …
Prendi questo fardello, ragazzo che mi odi e portalo tu.
È meraviglioso. Io potrò così andare avanti...

Come un naufrago incolume mi volgo 
e vedo, inteneriti dal passato, 
alle mie spalle, oceani di rare 
viole, di silenziose primule. 
(Avevo il silenzio)
E' già un sogno lontano più del cielo 
il paesaggio di germogli azzurri 
che il trasparente Aprile intiepidiva. 
IN UN FUTURO APRILE. NON MORIRE.

Il tempo è dileguato senza moto: 
le farfalle che volano pudiche, 
i fiori violenti, l'irta quiete... 
E so ancora atterrirmi ad un accento 
che disaccordi con la fioca musica 
dei campi? Alzare il capo, puerilmente, 
angosciato dai baratri celesti 
tra i veli tranquilli delle nuvole? 
Se l'iroso usignolo nell'azzurro 
arido, esala i suoi canti diurni, 
lo ascolto ardente, ma non ho speranza. 
Io non sogno, son veglio...

E non voglio esser solo

Dio mio, ma allora cos'ha
lei? ..."
"Io? Una disperata vitalità
Come in un velo giallo... 
Camminavo nei dintorni... 
Un aeroplano... E volavo... 
Manca sempre qualcosa... 
Un biancore di calce... 
L'idea di venir meno... 
Il film l'ho già girato... 
Credendomi inaridito... 
Così mi salvo... 

Questo è teatro. Questo non è teatro.
Lo stupendo Living Theatre 
...Il grande Totò
il folle Totò...
Carmelo! Bene...
Il Teatro del Gesto o dell’Urlo.

Torno, ritrovo il fenomeno... 
Torno... e una sera... 
Torno, e mi trovo...

Dio mio, ma allora cos'ha
lei all'attivo? ..."
"Io? 
Comunicato dell'Ansa (Propositi) 
Comunicato dell'Ansa (Scelta stilistica) 
Comunicato dell'Ansa (Ninetto) 
Comunicato dell'Ansa (Un cane) 
Trasumanar e organizzar 
la porta della storia

La porta della storia è una Porta Stretta 
infilarsi dentro costa una spaventosa fatica 
c’è chi rinuncia e dà in giro il culo 
e chi non ci rinuncia, ma male, e tiri fuori il cric dal portabagagli, 
e chi vuole entrarci a tutti i costi, a gomitate ma con dignità; 
ma son tutti là, davanti a quella Porta. 

Dio mio, ma allora cos'ha
lei? ..."
Io?
Che io possa esser dannato
se non ti amo.
Solo l’amare, solo il conoscere conta,
non l’aver amato,
non l’aver conosciuto.

L’undici e mezza mi sento morire 
Portalo tu...

E se così non fosse
non capirei più niente
tutto il mio folle amore
Gli vidi in faccia la mia gioventù 

lo soffia il cielo
lo soffia il cielo
così

passa Pasolini guai a chi lo tocca 

ma l'erba soavemente delicata
di un profumo che da gli spasimi 
– tu non fossi mai nata –

Portalo tu
tutto il mio folle amore
lo soffia il cielo
lo soffia il cielo
così

passa Pasolini guai a chi lo tocca 
il derubato che sorride
ruba qualcosa al ladro
ma il derubato che piange
ruba qualcosa a se stesso
perciò io vi dico
finché sorriderò
tu non sarai perduta
passa Pasolini guai a chi lo tocca 
ma queste son parole
e non ho mai sentito
che un cuore, un cuore affranto
si cura
l'unico e tutto il mio folle amore
Le undici le volte che l'ho visto 

lo soffia il cielo
lo soffia il cielo
così

passa Pasolini guai a chi lo tocca 

Dio mio, ma allora cos'ha
lei all'attivo? ..."
"Io? – passa Pasolini 

Persi le forze mie persi l’ingegno
Torno e mi ritrovo...
Persi le forze mie 
Che la morte m’è venuta a visitare 
E leva le gambe tue da questo regno! 
E non voglio esser solo

Le undici e un quarto io mi sento ferito 
Davanti agli occhi ho le mani spezzate 
E la lingua mi diceva “è andata è andata” 
lo soffia il cielo
lo soffia il cielo

Le undici e un quarto mi sento ferito 

L’undici e mezza mi sento morire 
La lingua mi cercava le parole
ma queste son parole!
COMUNICATO DELL’ANSA 
Non ho preso l'optalidon, mi trema la voce

E tutto mi diceva che non giova 
non giova non giova... Ho fame
Le undici e mezza mi sento morire 
Mezzanotte m’ho da confessare 
Cerco il perdono da la madre mia 
E questo è un dovere che ho da fare 
Io a mezzanotte m’ho da confessare 

Ma quella notte volevo parlare 
La pioggia il fango e l’auto per scappare 
Solo a morire lì vicino al mare 
E non voglio esser solo
Ma quella notte volevo parlare 

E non può! Non può? 
Può più? parlare può? 
Non può non può 
Può più parlare può 
più parlare 

HO UN’INFINITA FAME

Persi le forze mie persi l’ingegno 
Che la morte m’è venuta a visitare
come mio padre.

E leva le gambe tue da questo regno! 
Persi le forze mie persi l’ingegno 

Dio mio, ma allora cos'ha
lei all'attivo? ..."
"Io? – [un balbettio, nefando
non ho preso l'optalidon, mi trema la voce 
di ragazzo malato] –
Io?

Passa Pasolini guai a chi lo tocca

Una disperata vitalità

 
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Vedi anche: tutti gli aggiornamenti di "Pagine corsare" da ottobre 1998
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11.30: non ho preso l’optalidon (Omaggio a P.P.P), di Chiara Daino

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