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Andrea Dolfi
Una riflessione e
una poesia per Pasolini

Pasolini è stato uno dei pochi poeti contemporanei che è riuscito a rendere la sua poesia una sceneggiatura, un film. Trasale infatti, nelle sue poesie, l'ansia di farne un film, che lui considerava la massima espressione perché coniugava la poesia con la musica, la pittura con l'umanità. Così tra citazione letterarie, sensibilità acuta e grande genio visivo, usciva qualche nota di Bach. Tutto secondo una visione dissacrante e vicina alla follia intellettuale come lui amava mostrare, come lui ha sempre mostrato. 

Come tutti i poeti del dopoguerra, si è allontanato dalle avanguardie letterarie, anzi con la sua poesia friulana proprio ne disprezzava i contenuti. A lui piaceva stupire e ribellarsi al regime con un suo modo timbrico, quasi fosse un cesellatore. Così contro i dettami del regime scriveva in friulano, ma non perchè odiava la retorica - ne farà spesso uso in futuro -, ma perchè amava appunto dissacrare, rendere tutta la gerarchia fascista ilare agli occhi dell'opposizione, che doveva vivere come topi di fogna. 

Un po' mitomane e acuto ricercatore del suo personaggio, inventa leggende come quella dei braccianti che lo invitano alla partecipazione politica, ma questo è il personaggio che sì dobbiamo sapere, ma quello che più importa  di Pasolini è la sua poesia (intesa come opera integrale), quello che ci trasmette, ancora oggi, attraverso dei veri e propri responsi da oracolo carpiti dal mondo con la sua pedanteria di intellettuale sensibile e arguto. 

Così noi giovani - si sa i giovani amano i ribelli - amiamo il suo personaggio come la sua poesia, che ci giunge come un'opera letteraria che ci infonde movimento e non staticità (movimento dei muscoli oculari), che ci rimane come una Bibbia contro il mondo che ci vuole schiacciare nell'unisono del Commercialesimo.

* * *

Vorrei stringerti così forte

I.
Sei morto come il Cristo,
ma men proclamato,
forse perché hai attinto
dal mare del peccato.

Ne hai provato dolore,
come ne hai provato
nel vedere soffrire,
e il tuo cuore era una rosa
troppo fresca.

II.
Ho un tuo libro
di poesie, tra le mani,
dolce incanto
di parole crude e vere.

Non so udire le parole
come tu sapevi,
povero me,
troppo deluso e affranto.

Forse sono troppo ignorante,
dimezzato tra i miei disprezzi,
e stringo tra le mani vinacce,
vischiose, e non so altro.

III.
Il mio volto cereo,
da giovane malato,
trasale di tristezza
perché io non so scrivere
come tu sapevi.

Che viltà, forse onestà,
ma sicuramente dolore,
e vorrei stringerti così forte
che avrei timore.

IV.
Spazzato il mio cortile,
da rami e foglie secche, cadute,
ora ho solo amore e fresche gemme
che vorrei darti per il dono
che hai fatto alla Poesia.

Io, purtroppo, meno merito,
ma ho capito (triste lampo)
che si può gonfiare il cuore
con parole meno abusate.

V.
Sai, anche a me è morto un fratello,
aveva il mio stesso nome;
mi mancano la sua gioia,
i suoi giochi di bambino,
i suoi primi bocci di versi.

Ora è sepolto tra l’erba alta
e dove commiserarlo non trovo,
ma, domani, mi vestirò da mezzadro
e falcerò quell’erba,
ostacolo ai gradini celesti.
Solo domani, solo domani.

VI.
Mi sento già troppo saggio,
e sono ancora giovane.
La mia carne, ancora,
vive di passione
e stringo a me, Lei, Eleonora.

Pier Paolo, è finito il vituperio
di me stesso: a te, chiedo giudizio.
Ora posso tornare tra gli umani
ed essere offeso,
donando il mio goffo corpo
allo scempio dell’invidia,
per la mia pazzia.


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