I contributi dei visitatori di "Pagine corsare"
 

"Pagine corsare"
I contributi dei visitatori 

Quando nascemmo indiani
di Daniel Agami asclepiade1982@virgilio.it

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La Bologna che tiene a battesimo (finalmente) il Centro Studi-Archivio Pier Paolo Pasolini di Bologna - nato grazie a una cospicua donazione documentaria dall’Associazione Fondo Pier Paolo Pasolini di Roma (1), avvenuta alla fine del 2003 - è una Bologna città di cultura e di retrospettiva, che dedica una sera al mese all’artista (perché Pasolini, lo sappiamo benissimo, era un artista) mediante la divulgazione e la critica delle sue opere. 

E quale milieu più adatto di Officinema, cineclub fratellino dello storico cineclub Lumière (ora trasferitosi nel cuore dell’ex Manifattura Tabacchi di Bologna)? (2) Quale scenario migliore di Officinema, nuova sala cinematografica della Cineteca di cui figura come presidente proprio un Giuseppe Bertolucci, regista inevitabilmente sensibile ai luoghi poetici pasoliniani? Officinema, che fin dal nome richiama la celebre avventura di Pier Paolo Pasolini, con Roberto Roversi, Francesco Leonetti e Gianni Scalìa, nel giornalismo culturale di Officina

L’incontro del 2 Novembre 2004, Pasolini e il cinema in forma di appunti, reso tetro effettivamente da quell’insopportabile (e, ammettiamolo, disgustoso) anniversario di morte, ha però offerto al pubblico presente un’occasione non solo per riflettere (e guardare) il documentarista Pasolini, ma anche per apprezzare un lodevole lavoro di vera e propria filologia paratestuale, che Loris Lepri e Roberto Chiesi, dipendenti della Cineteca di Bologna e responsabili del Centro-Studi Archivio succitato, hanno realizzato non da semplici  responsabili e organizzatori, ma da appassionati - così pare - filologi di Pasolini,  montando un vero e proprio paratesto al “film della serata”(come, semplicemente, può essere anche un film di Pasolini), Appunti per un film sull’India

Coerentemente con  questi tempi multimediali, la serata prevedeva un vero e proprio programma di proiezione, come in un cinematografo dei tempi andati, in cui al film era abbinato un cortometraggio d’animazione o una comica: in questo caso, un vero e proprio cimelio audio, un estratto dalla trasmissione radiofonica In India con Pier Paolo Pasolini

In India con Pier Paolo Pasolini fu una rubrica radiofonica (trasmessa, in anni di monopolio radiotelevisivo, da Radio Rai ovviamente) di attualità, uno speciale in più puntate, andato in onda nel febbraio 1968 curata e condotta da Romano Costa (3).Un frammento breve, di cinque minuti, in cui Pier Paolo Pasolini confida  l’impossibilità  di girare un film sull’India e in India, per fare luogo a un vero e proprio Poema del Terzo Mondo (che comprendesse sì l’India, ma anche i ghetti afroamericani di New York, un film - addirittura - su Malcom X, l’Africa-luogo considerato primitivo e in una condizione astorica fin da Hegel, nelle sue Lezioni sulla filosofia della storia), salvo poi abbandonare l’idea stessa di un film narrativo, e conservarne l’abbozzo sotto forma di “appunti”. 

Una testimonianza importante e curiosa, nel mezzo di comunicazione scelto (Pasolini comparve spesso come ospite in varie trasmissioni radiofoniche, ma alla radio preferiva forse la visibilità della televisione, mostruoso media di cui aveva intuito già la strategica diffusione) e nel paratesto visivo abbinato, ben curato da Lepri e Chiesi, che mostrava fotografie e immagini di Pasolini provenienti direttamente dall’archivio del Centro Studi, mediante l’uso del videoproiettore, interpolando con immagini iconiche il testo radiofonico di Pasolini, ben mirato a evitare sguardi persi nel vuoto in quella singolare situazione di andare al cinema per ascoltare la radio. 

L’apparato paratestuale di supporto comprendeva inoltre un estratto audiovisivo da una intervista di Philo Bregstein a Pier Paolo Pasolini (non meglio precisata), rilasciata ad Utrecht nel 1969, in cui si ritornava ovviamente all’argomento indiano su cui era incentrata la serata. 

Ma quel che a noi, manco a dirlo, è piaciuto molto è stato soprattutto il protagonista della serata, Appunti per un film sull’India. Per una descrizione (e comprensione) dell’opera rimandiamo alla informativa e centrata recensione di Angela Molteni, qui collegata, ma non si può non notare un evento che oseremmo dire unico, in genere e soprattutto relativamente alla filmografia del poeta: in anni in cui la televisione distrugge il cinema e le cui ceneri trasmette, in cui è il cinema ad essere programmato e trasmesso in televisione, per una volta è accaduto il contrario, ovvero che sia stata la televisione ad essere programmata e trasmessa al cinema, che il cinema abbia proiettato la televisione. 

Il paradosso è dato da un apax televisivo, un unicum nella vita artistica di Pasolini: Appunti per un film sull’India  è un film tv , un documentario per la televisione italiana, un servizio giornalistico (anche se Pasolini smentiva velleità giornalistiche: «Non ho mai fatto il giornalista e neanche saprei farlo…») che Pasolini realizzò per quella Rai democristiana che lo bistrattava, da cui però era evidentemente attirato, nonostante tutto, forse, aggiungeremmo, per quell’idea di servizio pubblico che l’ideologia didattica democristiana imponeva. E se fu la Rai l’unico produttore ad accettare il progetto, Pasolini realizza gli Appunti per un film sull’India per la rubrica televisiva istituzionale, quel Tv7 (4), che dopo più di quarant’anni - e un’interruzione di un quarto di secolo -  è ancora programmato. 

Già in passato altri registi cinematografici e scrittori avevano accettato inchieste per la televisione (Roberto Rossellini, Ugo Gregoretti o Mario Soldati) e Pasolini rinnova questo piccolo connubio. Lo fa con un’eredità impegnativa, parlare di India senza cadere nelle banalità e negli stereotipi letterari dell’Orientalismo: già Alberto Moravia, con cui Pasolini fece un primo viaggio in India insieme ad Elsa Morante, aveva scritto pagine non memorabili sull’India, nella prospettiva dello scrittore occidentale; prima ancora bisogna ricordarsi del regista Roberto Rossellini, che realizzò un réportage televisivo - In India con Roberto Rossellini - in dieci puntate, per il supplemento televisivo I viaggi del Telegiornale, trasmesso dalla Rai nel 1958 - e un film per il grande schermo, India matri bhumi (5), una produzione indo-italiana. 

Il documentario di Pasolini tiene a prendere debitamente le distanze da essere il documentario di Pasolini sull’India, per accomodarsi dietro la forma di Appunti che sarà cara al regista sia al cinema (6)  sia in letteratura (7). Appunti, dunque, forma eufemistica di impegno, per un film che avrebbe voluto girare sull’India. Che tipo di film, forse non lo sapeva nemmeno Pasolini: le sue testimonianze parlano di un film sulla stratificazione sociale dell’India, un contrasto dialettico tra realtà e regalità, tra fame e religione, nuclei fondamentali del paese indiano e, con esso, dell’uomo, un film sull’opposizione tra l’India britannica, protettorato del Regno Unito, e l’India stato indipendente - argomento che interessò anche il giovane corrispondente del New York Daily Tribune Karl Marx. 

Il film si sarebbe ispirato a una leggenda della mitologia indiana, secondo cui un maragià vagando in territori innevati, incontra dei tigrotti affamati e, per sfamare gli animali, offre il proprio corpo, in una preistoria dell’India repubblicana, prima del 1857-58: Pasolini avrebbe mostrato gli sviluppi di questa vicenda, nell’India repubblicana, dove questa volta è la famiglia del maragià suicida a essere affamata, in cerca di lavoro, e a morire durante una carestia. Girando l’India, Pasolini sottolinea l’aspetto primitivo, e così poeticamente moderno dello stato-paese indiano: riprende i volti, gli occhi, le rughe, i capelli degli indiani, così indecisi tra mondo perduto d’Oriente e Occidente inglese, vestiti di stracci o in camicia bianca. 

Prova a dialogare in termini classistici (e, dunque marxiani, o almeno di Marx riprende la concezione dell’Economia politica) con la classe operaia, intervistando i proletari e gli operai, laddove però troverà come risposte  quasi esclusivamente dei silenzi, delle pause, dei no-comment o delle incomprensioni, non riuscendo dunque a stabilire comunicazione con la classe operaia (nello stesso anno, un altro intervistatore in un film di Pasolini intervisterà degli operai, tentando un dialogo, in un altro contesto: le fabbriche del  benestante Nord Italia, nel prologo con il critico Cesare Garboli della versione cinematografica di Teorema); e colpisce come Pasolini trovi (o cerchi?) corrispondenti indiani di ruoli occidentali, con cui dialogare: il direttore responsabile di un grande quotidiano nazionale, un cineasta e sceneggiatore della cinematografia indiana (molti anni prima dello sviluppo della cinematografia indiana e del fenomeno di Bollywood),  un dirigente politico del Partito Comunista Indiano, addirittura. 

Pasolini in India riesce a dialogare dunque con  omologhi dei suoi ruoli, esponenti di una sconosciuta (all’Occidente) intellighenzia indiana. Per sapere da loro, se non dal popolo indiano, se un film come quello progettato sarebbe calato nella realtà indiana del 1968, o sarebbe retaggio visivo di un’inutile e perduta leggenda mitologica. 

L’India assume per Pasolini non l’idea di arretratezza (con cui spesso liquidava le osservazioni Alberto Moravia), bensì l’idea di un'altra  preistoria, in quella concezione del primitivismo che sarà poetica cinematografica dell’autore (la Grecia stilizzata, barbarica e istintuale dell’Edipo Re o quella di Medea; la Basilicata nuova Palestina de Il Vangelo secondo Matteo); elogia il villaggio in termini elegiaci, tenta il dialogo con operai afasici, fuori dalla storia, in India; dialoga di fame introducendo l’elemento demografico, principio di economia politica di stampo marxiano; canta, nel documentario, il mondo contadino indiano, come di un mondo ineluttabilmente perduto altrove, eppure ancora così presente nel confine a est del Mondo. 

L’impossibilità di  realizzare un film sull’India è una delle conclusioni del film, che termina con una poetica chiosa finale: «Un occidentale che va in India ha tutto, ma non dà niente. L'India, invece, non ha nulla, in realtà dà tutto». 

A integrare la visione del filmato, come nel più tradizionale dei cineforum, una tavola rotonda  per capire, e approfondire e circoscrivere il documentario  di  Pasolini: oltre a Loris Lepri e Roberto Chiesi, nel duplice ruolo di ospiti e padroni di casa, Giacomo Manzoli (8), e Silvia Albertazzi (9). 

Con un curioso intervento, Albertazzi ha illustrato il pregiudizio europeo nei confronti dell’India, la vera e ossessiva moda elitaria del tour d’India per gli  scrittori e registi del Novecento (10) addentrandosi nell’analisi delle pagine scritte e filmate di Pasolini sull’India, tentando un confronto nientemeno con Salman Rushdie, autore indiano dei Versetti Satanici. Particolare è stato il riferimento della Albertazzi a un film minore, La macchia rosa (11), storia di un documentarista andato in India per girare un documentario sul Gange, che non riuscirà più a reinserirsi nel contesto capitalistico europeo. 

Giacomo Manzoli, su cui gravava il ruolo di autore di saggi su Pasolini, ha invece tentato di desacralizzare il senso stesso della serata, demolendo l’importanza dell’Ideologia in Pasolini (secondo Manzoli, espressione stessa della Passione in realtà), priva di fondamenti provati, in favore della Passione (parafrasando ovviamente il titolo di un importante libro di Pasolini). E osservando che probabilmente sarebbe stato un sacrilegio se Pasolini, uomo bianco, avesse realizzato davvero il film biografico su Malcolm X, per una sorta di reazione elitistica, o di razzismo al contrario, dal momento che Malcolm X è icona gelosamente tenuta dai neri americani, e di cui  giusto Spike Lee, regista e attore afroamericano, ha potuto riprodurre le gesta nell’omonimo film biografico. 

La pars destruens sulla ideologia in Pasolini è stata ovviamente al centro del dibattito con Loris Lepri e Roberto Chiesi, peccato solo che il dibattito successivo, pur nei suoi interessanti interventi, sia stato oziosamente auto-referenziale e circoscritto agli addetti ai lavori, gli ospiti della tavola rotonda, non lasciando spazio per gli interventi del pubblico (e non coinvolgendolo nemmeno, anche per mancanza di tempo, va detto), iniziando, continuando e concludendosi inevitabilmente nell’arco della tavola e delle quattro personalità. 

Ma a parte questo dibattito oziosamente, forse, trascendente dal pubblico, resta il ricordo di una serata riuscita, e a suo modo significativa: e in ultimo, concedetelo, il nostro pensiero non va  all’importanza filologica della serata, o alla più accanita cinefilia, o alla documentazione per voi lettori di “Pagine corsare”: il pensiero va proprio all’India, terra di arcana e arcaica bellezza, e a quel che resta di quei territori desolati, di quei villaggi, di quella selvatica ricchezza che Pier Paolo Pasolini ha ripreso più per noi che per i sopralluoghi di un cineasta alle prese con un film da farsi, a quei commoventi occhi di infanti in bianco e nero, indiani nati negli anni sessanta, che avranno poi conosciuto la fame o il benessere, alle nostre origini dunque, di quando anche noi nascemmo indiani, e di cosa di tutto questo rimane, in India, e in noi. 

Daniel B.Agami - dicembre 2004

NOTE

1 L’Associazione Fondo Pier Paolo Pasolini di Roma fu fondata e diretta dall’indimenticabile e acuta attrice  (e regista) Laura Betti, lanciata proprio da Pier Paolo Pasolini in RoGoPaG (episodio La ricotta) del 1963. 

2 La zona dell’ex Manifattura Tabacchi, presso via Azzo Gardino, è il nuovo eden universitario non ancora disturbato dalla delinquenza e dai canti goliardici, un vero e proprio “polo del cinema” che comprende, in uno stesso spazio, il cineclub Lumière, il cinema di prima visione Lumière 2, i laboratori DMS del Dams Cinema e del dipartimento di Musica e Spettacolo, la Cineteca di Bologna e ovviamente il Centro Studi Archivio dedicato a Pasolini; accanto l’affiliato dipartimento di Discipline della Comunicazione. 

3 La registrazione su bobine magnetiche della trasmissione radiofonica è ovviamente nell’Archivio del Centro Studi. Romano Costa fu principalmente un documentarista, che girò numerosi réportage per la Rai; fu anche collaboratore de L’Avanti! E unico redattore de Il Gatto Selvatico, mensile dell’Ente Nazionale Idrocarburi di Enrico Mattei, diretta da Attilio Bertolucci. Dal 1967 diventa romanziere e in seguito si è dedicato alla Letteratura, scrivendo soprattutto nella branca della Letteratura di viaggio, come l’ultimo, Lambras  (Monte Università di Parma editore, 2003). 

4 Tv7  fu - ed è - un rotocalco settimanale connesso con il Telegiornale (e, dal 1996, con il Tg1). Allora fu una rubrica settimanale che guardava all’inchiesta cinematografica, e di cui furono collaboratori o redattori giornalisti come Gianni Bisiach (tuttora al Tg1, ideatore di trasmissioni televisive di un giornalismo storico, come Combat Film o il recente La Seconda Guerra Mondiale) Andrea Barbato, Ugo Gregoretti, Furio Colombo, Arrigo Levi o Corrado Augias. Per la cronaca televisiva, il film tv fu trasmesso in uno Speciale Tv7, di cui costituiva, ovviamente, unico servizio.

5 India matri bhumi (India- Italia, 1959) di Roberto Rossellini. In Italia è noto come India

6 Appunti di film mai girati, come gli Appunti per un’Orestiade africana - 1969/70 - sopralluoghi sul film tratto da Eschilo che mai fece, o per film realizzati, come i Sopralluoghi in Palestina  - 1963 -, che portarono poi a Il Vangelo secondo Matteo o appunti giunti nella forma definitiva del documentario, come l’episodio de La Rabbia -1963 - che integrava quello diretto e scritto dallo scrittore “di destra” Giovannino Guareschi, o come i Comizi d’amore - 1964 -  celeberrima inchiesta sugli Italiani e il sesso. 

7 Come testimoniano Lepri e Chiesi, nel comunicato stampa della serata Pasolini e il cinema in forma di appunti: «la forma “aperta” del “non finito”[…] l’aveva già sperimentata nel suo pastiche dantesco de La Divina Mimesis, probabilmente, l’avrebbe ancora adottata per il romanzo Petrolio». 

8  Giacomo Manzoli è  filmologo dell’Università di Bologna, critico cinematografico, carismatico e acuto protagonista della realtà Dams di Bologna e in generale esponente della cultura umanistica  e letteraria universitaria e bolognese. Presso il Dams ha numerosi incarichi, e ha la cattedra, tra l’altro, di Istituzioni di Storia del Cinema. Collaboratore della rivista Cineforum, ha  ricoperto per un anno anche la cattedra di Storia del Cinema presso la facoltà di Lingue e Letterature straniere moderne e quella di Filmologia presso il dipartimento di Italianistica. Nel 2004 è intervenuto  come ospite alla rassegna cinematografica Cattivi Maestri? Sull’educazione nella storia del cinema. Tra i suoi libri, figura un Voce e Silenzioin Pier Paolo Pasolini (Pendragon editore, Bologna 2001). Ha tenuto con Silvia Albertazzi un seminario sulla ricezione europea dell’India da parte della letteratura e del cinema. 

9  Silvia Albertazzi  è un’apprezzabile scrittrice (di prosa, e poesia) ed anglista, specializzata nelle letterature anglofone, ovvero in quelle pagine letterarie di lingua inglese escluse solitamente dai manuali di Storia della Letteratura Inglese, dei paesi extra-europei asiatici (e, dunque, dell’India),  ed oceanici la cui ricerca è all’interno della facoltà di Lingue dell’Ateneo bolognese. Collabora, con alcune sue novelle, alla rivista di letteratura d’immigrazione on line El Ghibli e alla rivista letteraria L’Orto. Presso Lingue, oltre che avere una cattedra di Letteratura Inglese, dirige il centro di letterature e culture omeoglotte extraeuropee.  Assieme a Giacomo Manzoli ha tenuto un seminario sull’ India vista da Occidente e sull’Orientalismo. 

10 Ma non solo, si ricordino le avventure nella storia moderna, di viaggiatori alla scoperta dell’India, come Cristoforo Colombo o Filippo Sassetti, e di etnologi, antropologi, linguisti e glottologi - l’India  fu vera e propria ossessione della Glottologia ottocentesca, che ritrovava nel mito del sanscrito e  nell’hindi un sostrato comune alle lingue europee moderne,  grazie alle quali nacque l’Indoeuropeistica, alla scoperta della perduta e remota lingua indoeuropea. 

11 La macchia rosa (Italia 1970) di Enzo Muzii con Giancarlo Giannini, Valeria Moriconi, Delia Boccardo, Leopoldo Trieste.
 
 




 


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