"Pagine corsare"
I contributi dei visitatori
Pasolini e gli antichi:
una nota sulle traduzioni
di Paolo Lago
* * *
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a)
L’Orestea
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Pasolini
afferma, nella Nota del traduttore, di aver intrapreso la traduzione
della trilogia eschilea su richiesta di Vittorio Gassman, “in seguito alla
notizia che io stavo traducendo Virgilio” (1). Per tradurre Eschilo, si
pone di fronte al testo con un atteggiamento dichiaratamente antifilologico:
“Con la brutalità dell’istinto, mi sono disposto intorno alla macchina
da scrivere tre testi: Eschyle (tome II, texte établi et
traduit par Paul Mazon, «Les belles lettres», Paris, 1949),
at University Press (Cambridge 1938), e Eschilo: Le tragedie, a
cura di Mario Untersteiner (Istituto Editoriale Italiano, Milano 1947).
Nei casi di sconcordanza, sia nei testi, sia nelle interpretazioni, ho
fatto quello che l’istinto mi diceva: sceglievo il testo e l’interpretazione
che mi piaceva di più. Peggio di così non potevo comportarmi”
(2). Il traduttore dichiara poi di non aver potuto leggere le altre traduzioni
italiane per mancanza di tempo. Inoltre, come ha dimostrato Enzo Degani
in un articolo in cui critica aspramente la resa pasoliniana (ma forse
il grecista non si è reso conto di trovarsi di fronte ad una traduzione
artistica del testo di Eschilo e non ad un mero esercizio filologico) (3),
pare che Pasolini - come il “traduttor dei traduttor d’Omero” - abbia tradotto
principalmente dal testo di Mazon, a volte fraintendendo anche il francese
(4). Lo scrittore dichiara di utilizzare uno stile tendente alla prosa,
ragionante, permeato di quell’«italiano» che egli possedeva
già, cioè quello delle Ceneri di Gramsci
e, per certi
aspetti, anche de L’usignolo della chiesa cattolica, modificando
i toni sublimi in toni civili. (5) Tale stile espressivo racchiude un’interpretazione
‘politica’ dell’opera di Eschilo: “Il significato delle tragedie di Oreste
è solo, esclusivamente, politico. Clitennestra, Agamennone, Egisto,
Oreste, Apollo, Atena […] sono soprattutto - nel senso che così
stanno soprattutto a cuore all’autore - dei simboli: o degli strumenti
per esprimere scenicamente delle idee, dei concetti: insomma, in una parola,
per esprimere quella che oggi chiamiamo una ideologia” (6).
..
Una
siffatta interpretazione di Eschilo non può che richiamarsi, fra
le righe, alla chiave di lettura offerta da Georg Thomson nel suo discutibile
saggio Eschilo e Atene (7) (dove dell’opera di Eschilo viene data
una riduttiva interpretazione in chiave marxista) il capitolo del quale,
dedicato all’Orestea, è riportato nella pubblicazione
del Teatro Popolare Italiano che ospita la traduzione di Pasolini (8).
Inoltre, Gassman e il regista Lucignani si erano rivolti proprio a Thomson
per una consulenza e una supervisione sulla messa in scena della loro Orestiade
(9).
Comunque, la resa eschilea di Pasolini, come afferma Massimo Fusillo (10),
più che ad una rigida interpretazione politica in chiave thomsoniana,
tende ad una impostazione antropologica che risente delle tesi di Bachofen
(11).
..
Qui
non ci proponiamo di confrontare linguisticamente le varie traduzioni,
né di operare un raffronto filologico stricto sensu fra la
traduzione pasoliniana e il testo di Eschilo, ma semplicemente di rilevare
alcuni passi che ci sono sembrati particolarmente significativi. Innanzitutto,
è d’uopo fare una piccola premessasulla lingua: Pasolini, come si
è visto, nella Nota del traduttore afferma di aver scelto
una prosa che eliminasse i toni sublimi, che tendesse “alla prosa, all’allocuzione
bassa, ragionante” (12). Ciò non è forse del tutto vero,
poiché lo stile utilizzato si avvicina molto a quello che tornerà
nelle poesie di Teorema (1968) e in
Trasumanar e organizzar (1971)
- dove la poesia finirà col confondersi con la prosa, pur
rimanendo poesia - nonché nel teatro dello stesso traduttore. Il
clima ‘tragico’ che troviamo nel testo di Eschilo in Pasolini si conserva:
la traduzione è pensata apposta per essere recitata e viene resa
in modo magistrale la disperazione profonda che pervade i personaggi che
si avvicendano sulla scena. Si potrebbero ricordare di nuovo gli inserti
poetici di Teorema in cui i personaggi borghesi esprimono a parole
la perdita del sé che li ha investiti: questi inserti sono appunto
‘teatrali’, realizzati in forma mimetica (opponendosi al tono diegetico
dominante nell’opera), con uno stile tendente alla prosa che ricorda appunto
certi monologhi di Clitennestra, Cassandra, o Oreste (13). La forte carica
poetica di cui la traduzione è intessuta si manifesta comunque anche
nell’uso di preziosismi quasi ‘ermetici’ e di frequenti assonanze ed allitterazioni
(14).
..
Inoltre,
nella sua traduzione, Pasolini rende la somma divinità greca, Zeus,
con «dio», trasforma i «templi» in «chiese»
e nella processione finale compare l’«osanna»; ora, queste
- diciamo pure - ‘incongruenze’, che non sono piaciute ai puristi (15),
hanno il preciso scopo non certo di ‘cristianizzare’ Eschilo, bensì
di avvicinare il testo originale al mondo culturale e ideologico contemporaneo.
Del resto, questo intento non potremmo certo imputarlo al traduttore come
una colpa. Un’operazione simile era stata attuata addirittura, nel II secolo
avanti Cristo, da Livio Andronico nella sua traduzione dell’Odissea:
come ha osservato Alfonso Traina, Livio ha “interpretato” il testo omerico
per renderlo più comprensibile ai lettori latini (16) e tale “romanizzazione”
è avvenuta a livello del contenuto, della forma e ha anche assunto,
a volte, le caratteristiche di una vera e propria creazione con personali
aggiunte (anche Cicerone aveva tradotto in poesia aggiungendo ‘romano’
e personale pathos) (17). Pasolini ha realizzato, mutatis mutandis,
la stessa operazione di Livio: ha ‘modernizzato’ e, in certi casi, ‘interpretato’
Eschilo.
..
Andiamo
ora ad analizzare più approfonditamente determinati passi. Cominciamo
con l’Agamennone. Ai vv. 281 e sg. Clitennestra spiega al Capo coro
il sistema di segnali di fuoco in progressione da lei stessa predisposto.
Pasolini traduce con uno stile marcatamente espressionistico: nella descrizione
delle rifrazioni dei segnali di fuoco si può intravedere quel taglio
‘espressionista’ che aveva caratterizzato alcuni componimenti de Le
ceneri di Gramsci e che tornerà ne La religione del mio tempo
e
in certe descrizioni di una Roma vista in lontananza in Poesia in forma
di rosa (18). Pasolini riveste la poesia di Eschilo di un espressionismo
tutto personale: “…una catena luminosa si è accesa a poco a poco…”
(vv. 282-83); “…e il segno incandescente ch’è volato da Lemno /
si è riflesso sull’Atos, sul regno di Zeus. / E’ la terza tappa:
da qui, con un guizzo / che brucia vitale la barriera del mare…” (vv. 284-87);
“…La sua luce palpebra verso l’Euripio…” (v. 292); “Impetuoso il fuoco,
senza un pallore, / valica la pianura di Asopo, come una luna,” (vv. 296-98);
“Avvampa un braciere d’un ardore folle, / un fascio di fiamme tale che
il suo lume / salta il promontorio sullo stretto Saronio.” (vv. 305-308).
L’espressionismo pasoliniano che si riflette nella traduzione è
dovuto ad un certo «grado di rifrazione» (termine coniato da
G. Mounin), che aumenta nel testo tradotto quando il traduttore possiede
un suo personale mondo poetico (19).
..
Ai
vv. 381-84 traduce alquanto liberamente, inserendo però un’efficace
assonanza: “Niente può salvare l’uomo / che accecato dall’oro /
rovescia l’ara della Giustizia: / il suo bene non dura.”
..
Altre
volte risolve dei nessi per mezzo di un efficace ossimoro (non si dimentichi
che l’ossimoro - come è stato osservato da Franco Fortini (20) e
dall’autore stesso in numerose interviste - è una delle figure più
frequenti nell’opera pasoliniana): nell’Agamennone al v. 699: “A
Troia un’ira che non sa perdono, / spinge colei che amando ama la morte”
e al v. 712: “funebre amore”, rendendo in modo alquanto libero la parola
greca (lett. “dalle infelici nozze”).
..
Nell’Agamennone
usa
una volta il nesso di specificazione “di dolore” che tornerà anche
nelle altre traduzioni e del quale possiamo rilevare una presenza - seppure
sporadica - nelle raccolte di poesie (21): “Povera blasfema, ancora invoca
un dio / che è ben lontano dai canti di dolore!” (vv. 1079-80),
rendendo, in modo suggestivo, con “canti di dolore” il greco “lamenti”.
..
Nelle
Coefore,
invece,
il suddetto nesso è usato più spesso: al v. 7, “Una ciocca
di capelli ho dedicato al Dio / che m’ha allevato: e questa a te, Dio di
dolore”, con riferimento ad Ermes (22); al v. 21: “processione di dolore”;
ai vv. 413-14: “ogni parola è di dolore” (dove Pasolini, rimanendo
fedele al proprio uso, traduce molto liberamente); al v. 795: “legato a
un carro di dolore!”; ai vv. 1018-19: “vita di dolore” (in greco troviamo
l’esatto contrario: “vita esente dai mali”).
..
Ai
vv. 152-53 la traduzione rende efficacemente una figura etimologica presente
nel testo greco: “Scoppiate in pianto, / pianto di morte / per il morto
re!”.
..
Ai
vv. 320-21 Pasolini risolve in una efficace, ellittica espressione ossimorica
una frase che in Eschilo appare lunga e articolata: “canto di morte / è
quasi canto di vita” (23).
..
Poco
dopo, ai vv. 324-25 il traduttore crea de nihilo un’allitterazionegiocata
sulla lettera ‘f’: “la fame feroce del fuoco”, tendente quasi a mimare
il crepitio della fiamma. Un altro scioglimento del testo greco in forma
ossimorica lo troviamo al v. 534: “Ecco un sogno che potrebbe non essere
un sogno” (24) (frase pronunciata da Oreste); qui Pasolini rende, molto
liberamente, solo il senso del testo greco: (“il sogno di un uomo non arriva
senza motivo”); infatti, sia in Eschilo che nella traduzione, il senso
è lo stesso: il sogno di Oreste è premonitore di avvenimenti
reali.
..
Nell’ultimo
verso della sua traduzione delle Coefore Pasolini, a mio avviso,
offre un altro, stupendo esempio del ‘lirismo’ e della poeticità
della sua traduzione; traduce infatti il greco (“vigore di Ate”) con “canto
della Morte”, risolvendo l’espressione eschilea con vigore, appunto, ‘lirico’
e moderno, pur restando fedele allo spirito della Trilogia del grandissimo
poeta greco. Anche qui ‘si rifrange’, per certi aspetti, il mondo poetico
dell’autore; si potrebbe ricordare, a questo proposito, la poesia Le
albe, ne L’Usignolo della chiesa cattolica: “che morte risuona
nel tuo canto?”.
..
Per
quanto riguarda le Eumenidi, rileverei solamente un passo; al v.
970 lo scrittore traduce il verbo greco (lett. “mi rallegro”) con “tremo
di gioia”: ritroveremo identica questa espressione nella versione cinematografica
di Porcile (pronunciata dal cannibale interpretato da Pierre Clementi
nelle scene atemporali del rito). Comunque, anche nelle Coefore
è riscontrabile un’espressione simile: “Ma tremo di speranza” (v.
194) che traduce il greco “sono calmata dalla speranza” (parla Elettra).
Altre parole tipicamente ‘pasoliniane’ che ricorrono nella traduzione delle
tre tragedie sono indubbiamente “ossesso” e “ossessione”; i termini in
questione sono fondamentali in tutta l’opera dello scrittore bolognese,
soprattutto in quella poetica (25).
..
Per
concludere, si può affermare che la traduzione pasoliniana di Eschilo
si pone in voluto contrasto (una vera e propria rottura) (26) con quelle
realizzate in quegli anni dagli ‘addetti ai lavori’, classicheggianti e
altisonanti, essendo rivestita di un habitus, come si è visto,
fra l’ideologico e l’antropologico. Inoltre, tale traduzione, essendo stata
realizzata da un artista dotato di un proprio mondo poetico e ideologico
particolarissimo, non può che risentire, per il cosiddetto «grado
di rifrazione» cui si è accennato sopra, degli influssi che
questo ‘mondo poetico’ esercita necessariamente su di essa. Possiede insomma
tutta la dignità (lasciando da parte - mi sembra il caso, in questa
sede - le obiezioni linguistiche e filologiche, pure legittime, mosse dal
mondo degli accademici) per essere definita, senza esitazione, un ‘capolavoro
di poesia’.
..
.
b)
Il Miles Gloriosus
..
Anche
la traduzione del Miles Gloriosus, come si è notato riguardo
a quella dell’Orestea, è una traduzione ‘artistica’, cioè
non si propone semplicemente di creare una mera testa di ponte con funzione
comunicativa fra testo antico e lettore moderno, di trasmettere, per citare
Walter Benjamin, un “contenuto inessenziale” (27), bensì di ricreare
nella contemporaneità, per mezzo di espedienti letterari che avremo
modo di analizzare, il milieu formale e tematico plautino.
..
Il
primo e più vistoso di questi espedienti è l’adozione del
romanesco; Pasolini, comunque, qui non utilizza quel dialetto ‘letterarizzato’
che troviamo in Ragazzi di vita e Una vita violenta, ma una
sua forma, diciamo pure, più ‘aulica’, mutuata dal Belli e poi mediata
dal palcoscenico, dal variegato mondo dell’avanspettacolo: “Beh, qualcosa
di vagamente analogo al teatro di Plauto, di così sanguignamente
plebeo, capace di dar luogo a uno scambio altrettanto intenso, ammiccante
e dialogante, tra testo e pubblico, mi pareva di poterlo individuare forse
soltanto nell’avanspettacolo… E’ a questo, è alla lingua di questo,
che, dunque, pensavo - a sostituire il «puro» parlato plautino.
Ho cercato di mantenermi, il più squisitamente possibile, a quel
livello. Anche il dialetto da me introdotto, integro o contaminato, ha
quel sapore. Sa più di palcoscenico che di trivio” (28).
.
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Il secondo tratto formale
che caratterizza l’habitus della traduzione pasoliniana del Miles
gloriosus è rappresentato dalla metrica: il doppio settenario
a rima baciata. Ricollegandosi al discorso sopra citato il traduttore afferma:
“Anche la rima, da me inaspettatamente, credo, riassunta, vuol avere quel
tono basso, pirotecnico” (29); il doppio settenario prende il nome di ‘martelliano’
da Pier Iacopo Martello, un autore di teatro del primo Settecento, ed è
un verso della tradizione teatrale settecentesca e ottocentesca (30). Il
romanesco e il doppio settenario sono due mezzi adottati dal traduttore
per ‘plautinizzare’ la sua traduzione. Così facendo, Pasolini ‘plautinizza’
l’italiano; infatti, come afferma Rudolf Pannwitz nella Crisi della
cultura europea, citata da Benjamin, “le nostre versioni, anche le
migliori, partono da un falso principio, in quanto si propongono di germanizzare
l’indiano, il greco, l’inglese, invece di indianizzare, grecizzare, inglesizzare
il tedesco. Esse hanno un rispetto molto maggiore per gli usi della propria
lingua che per lo spirito dell’opera straniera… L’errore fondamentale del
traduttore è di attenersi allo stadio contingente della propria
lingua invece di lasciarla potentemente scuotere e sommuovere dalla lingua
straniera” (31). Pasolini, nel Vantone, lascia “potentemente scuotere”
l’italiano dalla lingua di Plauto utilizzando un romanesco ‘teatralizzato’,
rivestito dei doppi settenari rimati. L’intento pasoliniano è perciò
una mimesis
della vivace koinè linguistica plautina,
caratterizzata dall’andamento del senario giambico: la resa tende a ‘mimare’,
come è stato giustamente osservato, la “pulsione vitale” della lingua
di Plauto (32). Tale “pulsione vitale” va ovviamente perduta nelle ineccepibili
e filologicamente precise traduzioni di insigni (e paludati) filologi (33):
allora, se questa pulsione si perde, la traduzione diventa una sorta di
‘traduzione in carcere’, di chiusura dentro i rigidi meccanismi di una
sovrastruttura estranea, cioè la lingua in cui si traduce. Il romanesco
in settenari doppi, ‘teatralizzato’, appare quindi come un habitus che
calza a pennello alla koinè
plautina, essendo anch’essa una
lingua ‘teatralizzata’, coniata per il teatro, quindi ‘antirealistica’,
come antirealistico è il dialetto utilizzato da Pasolini (34).
La
mimesis,
comunque,
diventa anche mezzo per la ricostruzione ‘attualizzata’ della lingua di
partenza (e non solo di una lingua, come nel caso di Plauto, ma di un variegato
sistema di usi linguistici e culturali), come afferma
Edoardo Sanguineti nella postfazione al suo libero rifacimento
del Satyricon (35).
..
L’attualizzazione,
per quanto riguarda il Vantone, è prettamente ‘teatrale’:
da teatro a teatro, dal teatro di Plauto e della sua epoca (con un preciso
milieu
socio-culturale
alle sue spalle) a quello dell’avanspettacolo (caratterizzato da un dialetto
‘nobilitato’). Il teatro, allora, è un symbolum,
equivale
quasi alla “pura lingua” di cui parla Benjamin, ciò che nel movimento
linguistico deve rimanere inalterato (36). La traduzione deve fare apparire
la lingua di partenza e quella di arrivo “- come i cocci frammenti di uno
stesso vaso - frammenti di una lingua più grande” (37). Nel nostro
caso, la “lingua più grande” è la ‘koinè’ linguistica
e culturale plautina: in una parola, il teatro di Plauto.
La
traduzione pasoliniana ebbe una recensione positiva da parte di Alfonso
Traina, il quale afferma che, per poter apprezzare la versione dello scrittore
bolognese, il lettore avrebbe dovuto disfarsi del proprio bagaglio filologico:
il risultato è un “Plauto vivo” (38). Per Traina, la resa dialettale
è il mezzo migliore per avvicinarsi al variegato mondo plautino:
“Solo un dialetto, già ricco di tradizioni letterarie, può
oggi avere la forza evocatrice, la sanguigna concretezza del latino di
Plauto” (39). Ebbe invece una recensione negativa da parte di Umberto Albini:
il grecista si lamenta del “basso livello linguistico e di spiacevole quanto
smorta scurrilità” (40) biasimando con decisione l’uso del romanesco:
“La convinzione che i personaggi di Plauto dovessero esprimersi in modo
non dissimile dai protagonisti dei propri romanzi, ha indotto Pasolini
ad accentuare le tinte nella direzione del rabbioso, del provocatorio,
dello sguaiato: ma vivacità non significa necessariamente arroganza,
né spigliatezza villania, né sincerità vuol dire sfrontatezza”
(41). Queste affermazioni dimostrano che Albini non si è reso conto
di trovarsi di fronte ad un dialetto ‘da avanspettacolo’, come afferma
il traduttore nell’apposita nota, completamente diverso da quello utilizzato
da Pasolini nei suoi romanzi ‘romani’: infatti, il romanesco del Vantone,
nella sua costruzione, sa proprio di ‘mimo’, non può non far venire
in mente la ‘macchina-teatro’ che presiede al suo svolgimento. Quanto alle
altre obiezioni - come l’eccessiva scurrilità - oggi appaiono veramente
insulse, puzzano troppo d’antiquariato; non si dimentichi, comunque, che
la lingua di Plauto non usa certo mezze misure, non è davvero una
lingua da salotto.
..
Passiamo
adesso ad analizzare determinati punti nei quali la resa pasoliniana appare
particolarmente efficace. Al v. 5 incontriamo la parola machaera,
pronunciata da Pirgopolinice: Pasolini traduce vivacemente con “bajaffa”,
mantenendo quella connotazione quasi ‘esotica’ che il vocabolo, derivato
dal greco, possiede (42). Machaera ricompare nel Miles altre
cinque volte: al v. 53 in bocca ad Artotrogo, ai vv. 459 e 463 in bocca
a Palestrione, al v. 469 in bocca a Sceledro e al v. 1423 in bocca a Carione.
Pasolini traduce rispettivamente con “spada”, “cortellaccio”, “arma”, “coltello”,
“coltello”, abbandonando “bajaffa”, parola che, probabilmente, mirava a
connotare coloristicamente l’allocuzione di Pirgopolinice, il miles
gloriosus. Al v. 13 traduce campis Curculionieis con “campi
Verminai” (curculio è un parassita del grano) mentre, ad
esempio, Paratore (43) traduce con “campi gorgoglionici”, mantenendo la
figura di suono a scapito del significato.
.
Al
v. 16 traduce armis aureis con “coll’armi d’oro der Giappone” aggiungendo
la specificazione di luogo assente in Plauto per conferire alla situazione
descritta una marca di esotismo. Ai vv. 21 e 22, rispettivamente, periuriorem
e
gloriarum
pleniorem
sono resi con “lavannaro”, con riferimento al greco ‘impostore’,
titolo dell’originale greco da cui Plauto trae il
Miles,
come rende
noto ai vv. 86-87): infatti, in romanesco, ‘lavannaro’ significa ‘impostore’,
‘ciarlatano’ (Paratore traduce invece, rispettivamente, con “più
sfacciatamente bugiardo” e “più fanfarone”).
.
E,
ai vv. 86-87, sopra nominati, dove Plauto rende noto il titolo del suo
modello, tralasciando l’autore: Alazon Graece huic nomen est comoediae;
/
id
nos Latine gloriosum dicimus, Pasolini traduce: “Il titolo in greco,
sarebbe Alozanone, / ma noi in nostra lingua, diciamo «Er Vantone»”;
questa frase, assume quasi il valore di ‘manifesto’ per la traduzione:
sottolinea l’equivalenza fra la lingua di Plauto e il romanesco (44). Nella
frase, infatti, vengono contrapposte le due lingue, la greca e la latina,
rappresentate dai titoli delle due commedie (Alazon e gloriosum).
.
Al
v. 198 il traduttore conserva la figura etimologica: quem dolum contra
doloso conservo parem diventa “’na bella dritteria contro quel dritto
là” mentre Paratore, per rendere dolum e doloso, ripete
due volte la stessa parola: “… che trappola io debba architettare contro
la trappola del mio compagno…”.
.
Ai
vv. 200 e seguenti incontriamo uno dei momenti in cui emerge, in tutta
la sua ricchezza, il cosiddetto ‘metateatro’ plautino: la descrizione,
fatta da Periplectomeno, di Palestrione meditans. All’interno di
questa descrizione assume una certa rilevanza il riferimento a Nevio in
carcere, il quale appare, come è stato osservato usando un gergo
cinematografico, in una sorta di “dissolvenza incrociata” (45). Ci sembra
opportuno riportare pressoché per intero il brano plautino in questione:
.
Quem
ad modum adstitit severo fronte curans, cogitans,
Pectus
digitis pultat; cor, credo, evocaturust foras.
Ecce
avortit; nixus laevo in femine habet laevam manum.
Dextera
digitis rationem conputat; ferit femur
Dexterum.
Ita vehementer icit; quod agat aegre suppetit.
Concrepuit
digitis; laborat, crebro commutat status.
Eccere
autem capite nutat; non placet quod repperit:
Quicquid
est, incoctum non expromet, bene coctum dabit.
Ecce
autem aedificat; columnam mento suffigit suo.
Apage,
non placet profecto mihi illaec aedificatio;
Nam
os columnatum poetae esse indaudivi barbaro,
Cui
bini custodes semper totis horis occubant.
Euge,
euscheme hercle astitit et dulice et comoedice.
Numquam
hodie quiescet prius quam id quod petit perfecerit.
Habet,
opinor. Age siquid agis; vigila, ne somno stude,
Nisi
quidem hic agitare mavis varius virgis vigilias.
Tibi
ego dico; † anheriatus vestis heus te adloqui †, Palaestrio.
Vigila,
inquam, expergiscere, inquam; lucet hoc, inquam. (vv.201-19) (46)
.
Pasolini, in uno dei punti
più belli della sua resa, traduce così:
.
Ih,
guardalo come sta lì nero, concentrato.
Batte
il petto coi diti: er core è interrogato.
Mo’
se rivolta, teso; appoggia la manciola
sopra
la coscia; l’altra, l’adopra come a scola
a
fa i conti: che conta? Ahio! Mo’ s’allenta
‘na
sleppa sulla coscia: nun ha trovato niente!
Fa
schiocchi co’ le dita, smania, cambia posa,
fa
no no co’ la testa: pensa che nun è cosa…
Certo
che se fa il cuoco, cuoce bene, cuoce.
Ecco!
Ce l’ha fatta! Fa la faccia feroce!
(Mh,
mica me va tanto, questa sua espressione…
Dice
che ‘st’espressione, usa farla un poeta
che
scrive mezzo barbaro: e siccome ha per meta
la
rivoluzione, sta sempre sotto l’occhi
dei
vecchi, benedetti, fedeli poliziotti.)
Bene
perdio! Me sembra er servitore classico
delle
commedie; certo, l’idea non la lascia
fino
che non l’ha presa: Ma mo’ l’ha presa! Dai,
parla,
s’hai da parlà! Che, dormi? Ce lo sai
che
a forza de cintate te risveglio io!
Aòh,
parlo a te, sa! Ma che, hai bevuto? Addio!
Svejete,
Palestriò, s’è fatto giorno!
.
La descrizione di Palestrione
fatta da Periplectomeno, a detta di Marino Barchiesi, “raffigura qui il
poeta in atto di creare la commedia, ed anzi, per un breve giro di versi,
il poeta Plauto (il nome, per una volta, è usato nel suo preciso
senso individuale)” (47). Pasolini riesce a far rivivere, attraverso la
lingua del Belli, la vivacità plautina di questa descrizione, aggiungendo
delle frasi ex novo: infatti, ai vv. 211-12, Nam os columnatum
poetae esse indaudivi barbarum / cui bini custodes semper totis horis occubant,
traduce,
inventando, così: “Dice che st’espressione, usa farla un poeta /
che scrive mezzo barbaro: e siccome ha per meta / la rivoluzione, sta sempre
sotto l’occhi dei vecchi, benedetti, fedeli poliziotti”. Nevio, incarcerato
per i suoi attacchi agli Scipioni e ai Metelli, cui Plauto sottilmente
allude, si trasforma - nella resa pasoliniana - in un intellettuale ‘rivoluzionario’
ante
litteram.
.
Un
altro felice esempio di ‘attualizzazione’ del testo plautino lo incontriamo
ai vv. 686-700:
.
……
Verum egone eam ducam domum,
Quae
me mihi nunquam hoc dicat: ‘eme, mi vir, lanam unde tibi
Pallium…
Malacum
et calidum conficiatur tunicaeque hibernae bonae
Ne
algeas hac hieme’ (hoc numquam verbum ex uxore audias)
Verum
prius quam galli cantent, quae me e somno suscitet,
Dicat:
‘da mi, vir, Calendis meam qui matrem munerem
Da
qui faciam condi<men>ta; da quod dem quinquatribus
Praecantatrici,
coniectrici, hariolae atque haruspicae;
Flagitiumst
si nil mittetur, quae supercilium spicit.
Tum
plicatricem clementer non potest qui munerem,
Iam
pridem, quia nil abstulerit, suscenset ceriaria;
Tum
opstetrix expostulavit mecum parum missum sibi;
Quid?
Nutrici non missuru’s quicquam qui vernas alit?’
Haec
atque †huius† similia alia damna multa mulierum
Me
uxore prohibent mihi quae huius similis sermones serat.
.
Ma
indò la trovi, una che ti dica, mettiamo:
«Caro,
compra la lana, che ti faccio a mano
‘na
maglia e un par de calze per la brutta stagione?»
Sì!
La sogni ‘na moje che cià ‘sta intenzione!
Sai
che dice ‘na moje, da la mattina presto?
«Caro,
te lo ricordi che domani è la festa
della
Donna? Bisogna fare un bel regaletto
a
mia madre… Ah, poi in casa siamo senza un confetto…
E
c’è da compensare il prete, il sagrestano,
la
chiromante… Inoltre bisogna che paghiamo
la
massaggiatrice… la stiratrice è un mese
che
mi fa il muso, dice che lei sta sulle spese…
Piange
anche l’ostetrica, che la paghiamo poco…
E
la balia dei figli della servitù…»
Da
morire di rabbia, da non poterne più!
.
Pasolini traduce molto liberamente,
reinventa, inserisce quei personaggi ‘popolari’ di quartiere che adesso
non esistono più; crea insomma un milieu
parallelo a quello
di Plauto, generato dal movimento linguistico dal latino al romanesco ‘teatrale’.
.
Così,
è ‘attualizzante’ la resa di architectus - parola con la
quale Periplectomeno presenta Palestrione ad Acroteleuzio al v. 901 - con
“ingegnere” (lessema che, tra l’altro, in italiano possiede un certo alone
allitterante, come in latino architectus). Il servus meditans,
l’architectus degli inganni, diventa un “ingegnere” (e non si dimentichi
che ‘ingegnere’ e ‘dottore’ sono parole usate molto di frequente, anche
a sproposito, dai romani).
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Insomma,
la libera traduzione pasoliniana è un gioco teatrale, mira a concretizzare
un mondo antirealistico, fatto di macchiette, di figure fisse, come in
Plauto e nel teatro moderno, dalla commedia dell’arte fino all’Ottocento.
Non si può perciò criticare (come è stato fatto, con
argomenti che oggi suonerebbero estremamente datati) (48) il traduttore
perché la sua resa non è abbastanza impegnata, o carente
di riferimenti satirici al mondo contemporaneo. Come afferma Pasolini in
una lettera di risposta, sarebbe stato “pazzesco” fare di Plauto, “dopo
duemila anni”, un autore marxista. Del resto, un riferimento ‘politico’
ad un recente passato non manca, come afferma il traduttore, sempre nella
lettera sopra citata: “e, infine, ho reso con tutta l’immediatezza che
mi era consentita l’antimilitarismo di Plauto nella sua concezione principale,
il Generale (così ho tradotto il Miles); tanto è vero
che quando egli chiede che cosa un servo gli auguri, questi gli risponde
«vincere sempre vincere», che è un motto che non può
essere privo di diretta allusività per gli italiani” (49).
Paolo
Lago
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