"Pagine
corsare"
I contributi dei visitatori
Riflessioni su Pier Paolo
Pasolini
di Rocco Carfagna
[I disegni sono dello
stesso Rocco Carfagna.
Se ne potranno vedere
altri all'indirizzo web
http://utenti.lycos.it/aruim/galleria_2.htm]
.
Anche
un ingegnere può essere un appassionato lettore di Pier Paolo Pasolini.
Mi affascina la genialità
del suo scrivere, il suo personalissimo e rigoroso modo di esprimersi e,
perché no, anche di contraddirsi.
Ho letto molte sue opere
e ho visto e rivisto la sua produzione cinematografica e gran parte delle
interviste rilasciate alla televisione pubblica.
Ho anche avuto la fortuna
(per gentile concessione dei curatori del Fondo Pasolini) di sfogliare
la sceneggiatura del film La rabbia da lui scritta a macchina e
corretta a penna (che emozione!)
Oggettivamente,
mi rendo conto che mi è difficile essere imparziale quando parlo
o scrivo di Pasolini ed in modo particolare dei suoi film e del suo originalissimo
modo di fare cinema, perché tutto ciò che egli ha detto,
scritto, creato mi sembra pervaso da una singolare aura di intangibilità
e genialità…
Pier Paolo Pasolini è
stato anche un amico ed un profondo estimatore di Sandro Penna, poeta grandissimo,
scomparso nel 1977 ed oggi quasi dimenticato.
Nel libro "Il caos", il
volume pubblicato da "Editori Riuniti", che raccoglie gli articoli scritti
da Pasolini per il quotidiano IL TEMPO, mi ha particolarmente incuriosito
una risposta di Pasolini ad un lettore. In essa è racchiusa una
esemplare definizione etica ed antropologica, se così si può
dire, di "uomo medio", ovvero di piccolo borghese:
«Caro Uomo
Medio
Il non aver saputo prendere
con spirito la frase, "nello squallido o torbido ambiente degli uomini
medi maturano eccetera", e anzi, aver ritorto contro di me la frase contro
cui io polemizzavo, perché razzistica, dimostra che lei è
un uomo medio proprio nella sua accezione peggiore, fondato cioè
su quell'ideologia per definizione avversa sia alla religione che alla
ragione, che è il "buon senso". Perché non va a leggersi
quelle pagine contro il "buon senso" che ha scritto Kant, uomo su cui lei
non può avere i degradanti sospetti che ha su di me? Nota: coloro
che usano l'espressione "squallido o torbido ambiente dove maturano eccetera",
espressione contro cui io ho fatto della dolorosa ironia nella mia pagine
sull'uomo medio) si macchiano di una infinità di colpe, che in pieno
neocapitalismo è poco definire tribali. Ne faccio un rapido elenco.
1. Sono razzisti. Infatti
essi si distinguono, direi teologicamente, o meglio antropologicamente,
dai soggetti di cui si abbassano, costretti dalla necessità, a parlare:
prostitute, omosessuali, ladri truffatori eccetera. Costoro vengono distaccati,
"separati" dalla coscienza e chiusi nel ghetto, appunto "dello squallido
e torbido ambiente".
2. Sono ricattatori. Infatti
essi tappano la bocca a presunti appartenenti a quel ghetto, mettendoli
a tacere attraverso l'allusione alle loro colpe che l'uomo medio condanna,
e per cui essi non hanno diritto di cittadinanza nella società.
Fanno, al livello borghese dell'indignazione morale (anche sincera!) ciò
che un piccolo ricattatore può fare a una prostituta che ha un figlio,
un omosessuale che ha una madre o un impiego eccetera.
3. Sono ignoranti. Infatti
essi ignorano tutto ciò che di scientifico (mettiamo sul piano più
elementare, Freud) è stato scritto su coloro che essi relegano nello
squallido ghetto, senza spiegazione che una cieca ripugnanza fisica, un
panico, un principio irremovibile: tutte cose perfettamente stupide perché
irrazionali e prive di ogni motivazione scientifica.
4. Sono primitivi. Infatti
essi negli abitanti coatti dei loro ghetti vedono arcaicamente dei "capri
espiatori", sulle cui spalle riversare le colpe di tutta la società.
Nelle giornate più drammatiche del caso di Viareggio, per esempio,
pareva che le colpe dei lager, della diga di Longarone o della guerra del
Vietnam cadessero tutte sulle spalle di quattro poveri invertiti - ricattati
e martirizzati - privi di ogni potere, e impossibilitati, da ricatto, privato
e pubblico, ad avere una normale vita e a fare una normale carriera.
5. Sono dei sanguinari.
Infatti i "capri espiatori" si ammazzano. Ed essi, additando ai loro pari
e alle autorità direttamente o indirettamente, gli "squallidi o
torbidi individui" così come essi li definiscono e li vogliono,
ne fanno implicitamente (e talvolta esplicitamente) dei soggetti da linciaggio.
Ho calcato un po’ le tinte.
Ma le cose stanno sostanzialmente così.
Pier Paolo
Pasolini
n. 2 a. XXXII, 10 gennaio
1970»
.
Particolarmente significative,
inoltre, appaiono le osservazioni nei confronti della scuola e della televisione
pubblica: si tratta una critica spietata, talvolta anche volutamente esasperata,
ma che porta a galla le profonde contraddizioni della società e
della scuola italiana degli anni ’70, contraddizioni e lacerazioni oggi,
purtroppo, ancora più evidenti:
«Neocapitalismo
televisivo (1958)
[….] Quando io scrissi il
mio primo romanzo, Ragazzi di vita, la televisione non era ancora
entrata in funzione. Dirò di più: molte cose che oggi riempiono
la vita dei giovani e dei poveri in generale non c'erano. Non c'erano i
flippers, i calcio-balilla, i circoli giallo-rossi o bianco-azzurri che
siano, il fumetto o il fotogramma sviluppati e affascinanti come sono oggi,
non si era affermato, o almeno non nella misura attuale, quel certo cinema
che i produttori destinano al pubblico dei poveri. L'esistenza dei ragazzi
di vita era, quindi, dal punto di vista dei divertimenti, squallida e vuota.
Oggi invece, la società non offre al giovane lavoro, ma infiniti
modi di dimenticare il presente e di non pensare al futuro.
La televisione è entrata
nella vita e nel costume dei giovani. I miei personaggi sono quelli delle
borgate romane, sono i sottoproletari che vivono ai margini della città.
Dal tempo in cui scrivevo Ragazzi di vita, quando non esisteva la
Tv, a oggi si possono notare in loro cambiamenti: un arricchimento del
loro modo di parlare anzitutto, del gergo, anche, di parole ed espressioni
auliche, o appartenenti comunque a un linguaggio conformistico, usate però,
per di più, in funzione palesemente ironica. È questa una
forma di primitiva difesa contro l'influenza ideologica della Tv, che gli
ambienti meno conformisti tendono a respingere, sottoponendola già
a una specie di trasformazione.
In questo senso, certi strati
della popolazione romana, quelli ai quali io i interesso, più ricchi
e forti, per così dire, di tradizioni culturali proprie, un proprio
costume di vita, di una propria moralità resistono meglio alla funzione
livellatrice della Tv e ne respingono d'istinto il palese conformismo.
[…]
L'influenza della Tv è
visibile in ben altro modo, per esempio, nei piccolo-borghesi e nella gente
d'ordine. Qui il conformismo televisivo trova un terreno propizio, e incide
quindi, in misura maggiore.
Per questi ultimi strati
sociali, la Tv rappresenta un grande fatto di cultura, naturalmente di
quella cultura che la classe egemone fornisce. Mi sembra ridicola e sproporzionata
l'indignazione di quegli intellettuali che, pur appartenendo alla classe
egemone, rigettano con sprezzo tanta parte della produzione televisiva,
la più popolare. In realtà la Tv, lungi dal diffondere (come
essi sostengono) nozioni staccate e prive di una visione unitaria della
vita e del mondo, è un potente mezzo di diffusione ideologica, e
proprio della ideologia consacrata dalla classe egemone.
[…]
La Tv, a mio parere, mettendo
assieme spettacoli di un certo valore artistico e culturale, (la prosa)
e altri di assai minore livello, mettendo cioè la parte più
povera, culturalmente parlando, a contatto con diversi livelli, per così
dire, di cultura, non solo non concorre ad elevare il livello culturale
degli strati inferiori, ma determina in loro un senso d'inferiorità,
quasi angosciosa. I poveri, cioè, vengono indotti continuamente
ad una scelta, che cade, per forza di cose, a vantaggio degli spettacoli
improntati a livello inferiore. In questo caso, se mi si consente, la Tv
s'inserisce nel fenomeno generale del neocapitalismo. In quanto essa tende
ad elevare un po' il grado di conoscenza in coloro che sono a un livello
superiore, ma a precipitare ancora più in basso chi si trova a un
livello inferiore.
Da Vie Nuove,
XIII, 51, 20 dicembre 1958.
Intervista rilasciata da
Pier Paolo Pasolini
ad Arturo Gismondi»
.
«Contro la televisione
[Inedito, 1966]
[…] Che cosa vuol coprire
la televisione? […] Vuol coprire la vergogna di essere l'espressione
concreta attraverso cui si manifesta lo Stato piccolo-borghese italiano.
Ossia di essere la depositaria di ogni volgarità, e dell'odio per
la realtà (mascherando magari qualche suo prodotto con la formula
del realismo). Il sacro è perciò completamente bandito. Perché
il sacro, esso sì, e soltanto esso, scandalizzerebbe veramente,
le varie decine di milioni di piccoli borghesi che tutte le sere si confermano
nella propria stupida "idea di sé" davanti al video.
[…]
La televisione emana da
sé qualcosa di spaventoso. Qualcosa di peggio del terrore che doveva
dare, in altri secoli, solo l'idea dei tribunali speciali dell'Inquisizione.
C'è nel profondo della cosiddetta "Tv" qualcosa di simile appunto
allo spirito dell'Inquisizione: una divisione netta, radicale, fatta con
l'accetta, tra coloro che possono passare e coloro che non possono passare:
può passare solo chi è imbecille, ipocrita, capace di dire
frasi e parole che sono puro suono; oppure chi sa tacere - o tacere in
ogni momento del suo parlare - oppure tacere al momento opportuno, come
fa anche Moravia, quando è intervistato o partecipa per esempio
alle "tavole rotonde", vili e pedanti, naturalmente, sempre. Chi non è
capace di questi silenzi, non passa. Da simile regola non si deroga. Ed
è in questo che - provate a pensarci bene - la televisione compie
la discriminazione neocapitalistica tra buoni e cattivi. Qui è la
vergogna che essa deve coprire, creando una cortina di falsi "realismi".
[…]
Io, da telespettatore, […]
ho visto sfilare, in quel video dove essi erano ora, un'infinità
di personaggi: la corte dei miracoli d'Italia - e si tratta di uomini politici
di primo piano, di persone di importanza assolutamente primaria nell'industria
e nella cultura; spesso persone di prim'ordine anche oggettivamente. Ebbene,
la televisione faceva e fa, di tutti loro, dei buffoni: riassume i loro
discorsi facendoli passare per idioti - col loro, sempre tacito beneplacito?
- oppure, anziché esprimere le loro idee, legge i loro interminabili
telegrammi: non riassunti, evidentemente, ma ugualmente idioti: idioti
come ogni espressione ufficiale. Il video è una terribile gabbia
che tiene prigioniera dell'Opinione Pubblica - servilmente servita per
ottenerne il totale servilismo - l'intera classe dirigente italiana […].
[…] come viene presentato
tutto, uomini, fatti, cose e idee? Tutto viene presentato come dentro un
involucro protettore, col distacco ed il tono didascalico con cui si discute
di qualcosa già accaduta, da poco, magari, ma accaduta, che l'occhio
del saggio - o chi per lui - contempla nella sua rassicurante oggettività,
nel meccanismo che, quasi serenamente e senza difficoltà reali,
l'ha prodotta. È insomma, sempre, una mente ordinatrice dall'alto,
che presentando le informazioni, e riassumendo i messaggi, opera la selezione
delle notizie (e dà quindi un quadro diverso dell'Italia). A un
livello naturalmente bassissimo (c'è l'alibi della enorme disparità
dei destinatari, bambini, gente semplice ecc. ecc.).
[…]
L'importante è una
cosa sola: che non trapeli nulla mai di men che rassicurante. La televisione,
della vita pubblica delle vicende politiche e della elaborazione delle
idee, deve - e sente rigidamente tale dovere - operare secondo una selettività
di scelta e una serie di norme linguistiche, che assicuri innanzi tutto
che "tutto va bene", ed è fatto per il bene. Il bene non deve avere
difficoltà: ed ecco che infatti il mondo presentato in televisione
è senza difficoltà: se difficoltà ci sono state, sono
state sempre provvidenzialmente "appianate": se disgraziatamente l'appianamento
non è ancora avvenuto (ma avverrà), provvede a dare questo
perduto senso di pienezza di lingua informativa orale-scritta dello speaker.
[…]
La televisione insomma è
"paternalista": questo ne può essere dunque lo slogan definitorio.
I precetti del padre sono una rigida elencazione di ciò che si può
e non si può dire e fare.
C'è solo una cosa
che sfugge alla sorveglianza - in fondo figliale, ossessiva, disperata,
meschina, terrorizzata del "padre televisivo" - e non può non sfuggirgli,
perché essa è in lui, è la sua stessa realtà:
questa cosa è la volgarità. Tutto ciò che appare,
dentro il video e prima del video, come preparazione e organizzazione dell'involucro
protettivo dell'informazione - è volgare. […]
Da: Pier Paolo
Pasolini,
Saggi sulla politica e sulla società - Saggi sparsi,
I Meridiani, Mondadori, 1999 -pp.128-139
.
.«Le
mie proposte su scuola e Tv
[…] la "massa" dei giovani
ignora il tradizionale conflitto interiore tra bene e male; la sua scelta
è l'impietrimento, la fine della pietà; e ciò quasi
per partito preso, aprioristicamente: sia che si tratti di delinquenti,
sia che si tratti di bravi ragazzi infelici - l'infelicità non è
una colpa minore.
[…]
I giovani sottoproletari
romani hanno perduto […] la loro "cultura", cioè il loro modo di
essere, di comportarsi, di parlare, di giudicare la realtà: a loro
è stato fornito un modello di vita borghese (consumistico): essi
sono stati cioè, classicamente, distrutti e borghesizzati. La loro
connotazione classica è dunque ora puramente economica e non più
anche culturale. La cultura delle classi subalterne non esiste (quasi)
più: esiste soltanto l'economia delle classi subalterne.
[…]
le mie "due modeste proposte"
di abolizione [della scuola e della televisione n.d.r.] intendevano
chiaramente riferirsi a una abolizione provvisoria. Dicevo, per la precisione:
"in attesa di tempi migliori: cioè di un altro sviluppo - ed è
questo il nodo della questione".
[…]
In attesa di una radicale
riforma sarebbe meglio abolire (lo so che è utopistico, ma ne sono
lo stesso fermamente convinto) sia la scuola d'obbligo che la televisione:
perché ogni giorno che passa è fatale sia per gli scolari
che per i telespettatori.
[…]
Soltanto ieri, improvvisando
un dibattito con degli insegnanti - in un seminario tenuto a Lecce - delineavo
quella che secondo me dovrebbe essere la scuola d'obbligo: e dicevo appunto
quasi esattamente le stesse cose di Moravia (aggiungevo, come materia di
tale nuova scuola d'obbligo, la scuola guida, con annesso galateo stradale,
problemi burocratici di ogni tipo, elementi di urbanistica, ecologia, igiene,
sesso, ecc. E soprattutto, aggiungerei, molte letture, molte libere letture
liberamente commentate).
Quanto alla televisione la
mia proposta di radicale riforma è questa: bisogna rendere la televisione
partitica e cioè, culturalmente, pluralistica. È l'unico
modo perché essa perda il suo orrendo valore carismatico, la sua
intollerabile ufficialità. Inoltre i partiti - com'è ben
noto - si sbranano all'interno della televisione, dietro le quinte, dividendosi
(finora abiettamente) il potere televisivo. Si tratterebbe dunque di codificare
e di portare alla luce del sole questa situazione di fatto: rendendola
così democratica. Ogni Partito dovrebbe avere diritto alle sua trasmissioni.
In modo che ogni spettatore sarebbe chiamato a scegliere e a criticare,
cioè a essere coautore, anziché essere un tapino che vede
e ascolta, tanto più represso quanto adulato. Ogni Partito dovrebbe
avere il diritto, per esempio, al suo telegiornale; perché il telespettatore
possa scegliere le notizie, o confrontarle con le altre, cessando dunque
di subirle. Inoltre direi che ogni Partito dovrebbe gestire anche gli altri
programmi (magari proporzionalmente alla sua rappresentanza al Parlamento).
Nascerebbe una stupenda concorrenza, e il livello (anche quello spettacolare)
dei programmi, salirebbe di colpo. Voilà.
Dal Corriere
della Sera, 29 ottobre 1975; ora in
Pier Paolo Pasolini, Saggi
sulla politica e sulla società - Lettere luterane, I Meridiani,
Mondadori, 1999 -pp. 693-699 »
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