I contributi dei visitatori di "Pagine corsare"
 

"Pagine corsare"
I contributi dei visitatori

Paola Amadesi
Pier Paolo Pasolini e Massimo Troisi


Quando Pasolini morì, avevo solo undici anni. Mia madre era a Londra, in quel triste week end che già porta il nome dei morti e racchiude in sé la perdita di qualcosa o qualcuno. Accese la televisione, si accorse dell'accaduto e andò subito in edicola a comprare tutti i giornali italiani. Lo fece per me, ha sempre detto, perchè sapeva che, crescendo, mi sarei innamorata di lui. Così fu. Ma colui che più me lo fece avvicinare, fu il suo più grande, spontaneo, affettuoso ammiratore: Massimo Troisi. A casa di Massimo, un giorno, vidi la bellissima pubblicazione della Fondazione Pasolini, un libro grande e nero, dal titolo Le regole di un'illusione. Massimo mi parlava di Pasolini, delle sue sofferenze, del suo cinema, della sua poesia. Comprai quel libro, e sempre grata a Massimo di ciò, approfondii sempre più la mia conoscenza di Pasolini. 
Nel 1996 mi trovavo a Roma, e in quell'occasione girai un piccolo film con una vecchia Superotto di mio nonno, all'ultimo domicilio di Pasolini e sull'orrendo luogo del delitto, con altrettanta orrenda scultura (?) posta ad memoriam, perché non si poteva fare altro. Non si poteva ignorare del tutto, un delitto che io definisco "di Stato" o "italiano", come ha denunciato Giordana nel suo delicatissimo e curatissimo film. 
Quel piccolo film è stato visto e qualcuno vi ha scritto sopra cose per me profondamente gratificanti.  La voce in apertura è di Massimo, seguace e sosia di Pasolini! 
L'anno scorso, a casa della sorella di Massimo, Rosaria, ho trovato un libretto con molte foto di Massimo. Ce n'é una, in particolare, emozionante, inquietante: un carnevale, Massimo vestito "da Pasolini". La somiglianza è impressionante. La stessa bellezza, sottile, lo stesso volto scavato, gli stessi occhi tristi. Poi, nel 1997 mi sono laureata al D.A.M.S. di Bologna con una tesi in Filosofia Estetica dal titolo Il malessere, la risata: viaggio all'interno della poetica di Massimo Troisi, in cui non ho potuto fare a meno di inserire pagine su Pasolini, per comprendere la poetica di Massimo. Ho anche azzardato un dialogo tra i due, in cui i due autori s'incontrano e discutono le basi per un film, da girare insieme. 
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Nel dialogo, qui di seguito riportato da Il malessere, la risata: viaggio all'interno della poetica di Massimo Troisi di Paola Amadesi, sono riprese parecchie citazioni da Empirismo eretico di Pier Paolo Pasolini, dalla Vita di Pasolini di Enzo Siciliano, da Pier Paolo Pasolini di Serafino Murri, da Il cinema di Pier Paolo Pasolini di Adelio Ferrero; sono inoltre inserite le poesie Supplica a mia madre dello stesso Pasolini e Poesia alla madre di Massimo Troisi, nonché alcune citazioni da dichiarazioni di Troisi apparse tra l'altro nel Catalogo XXX incontri internazionali del cinema. Si potranno leggere tali  citazioni da interviste di Massimo Troisi cliccando qui]
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[…] Il terzo capitolo di questa seconda parte del mio lavoro su Troisi, s'intitola Le origini, ed è posto quasi alla fine del lavoro perché risultava difficile comprendere pienamente quali fossero le origini artistiche (e le eredità raccolte) di Massimo Troisi senza prima avere analizzato la sua poetica attraverso i temi da lui trattati nei suoi lavori. Pier Paolo Pasolini (che ricorre spesso in tutto il lavoro), in questo capitolo dialoga personalmente con Troisi durante un immaginario incontro tra i due registi che esprimono vicendevolmente la propria idea dell'arte. 
 

Roma, Dicembre 1996. 
Il giovane attraversa la strada guardandosi attorno attentamente.  Le macchine vanno veloci davanti ai suoi occhi, al di là del suo sguardo acuto. Scorge il vecchio sulla porta del bar. Gli fa un cenno di saluto con la mano alzata, lo raggiunge rapidamente. Sono uno di fronte all'altro: il vecchio pulisce gli occhiali da vista, il giovane gli porge la mano tesa ed un sorriso aperto. È visibilmente emozionato. Il vecchio inforca gli occhiali, ricambia il sorriso e gli stringe la mano con presa forte e sicura. Il giovane lo invita a precederlo: entrano nel bar. Scelgono un tavolo appartato del bar quasi deserto, si siedono. Il cameriere li raggiunge subito salutandoli con riverenza, prende le ordinazioni e se ne va discretamente subito dopo. Il giovane sorride. 

- Sono emozionato, maestro Pasolini. - Gli dice sinceramente contento. 
- E per cosa, Troisi?  Non per il nostro incontro, mi auguro: già ci siamo incontrati, ed in occasioni sempre festose. -
- E' vero… - Il giovane sorride sempre,  apertamente - Ci siamo visti allo stadio,  tante volte.   Quella volta (cita data, ora e luogo dell'incontro di calcio) e anche quando... (nuova precisa citazione) -
- Non giochi male, Troisi, però potresti fare meglio. -
- Lo so: lei era bravissimo, molto più bravo di me nel giocare a calcio. -
- Non cercavo un paragone: volevo soltanto darti un consiglio. Se tu… (seguono dettagli trascurabili sul gioco del calcio). Ma dunque, m'interessa: quest'emozione, da dove nasce? -
- Oggi è un giorno speciale: siamo qui per il film. Il nostro film. -
Il vecchio annuisce, passa una mano tra i capelli totalmente bianchi eppure corposi, vitali. È vitale è anche lo sguardo irrequieto dietro gli occhiali dalle spesse lenti. Quegli occhi scuri non lasciano il viso del giovane, lo scrutano, lo studiano in ogni dettaglio, in ogni più piccolo movimento dei muscoli facciali. 
- Qualcosa non va, maestro? -
- No, Troisi, no - Lo rassicura il vecchio - Stavo soltanto guardando quella maschera dall'infinita gamma di espressioni che è il tuo volto.  Magro, ossuto, sempre mobile.  Penso che ci assomigliamo noi due. Fisicamente, intendo dire. Ho sempre avuto il volto magro, io, quegli zigomi sporgenti, quelle labbra sottili. Ora, certo, tutto è andato via via sottolineandosi: come vedi, sono segnato dal tempo. Ma i tuoi occhi mi ricordano i miei. Ma parliamo di cinema, siamo qui per questo. -
- Perché ha voluto proprio me per questo film, maestro? -
- Smettila con quel "maestro", mi ricorda le botteghe rinascimentali in cui i grandi pittori ed architetti fingevano d'insegnare ai giovani la loro arte, quando in realtà erano gelosissimi dei loro segreti e detestavano chiunque potesse detronizzarli del loro potere. Fammi la cortesia di chiamarmi Pier Paolo e di darmi del "tu". Perché ho voluto te… Perché sei un attore. Ed io ho bisogno di un attore che sia tale per vocazione. Perché sei un autore. Ed io ho bisogno di discutere con un altro autore, per amplificare il lavoro. E perché sei una "maschera", e di maschere non ce ne sono più dal giorno della morte di Totò e da quello della morte di Eduardo.  Ora rispondi tu alla mia domanda: "Che cos'è il cinema? " -
Il giovane ci pensa un poco, mentre arriva il frizzante vino nella caraffa trasparente.  Ne versa al vecchio, poi si serve. 
- Il cinema…Non lo so. Non l'ho mai saputo. Faccio quello che faccio perché lo "sento". E se è vero che non si finisce mai d'imparare, io devo ancora cominciare. E poi io, in confronto a lei,… a te, che ti sei sempre impegnato politicamente e socialmente nei tuoi lavori… Lo so, sento che poteri fare di più, prendere posizione, indignarmi di più. -
- Sai come la penso, Massimo: il non verbale, l'immagine visiva, si fa linguaggio, diventa un'altra verbalità che appartiene alla Realtà: quindi è inevitabile prendere posizione. Non fartene un cruccio di questa tua, come dici, assenza d'impegno, perché, come vedi, non è tale. Sei sempre impegnato rispetto a te stesso. -
- Io credo che sia importante quello che uno dice, il mezzo viene dopo. Il problema è che secondo me non sono un uomo di cinema. I critici hanno distrutto la mia regia dal primo film all'ultimo ed hanno sempre avuto ragione. Stessa cosa vale per il montaggio: piuttosto che andare al montaggio farei di tutto: mi tocca stare lì per giorni e giorni, accumulo emozioni e stress e non riesco a riposarmi un momento. Per di più, non taglierei mai niente. Oppure rifarei tutto. -
- È ciò che ho sempre provato io: guarda le mie regie: sono statiche, frontali, prive di tecnica: come le tue. Il montaggio poi è una liberazione, sì, ma è come la morte. Quando giro, e soprattutto quando monto, ho delle infinite inquietudini, ma come sceneggiatore mai. Anche se scrittura e cinema sono attività analoghe, secondo me. -
- Sono d'accordo: anch'io quando scrivo riesco ad essere sicuro, per quanto, comunque, la scrittura mi stanchi -
- Il montaggio, dicevo, compie sulle diverse sequenze un'operazione, a suo modo, mortale: comunque irreversibile e definitiva. Proprio come la morte. La morte compie un fulmineo montaggio della nostra vita, ossia sceglie i momenti veramente significativi e li mette in successione, facendo del nostro presente, infinito, instabile e incerto, e dunque linguisticamente non descrivibile, un passato chiaro, stabile, certo, e dunque linguisticamente ben descrivibile. Solo grazie alla morte, la nostra vita ci serve ad esprimerci. Il montaggio è dunque molto simile alla scelta che la morte fa degli atti della vita collocandoli fuori del tempo. -
- La morte come la malattia, Pier Paolo. Ci consentono entrambe di "dire". Le ho usate tutt'e due come espedienti, diverse volte. La malattia, specialmente… io ne so qualcosa - Sul suo viso appare un sorriso amaro, mentre il suo sguardo va oltre la vetrata, verso le macchine perennemente in corsa. Il vecchio gli legge nel pensiero. 
- Una folle corsa, verso non si sa cosa… -
Stanno un po' in silenzio, bevendo il loro vino fresco. 
Poi, la conversazione riprende. È il giovane a parlare. 
- Ma come hai fatto, Pier Paolo, a creare i capolavori che hai realizzato? Io, per quello che mi riguarda, non ho mai avuto una reale coscienza del fare regia. All'inizio, poi, mi mancava totalmente la capacità di proporre le mie intenzioni traducendole in immagini. Tant'è che ogni volta che guardo un mio lavoro lo rifarei. Credo che uno sia veramente un regista nel momento in cui dice "stop", quando se ne va da solo a casa, quando sta in bagno, quando sta con la moglie a letto, è là che veramente uno fa il regista, uno pensa tutta la notte, scrive, s'immagina la scena, quando sei sul "set" sei già un esecutore. Il film sta sempre in luoghi inaccessibili. -
- Parli sempre e solo di regia, Troisi. Così facendo svilisci tutte le altre componenti del lavoro e della vita: intendo la scrittura, l'idea prima di quella, la sua traslazione scritta, poi quella visiva, pittorica o cinematografica, entrambe, se vuoi. Annulli le tue capacità, alfine. Nell'ultimo lavoro, non sei stato regista ma interprete e sceneggiatore. Mi riferisco a Il Postino, come avrai capito.  In quel lavoro hai dato la tua arte a Michael Radford, ed hai potuto lavorare indisturbato proprio per questo motivo: lui non esisteva più, esistevi soltanto tu, me ne sono accorto. -
- Jam', maestro, mi emoziono… -
Il vecchio sorride e scuote il capo. Poi ricomincia. 
- Consegnando te stesso ad un altro regista ti sei liberato. Non era più tuo il compito di "tradurre" le sensazioni in quella verbalità "altra" che è l'immagine. Dunque, Troisi è diventato puramente Troisi, preoccupandosi soltanto dell'idea, della sceneggiatura, del dialogo, corporale o dialettico che sia, della poesia, insomma. Non parli mai di poesia, tu. E ne sei impregnato in tutto il tuo essere. -
- Mi torna in mente il tuo "Giotto", di Decameron. Sprizzavi poesia da tutti i pori, in quel ruolo, se mi permetti l'espressione un po'…terra terra. Con quegli occhi da folle, vestito di stracci, eppure ammalato di poesia creativa, con le sue visioni e le sue allucinazioni. -
- Noto che hai compreso appieno ciò che intendevo dire. Nel tuo ultimo lavoro ti sei, per così dire, "decodificato": Troisi è uscito da Troisi, come dicevo prima. Hai lavorato come nessuno si sarebbe aspettato da te. Con la tua faccia sofferente, che somiglia sempre di più alla mia, al mio "Giotto" di cui parlavi, poetico nei limiti consentiti dal cinema. Perché, se esiste nel cinema la "lingua di poesia" è solo grazie a quella che ho in passato chiamato "soggettiva libera indiretta", cioè la soggettiva del personaggio che usa un discorso diretto, ed implica l'uso della lingua del personaggio. Sei stato il postino di Neruda, usando una tua personale, non registica, ma esclusivamente poetica "soggettiva libera indiretta". Quella tua maschera tragica ha fatto il resto. -
- Ti è piaciuto, allora. - sorride il giovane. 
- Non chiedermelo. - Risponde anch'egli sorridente il vecchio. 
- Ma ti rendi conto, che è stato candidato all'Oscar?! - si eccita il giovane. 
- Non sono propriamente un pubblico ed una critica culturalmente molto competenti, quelli che compongono le manifestazioni di quel genere. Comunque, la musica era bella. -
- Sì, ma non era Pino. Pino Daniele, intendo. Il mio corrispettivo in musica. -
- La fonte musicale, che non è individuabile sullo schermo, e nasce da un "altrove" fisico per sua natura "profondo", sfonda le immagini piatte, o illusoriamente piatte, dello schermo, aprendole sulle profondità confuse e senza confini della vita. -
- Sei tu che confondi me, quando parli così! -
- Hai ragione, e poi è finito il vino. -
- Ci diamo agli stravizi, oggi, eh?! Tu con quell'ulcera, e io… -
- … con quel cuore malato… -
Fuori comincia a fare scuro. Il giovane chiama il cameriere. Decidono di ordinare due caffè. Hanno deciso di non seguire le solite diete per lo stomaco e per il cuore. Hanno deciso di non ascoltare il corpo. Il giovane estrae dalla tasca dei jeans un foglietto spiegazzato. Lo apre, guarda il vecchio. 
- Ti ho portato… questa. L'ho scritta tanto tempo fa, per mia madre. Da sempre ho desiderato di fartela leggere… - La porge al vecchio che nuovamente si toglie gli occhiali per pulirli.  Nuovamente li indossa e comincia a leggere. 

-"Io sciupai il tuo candido seno
di giovane madre
di donna piacente. 
Rubai allo specchio la tua bellezza, 
e nelle tue mani, 
sempre più vecchie fotografie.
I discorsi di mio padre li ho imparati a memoria.
Fosse per lui
crederei ancora ai libri di Storia.
Con te devo incontrarmi in fiume di nero. 
E tra fiori e marmi
ritorna il rimpianto.
La guerra ti tolse dalle labbra il sorriso, 
io cancellai anche quel po' di rossetto.
Ti vedevo gigante. 
Poi, un rivolo di saliva all'angolo della bocca,
e ti vidi bambina, 
ti vidi morire.
E tra fiori e marmi, tra un pugno e un bacio, 
tra la strada e il mio portone, 
tra un ricordo e un giorno nero, 
torna e vive anche il rimpianto." -
Il vecchio guarda il giovane autore da dietro le lenti degli occhiali, torna a posare lo sguardo sul foglio e nuovamente su di lui. 
- Cosa vuoi sentirti dire, Massimo?  Non posso dirti niente di più di ciò che tu non sappia già… Più di ciò che anche io scrissi. -
Il giovane lo guarda e comincia a sussurrare: 
- "E' difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio. 
Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore, 
ciò che è stato sempre, prima  d'ogni altro amore. 
Per questo devo dirti ciò che è orrendo conoscere: 
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia. 
Sei insostituibile.  Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data. 
E non voglio essere solo. Ho un'infinita fame
d'amore, dell'amore di corpi senz'anima. 
Perché l'amore è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù: 
ho passato l'infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso. 
Era l'unico modo per sentire la vita, 
l'unica tinta, l'unica forma: ora è finita…" -
Il vecchio lo interrompe, prosegue lui stesso nella narrazione dei versi ben noti: 
- "… Sopravviviamo: ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione. 
Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire. 
Son qui, solo, con te, in un futuro aprile…"
… Quanto tempo è passato. E quanto grande è il dolore d'amare la propria madre, anche se non c'è passione più bella. Ne sai qualcosa anche tu, lo si percepisce palese in ciò che scrivi. C'è nel tuo scritto un senso di colpa che non dovresti provare: una madre ama sempre; tua madre ti discolperebbe da quella colpa che ti fai d'averla desiderata troppo. "Io sciupai il tuo candido seno di giovane madre, di donna piacente". Quasi come se la tua nascita le avesse distrutto il fisico e la sua bellezza. Sei nato dalle sue viscere, questo sì, ma anche dalla sua anima. È un lamento funebre che si identifica nel marmo stesso del cimitero, nei suoi fiori sempre uguali, sempre gli stessi. E quel riferimento a tuo padre è sì di contestazione, ma una contestazione dolce, pacata, piena di rispetto filiale. Niente a che vedere col mio odio mai sopito. Quanti anni avevi quand'è morta tua madre? -
- Diciotto. -
- Credo che tu sia un poco egoista, se permetti. Non badi che al tuo dolore, a quello di figlio, a quello di uomo, al tuo cuore malato, alla tua scrittura che ti permette di pensare. Sei impegnato ad ascoltarti, costantemente. -
- Non sai quanto vorrei essere come te. Te o Che Guevara, per fare un altro esempio. È che proprio non ci riesco. Però non mi va neanche di cedere le armi. -
- Prova a uscire, a osservare la realtà che ti circonda. -
- C'è chi sostiene che parecchi giovani registi siano grandi osservatori della realtà quotidiana. Che per fare spettacolo, per raccontare belle storie, dense di significato, basti guardarsi attorno. Io non ci credo. Perché, se  così fosse,  i vigili urbani sarebbero tutti Ingmar Bergman. E poi, esco poco, sono pigro. Mi piace sprecare il tempo. Ogni tanto, poi, dedico un po' della mia giornata a vergognarmene. -
Il vecchio sorride apertamente, scuote il capo. Il giovane riprende a parlare. 
- Resta il fatto che tu sei il mio "maestro", anche se non vuoi che ti chiami così. Sono emozionato alla sola idea di averti fatto leggere una mia poesia e di averla confrontata con la tua, che porta in sé un dolore diverso, un amore tanto grande da sminuire ogni altro affetto. Il fatto d'essere qui con te, oggi,  mi riempie di grande gioia, come poche volte ho provato in vita mia. Sapere di essere qui con te per lavorare con te, soddisfa ogni più grande desiderio. -
- Vogliamo tentare di realizzarne uno comune?  Parliamo di questo      film. -
Il giovane annuisce, e risponde in fretta: 
- Cominciamo! -
- Cominciamo. Insieme. - Aggiunge il vecchio, deciso. 
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Nel lavoro di Paola Amadesi è riportata anche la poesia
Pier Paolo di Eduardo, già inclusa in "Pagine corsare". 
Paola la dedica idealmente anche a Massimo Troisi.
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