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Contributi dei visitatori Il mio Pasolini
È un comportamento che in Italia non viene considerato valoroso, ma avventato. Al punto da demolirlo, se si può: non c'è niente di più eretico di un eretico in questo Paese vaticano, e non c'è nulla di più santo che bruciarlo. Pasolini lo sapeva, e non si sottraeva. Non si è mai sottratto. Forse è vero che voleva uccidersi, e si uccideva ogni giorno non negandosi ad alcun casus belli. Consapevole che le battaglie logorano, ammalano il morale fino ad essiccarlo. Non ho mai incontrato nessuno tanto disponibile a gettare ogni volta il capitale di stima appena accumulato, faticosamente riconquistato. Pasolini andava ogni giorno al casino della vita, puntando tutto, sapendo di perdere. Penso che il suo cupio dissolvi fosse una forma di umiltà: nulla mi vieta di credere che, invecchiando nell'era digitale, avrebbe inondato anche i più oscuri blog delle sue folgorazioni devastanti. Cosa che nessun intellettuale oggi si abbassa a fare: comunicano solo tra loro, scambiandosi colpi di maglio per le loro guerre personali, che pretendono epocali e rappresentative. Pasolini seguiva il percorso inverso: partiva da una questione universale e ci s'immergeva, impregnandola della sua esperienza, della sua intuizione e della sua cultura. Ed era feroce se occorreva: capacissimo di stroncare un nome magniloquente con un semplice, sprezzante “no”. Almeno quanto era propenso a stendere lenzuola di concetti per arrivare al cuore di un problema che lo appassionava, senza riguardo al rango dell'interlocutore. Si chiama: democrazia. Oggi invece la democrazia degli uomini di cultura odora di distanza, di autoreferenza. E di vigliaccheria: quante giravolte, quanta astuzia verbale per dire tutto e il contrario di tutto, purché nulla sia certo.
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