Contributi dei visitatori
 


Vedi anche: tutti gli aggiornamenti di "Pagine corsare" da ottobre 1998 
.
..
"Pagine corsare"
Contributi dei visitatori

Lettera aperta
a Pier Paolo Pasolini 
di Vittorio Leone
Rivista culturale "Artéria" di Acerra

.
Caro Pier Paolo,
.
è con stima e timore di allievo che mi rivolgo a te. Al te poeta, scrittore e soprattutto profeta. Volevo solo metterti al corrente dell’esattezza quasi scientifica delle tue profezie (credo che se tu non fossi stato un comunista-omosessuale avrebbero pensato addirittura di beatificarti).

C’è un solo fatto che tu, e mi perdonerai il tu confidenziale, nella tua disperata vitalità non potevi prevedere, ovvero che quegli atti del primo Dopostoria sono oggi ancora più attuali e che, a distanza di trent’anni, la nuova Preistoria tarda a venire.

La tua proiezione profetica era piena di speranza. La nuova Preistoria era per te forse l’unica salvezza. Il tuo essere marxista ti spingeva a scorgere in quella fine epocale un nuovo inizio, per dirla con Virno, una nuova genealogia. Ed è proprio questa stessa speranza che leggo nel tuo trattatello pedagogico a Gennariello, ultimo rappresentante dello scugnizzo napoletano. Perché proprio ad un napoletano, lo giustifichi attribuendo a Napoli un’ultima resistenza al cambiamento storico di quegli anni, ma ahimè, mio caro Pier Paolo, anche Napoli è entrata con pieno merito nell’attualità che tu tanto disprezzavi, e che resta attualità tutt’ora. Quei napoletani rimasti sempre gli stessi in tutta la storia, quella povertà, quell’ignoranza e quelle scenette da basso, che tu tanto amavi, e che probabilmente ti ricordavano il mondo e i fratelli che cercavi, ora non sono più.

Uno scrittore catalano, all’inizio degli anni '90, poteva ancora dire di Napoli: «…è l’ultima città orientale che manca di quartiere europeo». Forse el barrio europeo non c’è ancora, ma la mia città, e soprattutto i giovani di questa città, sono degli infelici. Quella folla che tanto sentivi vicina perché profondamente umana, è morta, anche qui. È diventata la folla che ti disgustava… «E mi disgustano soprattutto i giovani: questi giovani imbecilli e presuntuosi, convinti di essere sazi di tutto ciò che la nuova società offre loro: anzi, di essere, di ciò, esempi quasi venerabili». Giovani che sì, per colpa dei loro padri, vivono la tragica fine della storia, ma anche per loro colpa, per la non volontà di disfarsene. «I figli che ci circondano sono quasi tutti dei mostri (mostruoso è chi è nato dalle viscere di una donna morta). Il loro aspetto fisico è quasi terrorizzante, e quando non terrorizzante, è fastidiosamente infelice. Orribili pelami, capigliature caricaturali, carnagioni pallide, occhi spenti. (…) Sono maschere di una integrazione diligente e incosciente, che non fa pietà. (…) Nei casi peggiori, sono dei veri e propri criminali. Quanti sono questi criminali? In realtà, potrebbero esserlo quasi tutti. (…) Essi non hanno nessuna luce negli occhi: i lineamenti sono lineamenti contraffatti di automi, senza che niente di personale li caratterizzi da dentro. La stereotipia li rende infidi. Il loro silenzio può precedere una trepida domanda di aiuto (che aiuto?) o può precedere una coltellata». 

Ecco come tu, o Poeta, guardavi profeticamente il mio tempo. Dimmi quindi, non ti sembra legittimo che mi manchi Gennariello, ormai fuori dalla storia, pieno di allegria e di naturale affetto? Mi manca l’imbroglione accorto dagli occhi ridarelli e quella vitalità che nemmeno più qui è del ragazzo povero come di quello borghese.

Ora mi chiedo, se ancora fossi qui, cosa diresti ad un ormai forzatamente immaginario Gennariello? Credo che tu già allora ti rivolgessi ad un ragazzo futuro (ero io?) e che ora gli diresti, forse ancora più convinto: che non solo la televisione come la scuola dell’obbligo andrebbero aboliti, ma che, quanto agli insegnanti e agli impiegati della tv, li lasceresti essere mangiati, come suggeriva Swift. E l’arte? Cosa dovrebbe oggi insegnare l’arte? Forse dovremmo aspettarci qualche insegnamento dalle pseudomostre che ci propongono (vedi Picasso in esposizione a Salerno, mostra che di Picasso ha solo il nome sul logo pubblicitario). 

Probabilmente continueresti a dire che non sono la povertà e l’arretratezza il male peggiore e che le cose moderne, introdotte dal capitalismo, ci hanno resi dei pagliacci infelici. Che proprio nel nuovo linguaggio delle cose (le cose di consumo) è il vero e più profondo salto generazionale che la storia ricordi.

Ah, se solo i nostri padri, tuoi figli, avessero ascoltato! Se solo ancora noi figli ascoltassimo!

«È il possesso culturale del mondo che dà la felicità», e… «Ricorda che non avrai più tanto desiderio di sapere e di amare come in questi anni: e devi selvaggiamente approfittarne, leggere e imparare come un pazzo».

Ci allontaniamo sempre più dal disfarci dell’eredità paterna e, senza innocenza, viviamo la condizione di figli che saranno a loro volta padri colpevoli.

“Proprio perché è festa.
E per protesta voglio morire di umiliazione.
Voglio che mi trovino morto col sesso fuori,
coi calzoni macchiati di seme bianco, tra
le saggine laccate di liquido color sangue” [1].
Era una domenica, giorno di festa, ed è proprio così che fu trovato il tuo cadavere a Ostia, che vuol dire ‘vittima consacrata’. Eppure, guardandomi intorno, sento il dovere di dirti che il tuo sacrificio è stato vano
-------------------
NOTA
[1] Pier Paolo Pasolini, Bestia da stile, Ed. Mondadtori.

 


Lettera aperta a Pier Paolo Pasolini
 

Vai alla pagina principale