"Pagine
corsare"
I contributi dei visitatori
Lettere maremmane
a Pier Paolo Pasolini
nella rubrica della rivista
"Vie nuove"
La polemica con Lucio
Lombardo Radice
(1960-1964)
di Antonio Areddu
Nei
dialoghi di Pier Paolo Pasolini con i lettori della rivista “Vie Nuove”,
edita tra il 1960 e il 1965, si ritrovano lettere, polemiche, interventi
nel dibattito politico e culturale d’allora (il governo Tambroni, i giorni
di Genova del luglio 1960, il neocapitalismo, la censura, il centrosinistra,
il dialogo tra comunisti e cattolici e la “crisi del marxismo”).
Il rapporto dello scrittore
con la Maremma e in particolare è segnato dal rapporto con Marcello
Morante, fratello di Elsa, che utilizzò come attore nella parte
di Giuseppe nel film Il Vangelo secondo Matteo. Sono quindi evidenti
i rapporti con casa Morante e Pasolini stesso sarà a Grosseto nel
1964 per la presentazione del suo film.
Con la sua rubrica Pasolini
avviò per la prima volta un rapporto problematico e critico con
un destinatario di massa. Suoi destinatari principali sono i giovani comunisti
e il P.C.I. che qualche anno più tardi definì « un
paese pulito in un paese sporco, un paese onesto in un paese disonesto,
un paese intelligente in un paese idiota, un paese colto in un paese ignorante,
un paese umanistico in un paese consumistico».
A distanza di quindici anni
dalla sua morte c’è sembrato significativo ripubblicare alcune lettere
scritte da due lettori maremmani a quell’intellettuale che definì
se stesso come un uomo «che cerca di seguire tutto ciò che
succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare
tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche
lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero
coerente quadro, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare
l’arbitrarietà, la follia e il mistero».
I temi affrontati dall’interlocutore
di Pasolini e dallo stesso non erano distanti da quelli che, qualche anno
prima gli scrittori Luciano Bianciardi e Carlo Cassola avevano affrontato
in diversi scritti soprattutto in occasione della tragedia di Ribolla a
metà degli anni ’50.
.
Le lettere dei lettori di
"Vie Nuove" e le risposte di Pasolini
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Egregio Sig.Pasolini,
vengo a Lei con questa mia lettera, dato che stimo Lei uno dei maggiori
scrittori realisti.
Signor Pasolini, ho 27
anni, e da dieci anni lavoro in miniera dove prima lavorava mio padre:
i miei zii, ora, sono morti per causa della polvere. Non so se Lei ha un’esperienza
di miniera. Vorrei sapere se le fosse possibile fare un racconto su tale
caso.
Anzi anche il settimanale
cui lei collabora è da circa un anno che ci aveva promesso un’inchiesta
sui minatori, specialmente su quelli della Maremma.
Il settimanale “Vie Nuove”,
il nostro settimanale, nella miniera in cui lavoro su cento operai sessanta
lo leggono. Sono rimasti delusi, volevano da tempo avere visto l’inchiesta
sui minatori.
Signor Pasolini, Le chiedo
a nome di tutti i minatori di fare qualcosa per noi, scrivere qualcosa
sulla vita che facciamo. Se volesse un abbozzo, un soggetto, per poi ricavarne
un racconto ne sarò lieto.
A me piace scrivere,
ho fantasia, e ogni tanto scrivo qualche racconto, 100-200 pagine. Lei
capirà dallo scritto stesso che ho fatto soltanto la prima elementare
e per questo non posso presentare i miei lavori: sbagli di ortografia,
virgole e altri errori.
Signor Pasolini mi scuserà
se le chiedo troppo, se le fosse possibile mandarmi un registratore. Come
le dico le mie possibilità finanziarie non mi permettono, mentre
credo che se lei vuole potrebbe. Vorrei registrare un racconto commovente
di 150 pagine, l’ho intitolato così “La morte di un compagno“. In
questo racconto di umana fede è la vita disperata dei minatori che
lottano tra la vita e la morte di un compagno a un lavoro umano. Mi scusi.
Distinti saluti.
Giuliano Sorpresina,
Via della Porta 8, Gerfalco (Grosseto)
La sua lettera mi
commuove molto, caro Giuliano. Io conosco molti giovani come lei; ne conosco
di nuovi, si può dire tutti i giorni. Essi parlano in dialetto,
o in un italiano molto semplice e rozzo, tuttavia quello che hanno dentro,
la loro forza vitale o la loro forza morale, riesce sempre a esprimersi.
C’è il calore della presenza, della loro parola, della loro attenzione.
In Lei sento questa stessa
forza vitale e morale, di molti suoi coetanei operai, o contadini, o disoccupati
ma poiché Lei mi scrive, e non mi parla - e la sua lettera (dato
che Lei, come scrive, ha fatto solo la prima elementare) non può
avere la stessa efficacia naturale del discorso – quella sua forza intima
risulta come compressa e avvilita.
L’incertezza della sua calligrafia,
i suoi errori di grammatica, la difficoltà dell’espressione, sono
come una gabbia dentro cui è imprigionata la sua anima, che
è appunto possibilità di espressione e di comunicazione.
Ma che forte, inquieta,
ribelle, speranzosa, prigioniera, quest’anima!
Capisco perfettamente il
suo bisogno di un registratore! É certo che Lei vuol sfuggire dalle
strettoie della sua scrittura appena elementare, poiché ha tante
cose da dire, ha una sua legittima protesta da esprimere, che la viva voce
le è assolutamente necessaria.
Vedrò dunque di accontentare
il suo desiderio. Ma, nel tempo stesso, sento il dovere di consigliarLa
a non scoraggiarsi davanti alle difficoltà dello scrivere. S’impegni
tutti i giorni, a scrivere un po’, a ricopiare pezzi di libri
buoni, pezzi di articoli di giornali, o legga a lungo, a voce alta
i passi che le interessano, mettiamo di “Vie Nuove” o si rivolga
a un maestro, a una maestra del suo paese, perché, la domenica,
la sera dopo il lavoro, l’aiuti a finire quegli studi che, a eterna vergogna
della nazione in cui è nato, non è riuscito a compiere, neanche
nei minimi limiti dell’istruzione elementare.
Se Lei sente dentro di sé
oltre che dei sentimenti, anche il bisogno di esprimerli, non cerchi, per
farlo, il modo più facile, ma il più difficile; Lei ha il
dovere, davanti a se stesso e a suoi compagni di farsi da solo un’ istruzione,
di progredire.
Sa quanti socialisti e comunisti,
che adesso occupano posizioni importanti e di responsabilità nella
lotta politica, hanno cominciato così!
Questo è il primo
passo che un operaio deve compiere nella sua lotta ideologica contro la
classe sociale che lo vuole ignorante e intellettualmente impotente.
È un primo passo
personale, individuale, particolare, lo so: ma tuttavia quello che la spinge
a farlo è la fede politica che Lei ha, ed è soprattutto per
essere utile a questa fede politica – che significa poi il riscatto totale
e popolare di una nazione – che Lei ha il dovere, lo ripeto, di migliorare.
Le auguro dunque che venga
presto il giorno in cui Lei potrà scrivere da solo e con efficacia
la testimonianza del mondo del lavoro in cui vive; dei dolori e delle ingiustizie
di cui ha esperienza (…). Se “Vie Nuove” vi ha promesso di fare un’inchiesta
o un articolo sul vostro lavoro, faccio mia quella promessa; e appena avrò
un po’ di tempo libero – ossia dopo febbraio – verrò a Gerfalco
a trovarvi ed a ascoltarVi.
Così potremmo
discutere meglio quello che dicevo all’inizio di questa lettera, in cui
per forza di cose, non ho potuto essere che troppo breve e approssimativo.
Mi perdoni e mi saluti
con la più calda simpatia tutti i compagni.
.
Di altro argomento
si occupa la lettera invita due anni dopo da un lettore di Grosseto. Per
Pasolini il 1962 è un anno di svolta, oltre a collaborare con la
rivista vive un momento cruciale segnato dal passaggio della pubblicazione
delle Ceneri di Gramsci (1957), una stagione attivamente contrassegnata
attivamente da un atteggiamento contraddittorio tra passione e ideologia,
tra Gramsci e “viscere”, alla esplosione di una crisi profonda della sua
tensione razionale e storica, e alla prima formulazione di quel discorso
disperato e lucido sul futuro capitalistico, che lo avrebbe accompagnato
fino alla morte.
Nella collaborazione con
“Vie Nuove” Pasolini accetta il ruolo che più o meno implicitamente
gli viene assegnato dal Partito Comunista italiano, e lo accetta, bisogna
dire con convinzione e consapevolezza come mostrano il suo sincero attaccamento
alla rubrica e l’insieme del suo atteggiamento, il ruolo, cioè,
di un intellettuale che con il movimento operaio e con il marxismo
ha un rapporto spregiudicato, fortemente problematico e anche polemico.
I temi trattati nella prossima lettere investono la figura di Dio,
il confronto tra marxismo e cristianesimo e infine il ruolo della Democrazia
Cristiana.
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Caro Pierino (mi perdoni
se la chiamo così ma non mi sento di rivolgermi a Lei usando il
nome di un noto santo), le scrivo con l’intenzione di polemizzare.
E lo spunto polemico
parte da un principio di ragione logica che io ritengo giusto; ma anche
dal punto di vista cattolico, ateo-marxista e così via… questo principio
è: credere in Dio, creatore del nulla, dell’uomo.
Credere in Dio e nei
suoi primi e migliori figli, nelle leggi di Mosè, nei dieci Comandamenti.
Facciamo il confronto
fra la vita sociale, spirituale, l’evoluzione della civiltà romana
all’avvento di Cristo: la Sua luce è già annunziata e con
il tempo vengono i Vangeli.
Il delirio religioso
si espande e s’impernia sulla voce di Cristo, e dove la sua voce
non giunge non esiste il progresso ma il deserto più completo
regna sotto l’ombra di false religioni.
Non bisogna confondere
la formazione tecnica dell’uomo con quella spirituale.
È convinzione
della persona d’oggi che non si può identificare nel
pensiero marxista la massa della gente per bene (…). A mio parere
la verità va cercata unendo la verità materiale con quella
spirituale, combattendo la ribellione atea e fascista. È quindi
sbagliata una frase che Lei ha detto: «Sono ancora più convinto
che il comunismo rappresenti la salvezza».
Sono d’accordo che la
Democrazia Cristiana rappresenta il fascismo d’oggi e perciò vada
combattuta, ma questa battaglia deve essere condotta con la voce di Gesù.
Attendo da Lei quanto
prima una risposta.
Intanto vorrei farle
una proposta: perché non si crea una forza nel quale siano fusi
i concetti fondamentali della religione e i concetti sociali comunisti.
Iddio in fondo ha creato
gli uomini uguali, dando ad essi beni materiali perché li godessero
in vita e in morte.
Una tale forza, creata
per il raggiungimento del benessere naturale, eliminerebbe il male, che
in Italia domina occultato nel popolo e nella Chiesa
Luigi Novelli - Scarlino
(Grosseto)
Perché usare
l’argomento di Dio per dare soddisfazione al proprio narcisismo? Alla propria
vanità? Lei parla di Dio come se il crederci fosse un ornamento
prezioso e solenne della propria identità.
Sento che Lei si inorgoglisce
della sua fede, s’insuperbisce della sua umiltà, va in brodo di
giuggiole per la sua vena mistica…
E mica soltanto, sa. Quasi
tutti quelli che parlano di Dio, parlano con quel tono, che, se non è
ricattatorio, è mellifluo e stucchevole.
Leggendo la sua lettera,
mi pareva di vedere una di quelle povere generiche che, convocate per partecipare
alla scena di un film dove, loro, morte di fame, devono far la parte
di signore della società ricca, appaiono sul set con certi monumentali,
incredibili cappellini con fiori e veli, e stanno lì per ore sotto
il sole o al gelo, finché un po’ alla volta, la presenza di quel
cappellino le trasforma nell’intimo: assumono un’aria distaccata e stupida,
da gran signore annoiate, pazienti, i gesti si fanno misurati, gli sguardi
severi, i sorrisi si fanno signorili.
Quel vecchio cappello usato
mille volte, da mille altre generiche, dal pacchiano e polveroso splendore,
ha finito col turbare la loro personalità, coll’invadere la loro
anima…
E sono là, povere
donne, trattate come un branco di pecore dalla troupe, ma tutte prese nel
silenzioso orgoglio che discende come un carisma da quel vecchio cappello
raccattato chissà dove e rispolverato per l’occasione.
Lei mi rispolvera una vecchia,
noiosa, opprimente nozione di Dio, "creatore del nulla”, ecc.ecc.
Ma io non la capisco.
È inutile che lei
– sia pure in buonafede, ingenuamente – mi ricatti, presupponendo che io
la devo capire, in quanto nella nostra società si deve credere in
Dio.
Io non ci credo, in questo
suo Dio raccattato nei solai della Controriforma e del perbenismo borghese.
Perciò fra noi due non c’è possibilità di dialogo.
Parliamo due lingua diverse,
come si dice.
Quanto al suo voler combattere
la Democrazia Cristiana, “nuovo fascismo”, con le parole di Gesù,
non si è accorto, che, nel frattempo, le parole di Gesù -
come Lei in questo caso pare intenderle - sono diventate le parole di Marx?
.
La lettera del sig.
Novelli da Grosseto e la risposta di Pasolini fecero scatenare
una polemica tra quest’ultimo e Lucio Lombardo Radice che intervenne
criticando lo scrittore friulano che nella sua riposta avrà un atteggiamento
di netto dissenso.
È significativo comunque
nella lettera che Pasolini sia molto convincente nel difendere e motivare
le ragioni della sua ricerca, più di quanto lo sia nell’affrontare
certi nodi politici.
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Caro Pasolini, indubbiamente
la lettera di Luigi Novelli di Scarlino (Grosseto) pubblicata da “Vie Nuove”
il 21 giugno scorso, è piena di idee confuse; di più, l’autore
sembra non ammettere idee diverse dalle sue (secondo il Novelli, dove la
voce di Cristo “non giunge, non esiste il progresso ma il deserto più
completo regna sotto l’ombra di false religioni “). Ma la Sua risposta,
caro Pasolini, mi sembra anch’essa piena di confusioni e carica di disprezzo
per idee diverse da quelle che Lei appassionatamente professa. Il Novelli
confessa di giudicare “a casaccio”, che non ha acquistato “per mancanza
di mezzi”, e a casaccio la giudica una delirante poesia sui problemi proletari
nella quale vengono confusi i mali sociali ed i mali spirituali”.
Ma Lei, mi scusi, giudica
altrettanto “a casaccio” la confusa fede religiosa del signor Novelli,
quanto dice: «Io non ci credo, in questo suo Dio raccattato nei solai
della Controriforma e del perbenismo borghese», oppure quando si
diverte a sviluppare un lungo e barocco paragone tra un «Dio ornamento
prezioso e solenne della propria identità» e i «monumentali,
incredibili cappellini con i fiori e veli che finiscono col trasformare
nell’intimo le generiche costrette a portarli sulla scena, soddisfacendo
il loro narcisismo».
Quanto alla sostanza
della confusa ed acre discussione, vorrei sottolineare innanzitutto un
singolare punto d’incontro tra i due contendenti. “Son d’accordo che la
Democrazia Cristiana rappresenti il fascismo di oggi” dice Novelli; Pasolini
su questo non discute, anzi rilancia la definizione ("quanto al suo voler
combattere la Democrazia Cristiana, nuovo fascismo, con le parole di Gesù…”).
Francamente, caro Pasolini,
non vedo la differenza tra una asserzione di questo genere e la vecchia
tesi estremistica del 1921-1924 secondo la quale Giolitti e Mussolini,
democrazia borghese e fascismo erano tutt’uno. “La Democrazia Cristiana,
nuovo fascismo”: questa fraetta, buttata là come ovvia, distrugge
anni e anni di intelligente studio, di responsabile sforzo per comprendere
la natura e le contraddizioni del grande partito cattolico, di iniziative
politiche per favorire e promuovere l’accordo tra partiti operi e marxisti
e le correnti democratiche e popolari della Democrazia Cristiana.
A che vale proclamarsi
marxisti, se poi si accetta, o si avalla, o comunque si “lascia passare”
un giudizio che non regge quando lo si sottoponga a una elementare analisi
storica? Il Novelli auspica la creazione di “una forza nella quale siano
fusi i concetti fondamentali della religione ed i concetti sociali comunisti”.
Stando alla lettera,
il Novelli propone un pasticcio ideologico, evidentemente inaccettabile
(ma, probabilmente, sotto c’è un’idea che si può e si deve
recuperare, chiarendola). Ma quando Lei risponde: “Non si è accorto
che nel frattempo le parole di Gesù – come Lei in questo caso pare
intenderle – sono diventate le parole di Marx?” non chiarisce affatto le
idee né al Novelli né al lettore di “Vie Nuove”. Si tratta
anzi, e la cosa non stupisce, della medesima confusione tra eclettismo
ideologico e accordo politico e di classe che sta al fondo della lettera
del Novelli.
Novelli vuole assorbire
Marx in Gesù. Pasolini sembra voler inglobare Gesù in Marx;
è lo stesso errore, cambiato di segno. Secondo me, il vero problema
che agita e turba il Novelli (e lo spinge a scrivere agli scomunicati di
“Vie Nuove” e all’ateo Pasolini, badiamo bene!) è il grande, difficile
problema della soluzione del quale dipendono il consolidamento della democrazia
e l’avanzata verso il socialismo in Italia, nel nostro periodo storico;
il problema della collaborazione tra marxisti e cattolici in un’opera politica
rivoluzionaria.
Più gli anni passano,
e più mi convinco che la rivoluzione italiana ci sarà se,
e soltanto se, sarà una rivoluzione a più voci. La rivoluzione
italiana ci sarà se per essa opereranno, uniti e distinti (uniti
nell’azione, distinti nell’idee), e marxisti e cattolici e mazziniani e
credenti in una “religione aperta”, e altri e altri ancora.
Che la rivoluzione italiana
sia cruenta o incruenta, che essa implichi o meno una “rottura” non può
essere assicurato con certezza, perché troppe incognite sono in
gioco, nell’Italia e nel Mondo; ma che essa, graduale o improvvisa, costituzionale
o insurrezionale, debba essere una rivoluzione a più voci, questo
mi pare certo.
Questo implica un compito
preliminare importante: abituare noi stessi, e gli altri, non tanto a una
liberale “tolleranza” verso ideologie diverse della nostra, ma alla rivoluzionaria
ricerca della ideologia reale, quella che fa muovere, che fa parteggiare,
che fa scegliere l’uno o l’altro schieramento, oggi.
Sulle ideologie nella
loro espressione filosofica decideranno, io credo, i secoli e non gli anni;
e una decisione valida verrà soltanto dal prolungato confronto storico,
non certo dalla rissa ideologica.
Il Partito Comunista
Italiano si avvia al suo decimo congresso; sono convinto che il problema
al quale ho accennato sarà uno dei problemi non marginali della
discussione. Se ci sono tra comunisti, tra marxisti delle divergenze, che
vengano fuori con chiarezza, in modo netto e se necessario anche aspro.
Il contrasto, anche tra compagni, non è che non lasci qualche traccia;
quando però si avverte che il compagno-contraddittore è mosso
solo da disinteressata passione, che non vi è nulla di “personale”
nella critica politica e ideale (come io avverto in ogni Suo scritto, caro
Pasolini, e come Lei avvertirà, sperò, in queste mie parole),
allora il contrasto rafforza non solo il partito e il movimento, che ne
escono con idee più chiare e profonde, ma anche i rapporti personali
tra i “contendenti”. Mi creda Suo
Lucio Lombardo Radice
.
Pasolini, a sua volta, risponde
a Lucio Lombardo Radice
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Gentile Lombardo
Radice,
quando o dico - e l’ho detto
più volte più in questa rubrica - che le parole di Cristo
sono diventate le parole di Marx, non intendo dire qualcosa di scientifico
o di storicamente attendibile. Dico soltanto una boutade, e, come boutade,
ho sempre creduto che la prendessero i lettori di “Vie Nuove”: che considero
abbastanza intelligenti per non prendere alla lettera delle asserzioni
di questo genere. È uno schema, che astraendosi dalla realtà,
come tutti gli schemi, conserva però della realtà qualcosa
di vivo, di stimolante, il suo valore è puramente verbale, e vuol
dire semplicemente: fino a un certo punto l’Uomo - l’Uomo fuori dalla storia,
l’Uomo morale - aveva un grande paradigma su cui fondare i propri ideali:
Cristo.
Ora quel paradigma è
cambiato.
Sciocchezze, si capisce.
Che intendono l’evoluzione morale dell’uomo come una specie di scommessa
con se stesso, al di fuori delle circostanze storiche, una specie di fatalità,
da cui la sua condotta è imprescindibile. Insomma: se l’uomo deve
combattere una lotta ideale, per esistere, per obbedire ai requisiti del
comportamento sociale - così come noi siamo abituati a concepirlo
- deve pur avere una ideologia: esaurita l’ideologia cattolica - uno che
vede il mondo dall’alto, dal di fuori, schematizzando - non può
che constatare il proporsi di un’ideologia marxista, con lo stesso valore
metastorico di lotta ideale. Tutto questo è ingenuo , lo so, lo
ripeto. Ma parlando alla buona si fanno di queste semplificazioni. Io non
scrivo mica solo questa rubrica “parlata” , del resto…
Mi integri con gli altri
miei scritti, e non mi faccia dire quello che non voglio dire! Non ho mai
inteso inglobare Gesù in Marx! Ai lettori ingenui, che mi si mostravano
ingenuamente assetati di “lotta ideale”, io ingenuamente facevo un parallelismo
astratto fra Cristo e Marx, ecco tutto. Ho sostenuto poi, anche che nulla
di ciò che è stato esperimentato storicamente dell’uomo,
può andare perduto; e che quindi non possono essere andate perdute
neanche le parole di Cristo. Esse sono in noi, nostra storia.
E io sono ancora (e ancora
ingenuamente ) convinto che per un borghese una buona lettura del Vangelo
è sempre un fertilizzante per una buona prassi marxista. Quanto
alla “Democrazia Cristiana come nuovo fascismo”, io ho solo citato il mio
corrispondente con una certa simpatizzante ironia. Non volevo dunque dire
che la Democrazia Cristiana è, alla lettera, un nuovo fascismo.
Le faccio notare, ad ogni
modo, che la borghesia italiana che ha espresso il fascismo è la
stessa che esprime la Democrazia Cristiana: la sfido a elencarmene sostanziali
differenze nel campo della scuola, della magistratura, della polizia, dell’amministrazione
pubblica, dei rapporti con la potenza clericale del Vaticano.
E la sfido a dimostrarmi
anche le ragioni vere, culturali nel senso gramsciano della parola, per
cui la Democrazia Cristiana può essere definita, come Lei fa, un
“grande partito cattolico”.
Quale cultura ha mai espresso
? Quanto alle prospettive della lotta futura, a più voci, non cosa
dirLe. Probabilmente sono d’accordo con Lei. Ma in quale voce sta la buona
volontà? Forse sarà per colpa delle atroci circostanze che
sto attraversando, ma io sono molto pessimista sui prossimi giorni futuri
della nostra Nazione. La borghesia dirigente è sempre, continuamente,
implacabilmente sistematicamente peggiore di quanto un uomo ingenuo come
sono io - e come probabilmente anche Lei - riesce a immaginare.
.
A partire dal 1960 Pasolini
passa dalla letteratura al cinema. Nel giro di pochi anni firma, oltre
a varie sceneggiature, la regia di numerosi film, inizialmente di scarso
successo, ma che comunque impongono la sua figura sulla scena pubblica,
suscitando spesso scandalo e polemica. Nell’autunno del 1961 è vittima
di una campagna diffamatoria e viene addirittura accusato di rapina a mano
armata.
|
.
[Immagine sopra: copertina di un'edizione
- Le belle bandiere (Editori Riuniti, giugno 1977, ripubblicata
da l'Unità, agosto 1991) - del volume che raccoglie gli interventi
che Pasolini affidò alle pagine di "Vie Nuove" dal 1960 al 1965.
Nel retro di copertina del libro vi è uno scritto significativo
che qui viene riportato: "Riproporre oggi i dubbi, le provocazioni, le
intuizioni, le polemiche che scossero l'intelligenza del Paese e non di
rado ne riaccesero lo spirito critico, ci sembra non un cedimento alla
nostalgia, che pure esiste, e fortissima, per un "corsaro" che sembra non
aver lasciato eredi nel panorama italiano; ma un tentativo forse meritorio
di approfondimento culturale e ricerca civile. Misurarne l'attualità
tematica, accertare ciò che è cambiato, e quanto, e se in
meglio o in peggio, questo pure può essere esercizio positivo niente
affatto infruttuoso".]
-
Estratto dalla rivista “ Nero
su Bianco" n°17, 4 ottobre 1990 - n° 19 2 novembre 1990 , anno
III, 1990 Casa editrice: il Messaggio srl - via Saturnia 14/16 , Grosseto
- Direttore responsabile: Marcello Morante - Redattore capo: Gianfranco
Paoletti - Comitato di redazione: Antonio Areddu, Stefano Adami, Angelo
Russo, Luca Verzichelli, Pier Giorgio Zotti - aut.tribunale 2/89 – quattordicinale
di cultura.
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