Se Pasolini non
“non serve a niente”
mi assorbe un profondo disagio:
quello
d’essere anch’io un po’
inutile, deficiente.
Se “non può evidentemente
essere un modello”
(sincero come una lama di
coltello
che stiletta il suo mondo
e attende
il sangue e il dolore della
verità)
questi 22 anni che scrivono
parole già sbiadite,
già a metà
nel tempo in cui tiranneggia
il varietà,
perdono litri di voce, di
inchiostro vivo.
“Sventurata la terra che
ha bisogno di eroi”
scriveva Brecht. E sventurata
quest’Italia
da circo Barnum di provincia.
E voi,
sbocconcellando braciole
da intellettuali,
vorreste sgonfiare (con
aghi come strali)
l’ultimo cuore pulsante
poesia e contraddizioni?
No, non ve lo permetto.
Già lo avete ucciso
non salvandolo
da una vita di orgoglioso
reietto
da un’Italia arricchita
e bigotta
da una morte di squallore
e scandalo.
Quando sono nato non c’era
già più carne
attorno alle sue ossa.
Cerco ogni giorno sul Corsera
tra tante opinioni grigie,
qualche parola rossa
di vita, vibrante, tra tante
virgole una scossa…
Sì, Sofri, Scalfari,
Bocca, Beha,
il palco pensante di Fo
e Paolini,
i cantanti-Nobel, i comici,
le attrici,
gli scrittori sempre ex-sessantottini
e maree di telegenici dotti
cretini…
Ma dov’è la poesia
che lascia le cicatrici?
A me Pasolini serve
è cibo antico, immenso,
troppo per le vostre menti
anoressiche, serve
del pubblico, dell’idea,
del buon senso
(insomma, di chi paga meglio
il vostro incenso).
Perché nelle serate
di estati acerbe
cercavo di sentire il pianto
della scavatrice,
sempre muta nel cantiere
in fondo alla strada;
e poi film “strani” («Oh,
ma quando cacchio finisce?»)
teatro blasfemo («Le
ho visto le cosce!» «Sì, ma che dice?»)
e le lacrime per Stracci,
e la musica di Mozart.
Per me Pasolini è
un modello
un conato di coscienza civile.
La sua chiamata alle armi
del cervello
m’ha scaraventato in guerra,
m’ha fatto scoprire
quanto un’idea sia più
forte del calcio di un fucile.
Una sua foto: viso aspro,
da nemico paterno
(con chi sarei stato, io,
a Valle Giulia?):
nei suoi occhi, il coraggio
di dire «NO»
ai compromessi dell’itala
cultura
coi tempi, con DC, PCI e
ogni altra curia;
nelle sue rughe, il coraggio
di dire «IO SO».
In questo Paese impiastricciato
di nebbia
silenziosa, in cui le lucciole
sono state
soppiantate dalle zanzare
tigre, la rabbia
per il “processo” mai celebrato
per tutti i colpevoli assolti
dal nostro passato
m’abbaia dentro, e sento
un’assenza caparbia.
Pelle smagliata di pachiderma
in rovina:
ho in mano un “elefante”
della Garzanti,
gli angoli slabbrati dal
tempo e dai continui
dubbi: nelle sue poesie
si insinuano
versi di polvere, tra le
ruvide assonanze.
Ma ancora una disperata vitalità
palpita
in queste pagine itteriche
da terza ristampa,
ancora una voce le rimpolpa…
Cosa direbbe dell’Occidente
e dell’Islam
schizzati, di questa Italia
decaduta e stramba,
contro chi sparerebbe il
primo colpo?
Forse attenderebbe la fine
plasmando creta….
Chi fu Pasolini Pier Paolo,
intellettuale?
Non fu un genio o un mostro,
né un profeta
di sventura. Semplicemente
fu un poeta.
E i poeti servono. A ricordarci
le ali.