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I contributi dei visitatori "Una vita violenta" di
P.P. Pasolini
Abbiamo
molti esempi, in letteratura, di questo voler guardare oltre l’orizzonte.
Pasolini ha mostrato come la vita miserabile, quel trascinarsi ai minimi
termini dell’umano che caratterizza i bassifondi della struttura sociale,
possa essere descritta con realismo e allo stesso tempo eccedere il contingente
per costituire una metafora dell’esistenza in generale.
La scrittura pasoliniana, e quel suo interesse peculiare per la gente di borgata, presenta due tratti che richiamano le posizioni di Benjamin: È una scrittura volta a salvare ‘ciò che ha fatto fallimento’ e perciò densa degli umori, del linguaggio e delle sconfitte di coloro che sono comunque destinati ad uscire perdenti dalla storia [1]. I ragazzi di vita, adolescenti senza opportunità di formazione che pure ripetono nei segni del corpo l’incisione dell’antico e del nuovissimo, sono sconfitti senza tempo, volti su cui è impresso l’antico marchio dell’insuccesso. Sono le macerie del progresso, le stesse che guarda atterrito l’Angelus di Klee, e quindi costituiscono il materiale privilegiato di un intreccio narrativo che rappresenta la caduta del soggetto contemporaneo, ma ci parla anche della caduta senza tempo dell’uomo in quanto tale e, ancora, della ferita personale dello scrittore; La scrittura pasoliniana è, indirettamente, autobiografica, perché volta, come teorizzato da Benjamin, a raccogliere i frammenti e gli stracci di un’esistenza sofferta. Lo sguardo rivolto alle borgate connette il conflitto sociale con quello interiore, rappresenta una ferita personale e la traduce attraverso una ambientazione scenica che contempla l’impuro, il reietto, l’abominevole [2]. Questa propensione in favore dell’abietto [3], che recupera le antiche parole di Eraclito [4] e si confronta con l’imminente catastrofe della sparizione definitiva di tutto un mondo, quello dell’infanzia, a favore di una modernità in cui trionfano conformismo e consumismo, è il tarlo autobiografico di Pasolini. Il suo cinema si nutre del tempo della memoria: “I primi ricordi della vita sono ricordi visivi. La vita, nel ricordo diventa un film muto” [5]. È una memoria che tenta di salvare se stessa dalla sconfitta dell’oggi, da quella desolazione che lo scrittore avverte di fronte alla sparizione definitiva di quel mondo della borgata ormai corrotto e destinato a confondersi nel perbenismo borghese. “La televisione - scrive nel ’75 - e forse ancor peggio la scuola dell’obbligo, hanno degradato tutti i giovani e i ragazzi a schizzinosi, complessati, razzisti borghesucci di seconda serie” [6]. L’oggetto d’amore è sul punto di dissolversi, e Pasolini ne cerca a ritroso le origini, giungendo ai primi ricordi infantili, non importa se storicamente veri o ricostruiti a posteriori, e lì rintraccia quell’assurdo desiderio di felicità che caratterizza l’intera esistenza e ne chiede, profeticamente, il drammatico epilogo. “Avevo poco più di tre anni. Dei ragazzi che giocavano nei giardini pubblici di fronte a casa mia, più di ogni altra cosa mi colpirono le gambe soprattutto nella parte convessa interna al ginocchio. […] Vedevo in quei nervi scattanti un simbolo della vita che dovevo ancora raggiungere. […] Ora so che era un sentimento acutamente sensuale. Se lo riprovo sento con esattezza dentro le viscere l’intenerimento, l’accoratezza e la violenza del desiderio” [7]. Come spesso accade nella narrazione autobiografica, le prime impressioni infantili sono chiarite solo alla luce degli avvenimenti posteriori: è come se il vivere, specie quello adulto, con tutto il suo corredo di sapere e di esperienze, non avesse altro scopo se non quello di ritornare all’origine, e di svelare finalmente il senso di quanto è sempre stato lì, a disposizione, noto sin dal principio ma sepolto alla coscienza. Il poeta rintraccia nei ricordi infantili un’anticipazione della propria morte, o forse al contrario, in perfetta coerenza con quella memoria ne cerca il suggello tra la sterpaglia e lo squallore dell’Idroscalo di Ostia [8], dove un copione già scritto metterà in scena la profezia già ascoltata mille volte: “Nelle mie fantasie affiorava espressamente il desiderio di imitare Gesù nel suo sacrificio per gli altri uomini, di essere condannato e ucciso benché affatto innocente. Mi vidi appeso alla croce, inchiodato. I miei fianchi erano succintamente avvolti da quel lembo leggero e un’immensa folla mi guardava. Quel mio pubblico martirio finì col divenire un’immagine voluttuosa” [9]. Il mondo perduto, quello dell’infanzia in Friuli come quello di una società non ancora corrotta, non è, per Pasolini come per Benjamin, occasione di rimpianto o riproposizione di un improbabile passo indietro. Non è il passato che importa: ripercorrere autobiograficamente quanto è stato si volge in funzione del futuro. Il domani, progettato, anticipato, temuto e in qualche modo esorcizzato: ecco, come si conviene ad ogni intenzionalità pedagogica, l’obiettivo del ricordare, quella furiosa smania di smontare i dispositivi che si apprestano a coprire le giovani menti, l’offuscamento che si profila all’orizzonte sotto le vesti del nazismo o della monocultura della società a una dimensione [10]. La memoria ha una funzione ermeneutica, trasformante: lavora dentro il tempo storico, nell’attuale, e vi intreccia gli anticorpi che possano rendere il futuro qualcosa di diverso dall’essere “un mero prolungamento del tempo presente” [11]. L’attenzione con cui l’autobiografo secerne il passato non si arresta, in definitiva, al rimpianto di un tempo che non può essere stato migliore dell’attuale, né si chiude nel contrapporre il mondo ricordato a quello presente. Lo spiega così Pasolini: “Malgrado l’apparenza questi miei discorsi non sono affatto lodi del tempo passato (che io, in quanto presente, non ho del resto mai amato). Sono discorsi diversi da tutto ciò che oggi da parte di un uomo della mia età si possa dire…” [12] e ancora, nell’ultima profetica intervista: “Voglio dire fuori dai denti: io scendo all’inferno e so cose che non disturbano la pace di altri. Ma state attenti. L’inferno sta salendo da voi […] non resterà per tanto tempo l’esperienza privata e rischiosa di chi ha, come dire, toccato la ‘vita violenta’. Non vi illudete. E voi siete, con la scuola, la televisione, la pacatezza dei vostri giornali, voi siete i grandi conservatori di questo ordine orrendo basato sull’idea di possedere” [13]. Si evidenziano, con chiarezza, due attributi dell’autobiografia, due tratti che ne fanno strumento di formazione anche quando la provenienza da altri ambiti sembrerebbe porre in secondo piano l’intento pedagogico. Innanzitutto, come per Bruno e Benjamin, l’esercizio del ricordo nasce da una ferita profonda, da un taglio che opera nel presente. Non è, l’autobiografia di questo tipo, esercizio o tecnica idonea a passare momenti di distensione, anzi può condurre alla morte, e senz’altro genera sofferenza, lacera il soggetto, rimette continuamente a confronto con quanto sarebbe, più opportunisticamente, meglio dimenticare. Ma, in secondo luogo, questa inquietudine non si risolve in una personale cura di sé, così come non denuncia semplicemente le disfunzioni o le tare di un singolo: è un atto emancipativo, politico. Rivolto sempre a interlocutori, come testimonia Pasolini dicendo “l’inferno sta salendo da voi”, il testo autobiografico è formativo anche in quanto pone domande al presente e ipoteca il futuro, coinvolge ulteriori discussioni, rievoca e fa risuonare altrettante prese di posizione, chiama in causa una dimensione relazionale e collettiva propria del discorso pedagogico. Questo essere, contestualmente, “pedagogia della soggettività e dell’emancipazione” [14] è, in definitiva, il tratto capace di strutturare il racconto biografico in sapere, in costruzione/negoziazione di senso e quindi in progressiva acquisizione di crediti pedagogici. Lo struggimento autobiografico, in Pasolini come in Benjamin, dimostra che la pedagogia resistenziale chiama chi la esercita a pagare un prezzo, certo alto, a volte estremo. Porre domande inopportune, come fanno a volte i bambini prima che l’ammaestramento li risucchi nel mondo piatto del già previsto, espone al rischio della sconfitta e alla violenza dell’oblio. È quanto ci ha mostrato il regista Nanni Moretti nel film autobiografico Caro diario: il luogo in cui si è consumato l’omicidio di Pasolini, una lapide tra erbacce e rifiuti, un mondo degradato che inghiotte nel silenzio chi ha prestato ascolto fino a mettere in gioco se stesso. La vicenda di Pasolini, con quell’epilogo, ci consegna una sfida pedagogica [15]: riflettere intorno ai legami tra pensiero e desiderio, valorizzare quella componente profonda che spinge chi educa verso oggetti d’amore che riaccendono un’antica memoria, una promessa tradita ma non definitivamente sconfitta che può vivere, come dicevano Benjamin e Kafka a proposito della speranza, se non in noi, in quelli che ci seguiranno. -------------------------
[1] I personaggi di Pasolini sono fuori dalla storia, fuori dal mito borghese del progresso come da quello, pedagogico, del cambiamento, dell’integrazione o della promozione individuale. Nessuno sviluppo è possibile per i sottoproletari, nessuna coscienza sorge a differenziarne i destini: le storie si svolgono così come copioni senza tempo il cui esito, drammatico, appare già scritto all’inizio. [2] Carlo Salinari, critico letterario e portavoce del PCI a metà degli anni ’50, prende le distanze dal mondo rappresentato da Pasolini in quanto ritiene imbarazzante l’esibizione di un proletariato cui manca del tutto la coscienza di classe. Scrive a proposito il critico: “Pasolini sceglie apparentemente come argomento il mondo del sottoproletariato romano, ma ha come contenuto reale del suo interesse il gusto morboso dello sporco, dell’abbietto, dello scomposto e del torbido” (Salinari C., La questione del realismo, Firenze, Parenti, 1964). [3] Vi è un rapporto, secondo Julia Kristeva, tra linguaggio poetico e abiezione. Con la seconda metà del secolo XIX, infatti, emerge con evidenza che il linguaggio poetico compie un tragitto inverso rispetto a quello del linguaggio comune. Mentre quest’ultimo si costituisce a partire dalla rimozione delle pulsioni incestuose (il Nome del Padre), il poetico riattiva il rimosso e stravolge l’ordine simbolico su cui poggia la struttura sociale. La voce del poeta, nella crisi della modernità, giunge dalla memoria profonda, cioè dall’originaria separazione dal corpo materno, e socializza questa scissione attraverso un costante lavoro di messa in ombra delle regole legate al presente. Sarebbe, questo, un segnale del magma autobiografico che bolle, secondo la studiosa franco-bulgara, al di sotto e contro il linguaggio. Cfr: Kristeva J., Pouvoir de l’horreur. Essai sur l’abjection, Paris, 1980; tr. it. Poteri dell’orrore. Saggio sull’abiezione, Milano, Spirali, 1981. [4] “Un mucchio di rifiuti gettati a caso è il più bello dei mondi” (Eraclito, in G. Colli, La sapienza greca, III, Eraclito, Milano, Adelphi, 1980, frammento 107). [5] Questa frase di Pasolini è riportata in: Escobar R., Trionfo dell’esserci. Memoria e presenza: l’utopia ambigua di Pasolini, in Adultità n.2, ottobre 1995, p. 193. [6] Pasolini P.P., Lettere luterane, Torino, Einaudi, 1975, p. 73. Il passo è pubblicato anche sul Corriere della sera del 9 novembre 1975. [7] Citazione riportata in: Scwartz B.D., Pasolini requiem, tr. it. a cura di P. Barlera, Venezia, Marsilio, 1995, p. 178. [8] Secondo la testimonianza di Enzo Siciliano, Alberto Moravia, recatosi sul luogo dell’uccisione di Pasolini, avrebbe detto di avere “riconosciuto quel luogo come lo avesse già visto altre volte… descritto nei due romanzi Ragazzi di vita e Una vita violenta” (Carotenuto A., L’autunno della coscienza, Torino, Bollati Boringhieri, II ed. 1989, p. 20). [9] Scwartz B.D, op. cit., p. 194. [10] Vi è una consonanza, seppure nell’etereogeneità dei percorsi, tra Pasolini e la Scuola di Francoforte. Il futuro intravisto dallo scrittore, infatti, “sarebbe stato ciò che Adorno aveva descritto come ‘mondo ammaestrato’ (il prototipo della poi famosa ‘società a una dimensione’ di Marcuse), in cui la diffusione dell’ideologia ufficiale si spinge talmente a fondo che ogni resistenza è praticamente sradicata” (Ivi, p. 874). [11] Guglielminetti E., op. cit., p. 19. [12] Articolo pubblicato su ‘Il Mondo’, 1° maggio 1975 e poi in Lettere luterane, op. cit., p. 47. [13] Intervista a Pasolini, condotta da Colombo F., Siamo tutti in pericolo, in Tuttolibri, 8 novembre 1975. [14] Cambi F., op. cit., p. 120. [15] “Pasolini osservava i ragazzi perché li amava, e da questo amore ha tratto le sue più interessanti osservazioni pedagogiche. È l’amore ad essere sotteso a tutta la sua opera, quando parla di ragazzi: lo stesso amore che i moralisti di turno, i ‘destinati a morire’ [espressione di Pasolini, nda] esaltano e tematizzano nella sua forma normale ed accettabile” (Mantegazza R., Teoria critica…, op. cit., p. 164).
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