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I contributi dei visitatori Il dono di Pasolini
Chiariamo la relazione in modo provocatorio stabilita tra identità maschile ed omosessualità. Usare il termine omosessualità è già un insulto all’essere umano, un applicare una marca o un’etichetta al fenomeno della vita che è molto complesso e in un’etichetta non ci sta. Come è noto questo termine è una invenzione dell’ultimo secolo, un periodo insignificante se consideriamo che la nostra specie, l’homo sapiens sapiens, ha almeno 40 mila anni ed in questo lunghissimo periodo si sono sviluppate grandiose civiltà che il problema dell’omosessualità non se lo sono neppure posto più di tanto. Una mattina del 1869 un medico tedesco coniò questa parola sulla quale poi si sono costruite congetture patologiche, modalità di cura, rivendicazioni politiche. A dir la verità già nel 1935 il fondatore della psicanalisi Freud ad una madre preoccupata per il figlio rispondeva che l’omosessualità non è una malattia, non è un vizio, non è una degradazione, e che a riguardo lui non aveva nulla da curare. E neppure da tollerare. Lo stesso Pasolini non sembrava particolarmente interessato a rivendicare o richiedere diritti o tolleranza. Fu proprio lui, in una recensione del libro Gli Omosessuali di Daniel e Baudry a dire: «Il protagonista del Libro Bianco di Cocteau si è tolto la vita perché aveva capito che era intollerabile per un uomo essere tollerato». Un uomo, insomma, ha il diritto di essere se stesso e di essere libero, soprattutto nella sua capacità di amare che al giorno d’oggi scarseggia. È preferibile allora dire omoerotismo. L’eros, il desiderio, la passione, la tensione a cui è legata la vita va verso un altro essere umano dello stesso sesso. Non è importante la direzione (se l’altro è consenziente), ma è importante che l’eros ci sia e si noti: Eros presso i Greci era il dio che garantiva la continuità della specie. Senza eros non c’è vita. Un uomo può essere uomo anche se ama gli altri uomini. Del resto a volte un uomo, pur avendone le caratteristiche biologiche ed avendo relazioni con donne, non sa essere veramente uomo e non sa essere padre. Questo perché come ho detto la principale caratteristica dell’uomo, dell’identità maschile, è la capacità di dare, creare, di darsi per gli altri, ed anche fare qualcosa per gli altri, disinteressatamente. La nostra società invece tende all’opposto: accumulare, trattenere. Ora: questo dare la vita, questo creare, non è necessariamente solo materiale. Detto in un altro modo: la continuità della vita, la capacità di creare la vita, non va intesa solo come evento biologico. Questo lo sappiamo: dare la vita ai nostri figli non è solo dare loro la nuda esistenza biologica. Dare la vita è un’azione legata anche al fenomeno culturale, alla cultura, intesa come l’insieme di conoscenze che dicono ad un essere umano chi è, come relazionarsi agli altri, come e perché cambia il suo corpo, come a sua volta crescere dei figli. Inoltre la capacità di creare è anche un fenomeno della storia della civiltà. Basta pensare a Leonardo da Vinci, Platone, Michelangelo, Michel Foucault che, come il nostro poeta, amavano gli uomini: ebbene Pasolini ha lasciato un vero dono in questo senso, nel senso di un contributo per le generazioni future, pagato anche con la vita. Quindi un dono totale, di cui a dire la verità pochi sono stati capaci. Qual è dunque il dono che quest’uomo ci ha lasciato? Pasolini ha lasciato in dono una manciata di semi molto vitali, resistenti, altrimenti non saremmo qui a parlarne. Molto importante è anche il fatto che noi in questo momento stiamo accogliendo questi semi, come un terreno fertile, disposto a farli crescere. Raccogliamoci dunque in questa riflessione come un terreno disposto a ricevere almeno un seme, che è il seguente. L’opera di Pasolini, dalla lirica al cinema, dai romanzi agli scritti più militanti, è sempre stata caratterizzata da uno sguardo attento sul mondo in cui viviamo. Attenzione: il mondo nel senso fisico, materiale, fatto di oggetti e corpi, fatto di ciò che è vivente e di ciò che è creato dall’uomo. Ebbene, come maestro, diceva al giovane Gennariello, nei Corsari: ogni uomo ha numerose fonti educative, dotate di valenza pedagogica, ma la più vicina ed immediata è la realtà stessa, la realtà fisica in cui ogni uomo vive. La realtà fisica e materiale educa un essere umano nella carne e nello spirito, la realtà fisica contribuisce a creare la cultura cioè quei dettagli che aiutano l’essere umano a definire la propria identità, la propria appartenenza e storia, i propri legami con gli altri. Per dirla con il nostro poeta: la cultura offre «gesti, mimica, parole, comportamento, sapere, termini di giudizio». Come è noto, tutto questo è saltato: il valore di questo sapere, la cultura, non è più riconosciuto. È avvenuto qualcosa ad un certo punto, e Pasolini ha dato diversi nomi a questo evento: genocidio dei valori, mutazione dell’essere umano, disastro antropologico, il più terribile salto di generazione che la storia ricordi; non un cambiamento d’epoca ma una tragedia. Per chiarire: si tratta dell’avvento della società dei consumi. Ma dobbiamo veramente dire di cosa si tratta altrimenti il discorso rimane astratto. Si tratta fondamentalmente di un modo di produzione: gran quantità di merci, transnazionalità, funzione edonistica. Abbiamo a disposizione tutto il possibile, soprattutto se superfluo; la disponibilità è globale; ciò che abbiamo a disposizione serve a generare piacere o rassicurazione, in una sorta di individualismo borghese che viene rivendicato come un diritto naturale. Fin qui tutto bene, se serve a garantire un’esistenza migliore. Ma c’è il risvolto della medaglia. La società dei consumi ha bisogno ovviamente di consumatori per poter sussistere. Utilizza allora un processo di acculturazione (ma sarebbe meglio dire deculturazione), soprattutto attraverso i media, per indurre bisogni artificiali nell’uomo, bisogni non strettamente legati alle reali necessità dell’esistenza (che in realtà sono poche). Come dice Pasolini ecco che gli uomini vengano allevati e ingrassati come polli d’allevamento abituati a considerare certi bisogni come naturali e ingannati con false promesse di felicità funzionali al consumo. Non aderire a tali consumi è una difficile posizione identitaria, diceva il poeta, perché è fonte di insicurezza e di ansia: una terribile sensazione di differenza, di non appartenenza. L’esempio più banale: se non hai il cellulare sei diverso. La tensione pedagogica, di cui del resto Pasolini fu un grande creatore, è sostituita dall’attesa del messaggio o della chiamata nel cellulare nascosto sotto il banco o nella manica. L’invadenza brutale e volgare della tecnologia rende molto difficile la trasmissione ai giovani del sapere e dell’esperienza, dell’amore per la cultura. Pasolini osservava che con i giovani si deve essere difficili per stimolarli nello sviluppo cognitivo, nella sensibilità, nella capacità critica, preparandoli alla complessità del vivere in modo costruttivo; di tutto questo la società dei consumi se ne frega: essa necessita di consumatori pragmatici e tesi alla soddisfazione immediata del piacere. Ma da questo deriva un rattrappimento delle facoltà intellettuali e morali. Da questo deriva una degenerazione ed una omologazione a livello del vissuto, del corpo e del comportamento; da questo deriva una vera e propria afasia: l’essere umano non sa più dire, non sa più proporre e creare. È davvero una tragedia, un genocidio, anche sul piano simbolico; un’intera specie, l’umanità, sopravvissuta in modo creativo per millenni, capace di inventare e reinventare l’esistenza e l’esistente, capace di affrontare calamità e mutamenti epocali, ora non sa più dire e proporre creativamente. Una situazione preoccupante considerando le numerose sfide, molto serie, a cui siamo chiamati: citiamo tra le tante la questione ecologica che, come osservava il filosofo Hans Jonas, ci chiama ormai a prendere decisioni radicali ed in netto ritardo, dato l’enorme potere tecnologico raggiunto dall’uomo e la sua possibilità di azione e dominio sulla natura. Ebbene, queste grandi sfide non trovano più un essere umano attento e capace, ma un essere umano afasico: che non sa, e che non sa dire, né cosa dire. Torniamo allora al dono, a uno dei tanti semi che il poeta ci ha lasciato, magari prendendo spunto proprio dalla sfida ecologica. Cosa insegna Pasolini a noi che dobbiamo “insegnare ai giovani a dire” e cosa insegna ai giovani più attenti che vorrebbero dire e fare qualcosa al riguardo. Insegna questo: impariamo a guardare le cose fisiche e materiali che ci circondano; non sono neutre, esse ci dicono moltissimo. In questo momento ci parlano di mediocrità, di violenza, ci parlano di un deserto che avanza o, come diceva il poeta inglese Eliot, di una terra desolata che avanza. La mutazione del paesaggio ad esempio ci dice che c’è una mutazione anche nell’uomo. Osservate bene la distruzione paesaggistica ed urbanistica; osservate che ogni spazio naturale che ci circonda viene sostituito centimetro dopo centimetro da una realtà artificiale che si svolge esclusivamente secondo la propria regola funzionale: il guadagno ottenuto con la produzione ed il consumo. La realtà naturale che ci circonda viene sostituita giorno dopo giorno da un ambiente spettrale che è uguale qui, a Milano, a Torino, a Monza. La campagna stessa intorno alla nostra città si fa grigia e cementificata, scompare. Pasolini, come sapete, era uno strenue difensore della sacralità della natura e dell’equilibrio da mantenere nella relazione tra uomo e natura. In un nastro video delle Teche Rai, edito ora da Einaudi (in Pasolini racconta Pasolini, Einaudi Tascabili. Saggi, 2001), il poeta sale camminando lungo un sentiero che si inoltra nel bosco e dice: «Questa strada su cui camminiamo, attraverso questo selciato sconnesso e antico, non è niente, non è quasi niente, è un’umile cosa, non si può nemmeno confrontare con le grandi opere d’autore, stupende; eppure io credo che questa stradina da niente debba essere difesa con lo stesso accanimento, con la stessa volontà, con lo stesso rigore con cui viene difesa ogni grande opera». Ma Pasolini aveva ben chiari i motivi di questa difesa senza compromesso: proteggere la sacralità delle cose dall’arbitrio della manomissione, dello spreco, dello sprezzo. Come osserva Luisa Bonesio, che insegna Estetica nell’Università di Pavia: la manomissione del paesaggio è una distruzione di identità, una perdita di memoria, radici, ragioni e divinità, è la distruzione della comunità culturale e storica, e della comunità più vasta realizzata nei secoli con la natura, animale, vegetale, minerale, oltreché con le generazioni passate e, questione che premeva molto al nostro poeta, con le generazioni venture. Bene, forse rimane ancora un dubbio: quale la motivazione per raccogliere i semi che il poeta ci ha lasciato a caro prezzo? E perché tentare di farne crescere i frutti, magari sollevandosi o opponendosi? Lo stesso poeta sapeva che il mondo non migliora mai e che la speranza di un miglioramento è un alibi per le coscienze infelici o ottuse. Il mondo, diceva, non può migliorare; ma può peggiorare ed è per questo che ci si deve impegnare nella speranza e nell’azione. Diceva nelle Lettere Luterane: «Chi non si oppone a questo regresso o degradazione è uno che non ama chi subisce tale degradazione, cioè gli uomini in carne ed ossa che lo circondano. Chi invece protesta con tutta la sua forza vuol dire che ama quegli uomini in carne ed ossa.» E concludeva: «Amore che io ho la disgrazia di sentire e che spero di comunicare anche a te». Ci si solleva, questo è un fatto: è in questo modo che la soggettività (non quella dei grandi uomini, ma quella di chiunque) si introduce nella storia e le trasmette il suo soffio vitale (Foucault). Antonello
Vanni
Questa relazione è
stata presentata in occasione del convegno Pier Paolo Pasolini, un poeta
tra l’altro organizzato dalla Provincia di Varese, dal Comune di Luino,
dalla Banca del Tempo e dai giovani di RedAzione di Luino (in particolare
Ottavio Brigandì). Luino (Va), Palazzo Verbania, 9 febbraio 2002.
_________ * Per gentile concessione dell'autore. |
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