[…] Il terzo capitolo di
questa seconda parte del mio lavoro su Troisi, s'intitola Le origini,
ed è posto quasi alla fine del lavoro perché risultava difficile
comprendere pienamente quali fossero le origini artistiche (e le eredità
raccolte) di Massimo Troisi senza prima avere analizzato la sua poetica
attraverso i temi da lui trattati nei suoi lavori. Pier Paolo Pasolini
(che ricorre spesso in tutto il lavoro), in questo capitolo dialoga personalmente
con Troisi durante un immaginario incontro tra i due registi che esprimono
vicendevolmente la propria idea dell'arte.
Roma, Dicembre 1996.
Il giovane attraversa la
strada guardandosi attorno attentamente. Le macchine vanno veloci
davanti ai suoi occhi, al di là del suo sguardo acuto. Scorge il
vecchio sulla porta del bar. Gli fa un cenno di saluto con la mano alzata,
lo raggiunge rapidamente. Sono uno di fronte all'altro: il vecchio pulisce
gli occhiali da vista, il giovane gli porge la mano tesa ed un sorriso
aperto. È visibilmente emozionato. Il vecchio inforca gli occhiali,
ricambia il sorriso e gli stringe la mano con presa forte e sicura. Il
giovane lo invita a precederlo: entrano nel bar. Scelgono un tavolo appartato
del bar quasi deserto, si siedono. Il cameriere li raggiunge subito salutandoli
con riverenza, prende le ordinazioni e se ne va discretamente subito dopo.
Il giovane sorride.
- Sono emozionato, maestro
Pasolini. - Gli dice sinceramente contento.
- E per cosa, Troisi?
Non per il nostro incontro, mi auguro: già ci siamo incontrati,
ed in occasioni sempre festose. -
- E' vero… - Il giovane
sorride sempre, apertamente - Ci siamo visti allo stadio, tante
volte. Quella volta (cita data, ora e luogo dell'incontro di
calcio) e anche quando... (nuova precisa citazione) -
- Non giochi male, Troisi,
però potresti fare meglio. -
- Lo so: lei era bravissimo,
molto più bravo di me nel giocare a calcio. -
- Non cercavo un paragone:
volevo soltanto darti un consiglio. Se tu… (seguono dettagli trascurabili
sul gioco del calcio). Ma dunque, m'interessa: quest'emozione, da dove
nasce? -
- Oggi è un giorno
speciale: siamo qui per il film. Il nostro film. -
Il
vecchio annuisce, passa una mano tra i capelli totalmente bianchi eppure
corposi, vitali. È vitale è anche lo sguardo irrequieto dietro
gli occhiali dalle spesse lenti. Quegli occhi scuri non lasciano il viso
del giovane, lo scrutano, lo studiano in ogni dettaglio, in ogni più
piccolo movimento dei muscoli facciali.
- Qualcosa non va, maestro?
-
- No, Troisi, no - Lo rassicura
il vecchio - Stavo soltanto guardando quella maschera dall'infinita gamma
di espressioni che è il tuo volto. Magro, ossuto, sempre mobile.
Penso che ci assomigliamo noi due. Fisicamente, intendo dire. Ho sempre
avuto il volto magro, io, quegli zigomi sporgenti, quelle labbra sottili.
Ora, certo, tutto è andato via via sottolineandosi: come vedi, sono
segnato dal tempo. Ma i tuoi occhi mi ricordano i miei. Ma parliamo di
cinema, siamo qui per questo. -
- Perché ha voluto
proprio me per questo film, maestro? -
- Smettila con quel "maestro",
mi ricorda le botteghe rinascimentali in cui i grandi pittori ed architetti
fingevano d'insegnare ai giovani la loro arte, quando in realtà
erano gelosissimi dei loro segreti e detestavano chiunque potesse detronizzarli
del loro potere. Fammi la cortesia di chiamarmi Pier Paolo e di darmi del
"tu". Perché ho voluto te… Perché sei un attore. Ed io ho
bisogno di un attore che sia tale per vocazione. Perché sei un autore.
Ed io ho bisogno di discutere con un altro autore, per amplificare il lavoro.
E perché sei una "maschera", e di maschere non ce ne sono più
dal giorno della morte di Totò e da quello della morte di Eduardo.
Ora rispondi tu alla mia domanda: "Che cos'è il cinema? " -
Il giovane ci pensa un poco,
mentre arriva il frizzante vino nella caraffa trasparente. Ne versa
al vecchio, poi si serve.
- Il cinema…Non lo so. Non
l'ho mai saputo. Faccio quello che faccio perché lo "sento". E se
è vero che non si finisce mai d'imparare, io devo ancora cominciare.
E poi io, in confronto a lei,… a te, che ti sei sempre impegnato politicamente
e socialmente nei tuoi lavori… Lo so, sento che poteri fare di più,
prendere posizione, indignarmi di più. -
- Sai come la penso, Massimo:
il non verbale, l'immagine visiva, si fa linguaggio, diventa un'altra verbalità
che appartiene alla Realtà: quindi è inevitabile prendere
posizione. Non fartene un cruccio di questa tua, come dici, assenza d'impegno,
perché, come vedi, non è tale. Sei sempre impegnato rispetto
a te stesso. -
- Io credo che sia importante
quello che uno dice, il mezzo viene dopo. Il problema è che secondo
me non sono un uomo di cinema. I critici hanno distrutto la mia regia dal
primo film all'ultimo ed hanno sempre avuto ragione. Stessa cosa vale per
il montaggio: piuttosto che andare al montaggio farei di tutto: mi tocca
stare lì per giorni e giorni, accumulo emozioni e stress e non riesco
a riposarmi un momento. Per di più, non taglierei mai niente. Oppure
rifarei tutto. -
- È ciò che
ho sempre provato io: guarda le mie regie: sono statiche, frontali, prive
di tecnica: come le tue. Il montaggio poi è una liberazione, sì,
ma è come la morte. Quando giro, e soprattutto quando monto, ho
delle infinite inquietudini, ma come sceneggiatore mai. Anche se scrittura
e cinema sono attività analoghe, secondo me. -
- Sono d'accordo: anch'io
quando scrivo riesco ad essere sicuro, per quanto, comunque, la scrittura
mi stanchi -
- Il montaggio, dicevo,
compie sulle diverse sequenze un'operazione, a suo modo, mortale: comunque
irreversibile e definitiva. Proprio come la morte. La morte compie un fulmineo
montaggio della nostra vita, ossia sceglie i momenti veramente significativi
e li mette in successione, facendo del nostro presente, infinito, instabile
e incerto, e dunque linguisticamente non descrivibile, un passato chiaro,
stabile, certo, e dunque linguisticamente ben descrivibile. Solo grazie
alla morte, la nostra vita ci serve ad esprimerci. Il montaggio è
dunque molto simile alla scelta che la morte fa degli atti della vita collocandoli
fuori del tempo. -
- La morte come la malattia,
Pier Paolo. Ci consentono entrambe di "dire". Le ho usate tutt'e due come
espedienti, diverse volte. La malattia, specialmente… io ne so qualcosa
- Sul suo viso appare un sorriso amaro, mentre il suo sguardo va oltre
la vetrata, verso le macchine perennemente in corsa. Il vecchio gli legge
nel pensiero.
- Una folle corsa, verso
non si sa cosa… -
Stanno un po' in silenzio,
bevendo il loro vino fresco.
Poi, la conversazione riprende.
È il giovane a parlare.
- Ma come hai fatto, Pier
Paolo, a creare i capolavori che hai realizzato? Io, per quello che mi
riguarda, non ho mai avuto una reale coscienza del fare regia. All'inizio,
poi, mi mancava totalmente la capacità di proporre le mie intenzioni
traducendole in immagini. Tant'è che ogni volta che guardo un mio
lavoro lo rifarei. Credo che uno sia veramente un regista nel momento in
cui dice "stop", quando se ne va da solo a casa, quando sta in bagno, quando
sta con la moglie a letto, è là che veramente uno fa il regista,
uno pensa tutta la notte, scrive, s'immagina la scena, quando sei sul "set"
sei già un esecutore. Il film sta sempre in luoghi inaccessibili.
-
- Parli sempre e solo di
regia, Troisi. Così facendo svilisci tutte le altre componenti del
lavoro e della vita: intendo la scrittura, l'idea prima di quella, la sua
traslazione scritta, poi quella visiva, pittorica o cinematografica, entrambe,
se vuoi. Annulli le tue capacità, alfine. Nell'ultimo lavoro, non
sei stato regista ma interprete e sceneggiatore. Mi riferisco a Il Postino,
come avrai capito. In quel lavoro hai dato la tua arte a Michael
Radford, ed hai potuto lavorare indisturbato proprio per questo motivo:
lui non esisteva più, esistevi soltanto tu, me ne sono accorto.
-
- Jam', maestro, mi emoziono…
-
Il vecchio sorride e scuote
il capo. Poi ricomincia.
- Consegnando te stesso
ad un altro regista ti sei liberato. Non era più tuo il compito
di "tradurre" le sensazioni in quella verbalità "altra" che è
l'immagine. Dunque, Troisi è diventato puramente Troisi, preoccupandosi
soltanto dell'idea, della sceneggiatura, del dialogo, corporale o dialettico
che sia, della poesia, insomma. Non parli mai di poesia, tu. E ne sei impregnato
in tutto il tuo essere. -
- Mi torna in mente il tuo
"Giotto", di Decameron. Sprizzavi poesia da tutti i pori, in quel
ruolo, se mi permetti l'espressione un po'…terra terra. Con quegli occhi
da folle, vestito di stracci, eppure ammalato di poesia creativa, con le
sue visioni e le sue allucinazioni. -
- Noto che hai compreso
appieno ciò che intendevo dire. Nel tuo ultimo lavoro ti sei, per
così dire, "decodificato": Troisi è uscito da Troisi, come
dicevo prima. Hai lavorato come nessuno si sarebbe aspettato da te. Con
la tua faccia sofferente, che somiglia sempre di più alla mia, al
mio "Giotto" di cui parlavi, poetico nei limiti consentiti dal cinema.
Perché, se esiste nel cinema la "lingua di poesia" è solo
grazie a quella che ho in passato chiamato "soggettiva libera indiretta",
cioè la soggettiva del personaggio che usa un discorso diretto,
ed implica l'uso della lingua del
personaggio. Sei stato il postino di Neruda, usando una tua personale,
non registica, ma esclusivamente poetica "soggettiva libera indiretta".
Quella tua maschera tragica ha fatto il resto. -
- Ti è piaciuto,
allora. - sorride il giovane.
- Non chiedermelo. - Risponde
anch'egli sorridente il vecchio.
- Ma ti rendi conto, che
è stato candidato all'Oscar?! - si eccita il giovane.
- Non sono propriamente
un pubblico ed una critica culturalmente molto competenti, quelli che compongono
le manifestazioni di quel genere. Comunque, la musica era bella. -
- Sì, ma non era
Pino. Pino Daniele, intendo. Il mio corrispettivo in musica. -
- La fonte musicale, che
non è individuabile sullo schermo, e nasce da un "altrove" fisico
per sua natura "profondo", sfonda le immagini piatte, o illusoriamente
piatte, dello schermo, aprendole sulle profondità confuse e senza
confini della vita. -
- Sei tu che confondi me,
quando parli così! -
- Hai ragione, e poi è
finito il vino. -
- Ci diamo agli stravizi,
oggi, eh?! Tu con quell'ulcera, e io… -
- … con quel cuore malato…
-
Fuori comincia a fare scuro.
Il giovane chiama il cameriere. Decidono di ordinare due caffè.
Hanno deciso di non seguire le solite diete per lo stomaco e per il cuore.
Hanno deciso di non ascoltare il corpo. Il giovane estrae dalla tasca dei
jeans un foglietto spiegazzato. Lo apre, guarda il vecchio.
- Ti ho portato… questa.
L'ho scritta tanto tempo fa, per mia madre. Da sempre ho desiderato di
fartela leggere… - La porge al vecchio che nuovamente si toglie gli occhiali
per pulirli. Nuovamente li indossa e comincia a leggere.
-"Io sciupai il
tuo candido seno
di giovane madre
di donna piacente.
Rubai allo specchio la tua
bellezza,
e nelle tue mani,
sempre più vecchie
fotografie.
I discorsi di mio padre
li ho imparati a memoria.
Fosse per lui
crederei ancora ai libri
di Storia.
Con te devo incontrarmi
in fiume di nero.
E tra fiori e marmi
ritorna il rimpianto.
La guerra ti tolse dalle
labbra il sorriso,
io cancellai anche quel
po' di rossetto.
Ti vedevo gigante.
Poi, un rivolo di saliva
all'angolo della bocca,
e ti vidi bambina,
ti vidi morire.
E tra fiori e marmi, tra
un pugno e un bacio,
tra la strada e il mio portone,
tra un ricordo e un giorno
nero,
torna e vive anche il rimpianto."
-
Il vecchio guarda il giovane
autore da dietro le lenti degli occhiali, torna a posare lo sguardo sul
foglio e nuovamente su di lui.
- Cosa vuoi sentirti dire,
Massimo? Non posso dirti niente di più di ciò che tu
non sappia già… Più di ciò che anche io scrissi. -
Il giovane lo guarda e comincia
a sussurrare:
- "E' difficile
dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore
ben poco assomiglio.
Tu sei la sola al mondo
che sa, del mio cuore,
ciò che è
stato sempre, prima d'ogni altro amore.
Per questo devo dirti ciò
che è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia
che nasce la mia angoscia.
Sei insostituibile.
Per questo è dannata
alla solitudine la vita
che mi hai data.
E non voglio essere solo.
Ho un'infinita fame
d'amore, dell'amore di corpi
senz'anima.
Perché l'amore è
in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore
è la mia schiavitù:
ho passato l'infanzia schiavo
di questo senso
alto, irrimediabile, di
un impegno immenso.
Era l'unico modo per sentire
la vita,
l'unica tinta, l'unica forma:
ora è finita…" -
Il vecchio lo interrompe, prosegue
lui stesso nella narrazione dei versi ben noti:
- "… Sopravviviamo:
ed è la confusione
di una vita rinata fuori
dalla ragione.
Ti supplico, ah, ti supplico:
non voler morire.
Son qui, solo, con te, in
un futuro aprile…"
… Quanto tempo è passato.
E quanto grande è il dolore d'amare la propria madre, anche se non
c'è passione più bella. Ne sai qualcosa anche tu, lo si percepisce
palese in ciò che scrivi. C'è nel tuo scritto un senso di
colpa che non dovresti provare: una madre ama sempre; tua madre ti discolperebbe
da quella colpa che ti fai d'averla desiderata troppo. "Io sciupai il tuo
candido seno di giovane madre, di donna piacente". Quasi come se la tua
nascita le avesse distrutto il fisico e la sua bellezza. Sei nato dalle
sue viscere, questo sì, ma anche dalla sua anima. È un lamento
funebre che si identifica nel marmo stesso del cimitero, nei suoi fiori
sempre uguali, sempre gli stessi. E quel riferimento a tuo padre è
sì di contestazione, ma una contestazione dolce, pacata, piena di
rispetto filiale. Niente a che vedere col mio odio mai sopito. Quanti anni
avevi quand'è morta tua madre? -
- Diciotto. -
- Credo che tu sia un poco
egoista, se permetti. Non badi che al tuo dolore, a quello di figlio, a
quello di uomo, al tuo cuore malato, alla tua scrittura che ti permette
di pensare. Sei impegnato ad ascoltarti, costantemente. -
- Non sai quanto vorrei
essere come te. Te o Che Guevara, per fare un altro esempio. È che
proprio non ci riesco. Però non mi va neanche di cedere le armi.
-
- Prova a uscire, a osservare
la realtà che ti circonda. -
- C'è chi sostiene
che parecchi giovani registi siano grandi osservatori della realtà
quotidiana. Che per fare spettacolo, per raccontare belle storie, dense
di significato, basti guardarsi attorno. Io non ci credo. Perché,
se così fosse, i vigili urbani sarebbero tutti Ingmar
Bergman. E poi, esco poco, sono pigro. Mi piace sprecare il tempo. Ogni
tanto, poi, dedico un po' della mia giornata a vergognarmene. -
Il vecchio sorride apertamente,
scuote il capo. Il giovane riprende a parlare.
- Resta il fatto che tu
sei il mio "maestro", anche se non vuoi che ti chiami così. Sono
emozionato alla sola idea di averti fatto leggere una mia poesia e di averla
confrontata con la tua, che porta in sé un dolore diverso, un amore
tanto grande da sminuire ogni altro affetto. Il fatto d'essere qui con
te, oggi, mi riempie di grande gioia, come poche volte ho provato
in vita mia. Sapere di essere qui con te per lavorare con te, soddisfa
ogni più grande desiderio. -
- Vogliamo tentare di realizzarne
uno comune? Parliamo di questo film.
-
Il giovane annuisce, e risponde
in fretta:
- Cominciamo! -
- Cominciamo. Insieme. -
Aggiunge il vecchio, deciso.
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