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I contributi dei visitatori Pasolini, o del dinamismo
sovversivo
[Propongo un breve testo con qualche lieve modifica rispetto all'originale da me scritto nel 1995 per una mostra multimediale ispirata a Pasolini, a cura dell'associazione culturale gradese "Gruppo A" (http://web.tiscali.it/gruppo_a), sperando che anche questo possa essere un utile "tassello" per la comprensione di un'opera sempre più attuale e, perciò, sempre più preziosa. Alessandro Bellan] * * * Il laboratorio mentale di Pasolini può essere paragonato a quello di un alchimista, la sua vita a nozze chimiche rovesciate, in cui la Sposa è l’Abiezione, quasi che il biasimo e la riprovazione gli fossero necessarie per completare l’opus. Il passaggio fondamentale della ricerca pasoliniana sembra infatti essere, per usare la terminologia alchemica, quello della nigredo, l’Opera al nero, ovvero il momento in cui gli elementi subiscono il processo di putrefazione. Ma l’albedo, l’Opera al bianco, non si intravede: gli elementi subiscono l’alterazione e la corruzione per l’eccesso di una vitalità e di un ardore quasi mistico, privo tuttavia di qualsiasi prospettiva escatologica di redenzione. Il transito terrestre di Pasolini appare perciò dominato interamente dalla prefigurazione della morte, dal processo degenerativo di tutto ciò che è impuro. Nel Frammento alla morte si legge: «Sono nel rogo, gioco la carta del fuoco». E il rogo, l’Athanor di Pasolini si chiama poesia. Poesia è il fuoco catartico, la dimensione in cui, secreta dai canali dell’anima, l’impurezza affiora alla superficie della lingua. A questo livello il tempo arcaico-mitico proprio della cosa sacra e il tempo moderno-razionale della cosa dissacrata, quantificata, monetizzata convivono ereticamente l’uno accanto all’altro. Se il processo di razionalizzazione moderno non permette di purificare l’impuro, o di far convivere il sacro e il profano, ma solo di renderne fungibile, commerciabile, l’impurezza, la poesia reagisce, con forza arcaica e utopica, alla reificazione integrale del linguaggio e della realtà forzando il linguaggio a pronunciarsi, a rappresentare l’indicibile, l’ob-sceno della realtà, la violenza, la pornografia del potere, ripetitivo fino alla morte, compiaciuto di questa sua coazione a ripetere. Come avevano osservato Horkheimer e Adorno nella Dialettica dell’illuminismo, mentre l’animismo magico dei popoli primitivi vivificava la natura, il golem del mercato e della tecnica reifica le anime. Di fronte a questa barbarie, alla totale recisione dell’incommensurabile, la coscienza poetica percorre i sentieri più disprezzati dalla ragione eurocentrica, quelli della fisicità primitiva («Africa! Unica mia / alternativa») e della via mistica della riprovazione, ossia la vita assunta nella sua gnostica impurezza, nel tentativo di toccare le frontiere dello sguardo e della ‘moralità’. Per pensare l’Eterno ”uomo in rivolta”, da Sade a Lautréamont, da Artaud a Pasolini, non ha altra possibilità che la bestemmia, l’oltraggio, il gesto antiborghese e arcaico del sacrificio della corporeità spoglia, povera, sporca, disanimata e che sembra a Pasolini l’unica possibile risposta al “potere” - il pugno chiuso del ragazzo nudo contro i “Signori” in Salò. Pasolini si è fatto carico, con la vita e con l’opera, della consapevole autodistruzione inscritta in ogni dinamismo sovversivo, in qualsiasi tentativo di proiettare il principio di piacere sul principio di realtà, giungendo fino alle estreme conseguenze, fino al punto in cui la vita offesa si riscatta e si riappropria di quel senso che la reificazione gli ha sottratto. In questo sta la bestemmia di Pasolini, nel suo tentativo non-cristiano di pensare poeticamente il cristianesimo. La morte, anziché come sconfitta o conclusione, finisce con l’essere paragonata da Pasolini al montaggio, a un evento che collega in modo significativo i fotogrammi altrimenti incomprensibili dell’esistenza: «La morte compie un fulmineo montaggio della nostra vita: ossia sceglie i suoi momenti veramente significativi... e li mette in successione» (Osservazioni sul piano-sequenza, in Empirismo eretico). Come un alchimista Pasolini ha tentato fino all'ultimo di riportare il Caos della possibilità alla «plastica chiarezza» del Cosmo, al cuore stesso della Realtà, come in un «rito cosmogonico di creazione» (G. Zigaina, Pasolini e la morte, Venezia 1987, p. 121): la morte al servizio della vita, del creare. La speranza di chi, creando, oggi si rivolge ancora a lui non può che esser quella di riuscire a esprimere la segreta passione di ogni operare artistico: aprire le menti a immagini, parole, suoni, colori che, testimoni di un’antagonistica alterità, ci proiettano in un mondo dove tutto ciò che è difforme e non identificabile non è più una minaccia da estirpare, ma una ricchezza inestimabile di cui avere cura. |
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