I contributi dei visitatori di "Pagine corsare"
 

"Pagine corsare"
I contributi dei visitatori

Lettere maremmane
a Pier Paolo Pasolini
nella rubrica della rivista "Vie nuove"
La polemica con Lucio Lombardo Radice
(1960-1964)
di Antonio Areddu





Nei dialoghi di Pier Paolo Pasolini con i lettori della rivista “Vie Nuove”, edita tra il 1960 e il 1965, si ritrovano lettere, polemiche, interventi nel dibattito politico e culturale d’allora (il governo Tambroni, i giorni di Genova del luglio 1960, il neocapitalismo, la censura, il centrosinistra, il dialogo tra comunisti e cattolici e la “crisi del marxismo”).
Il rapporto dello scrittore con la Maremma e in particolare è segnato dal rapporto con Marcello Morante, fratello di Elsa, che utilizzò come attore nella parte di Giuseppe nel film Il Vangelo secondo Matteo. Sono quindi evidenti i rapporti con casa Morante e Pasolini stesso sarà a Grosseto nel 1964 per la presentazione del suo film.
Con la sua rubrica Pasolini avviò per la prima volta un rapporto problematico e critico con un destinatario di massa. Suoi destinatari principali sono i giovani comunisti e il P.C.I. che qualche anno più tardi definì « un paese pulito in un paese sporco, un paese onesto in un paese disonesto, un paese intelligente in un paese idiota, un paese colto in un paese ignorante, un paese umanistico in un paese consumistico».
A distanza di quindici anni dalla sua morte c’è sembrato significativo ripubblicare alcune lettere scritte da due lettori maremmani a quell’intellettuale che definì se stesso come un uomo «che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero».
I temi affrontati dall’interlocutore di Pasolini e dallo stesso non erano distanti da quelli che, qualche anno prima gli scrittori Luciano Bianciardi e Carlo Cassola avevano affrontato in diversi scritti soprattutto in occasione della tragedia di Ribolla a metà degli anni ’50.
 

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Le lettere dei lettori di "Vie Nuove" e le risposte di Pasolini

Egregio Sig.Pasolini, vengo a Lei con questa mia lettera, dato che stimo Lei uno dei maggiori scrittori realisti.
Signor Pasolini, ho 27 anni, e da dieci anni lavoro in miniera dove prima lavorava mio padre: i miei zii, ora, sono morti per causa della polvere. Non so se Lei ha un’esperienza di miniera. Vorrei sapere se le fosse possibile fare un racconto su tale caso.
Anzi anche il settimanale cui lei collabora è da circa un anno che ci aveva promesso un’inchiesta sui minatori, specialmente su quelli della Maremma.
Il settimanale “Vie Nuove”, il nostro settimanale, nella miniera in cui lavoro su cento operai sessanta lo leggono. Sono rimasti delusi, volevano da tempo avere visto l’inchiesta sui minatori.
Signor Pasolini, Le chiedo a nome di tutti i minatori di fare qualcosa per noi, scrivere qualcosa sulla vita che facciamo. Se volesse un abbozzo, un soggetto, per poi ricavarne un racconto ne sarò lieto.
A me piace scrivere, ho fantasia, e ogni tanto scrivo qualche racconto, 100-200 pagine. Lei capirà dallo scritto stesso che ho fatto soltanto la prima elementare e per questo non posso presentare i miei lavori: sbagli di ortografia, virgole e altri errori.
Signor Pasolini mi scuserà se le chiedo troppo, se le fosse possibile mandarmi un registratore. Come le dico le mie possibilità finanziarie non mi permettono, mentre credo che se lei vuole potrebbe. Vorrei registrare un racconto commovente di 150 pagine, l’ho intitolato così “La morte di un compagno“. In questo racconto di umana fede è la vita disperata dei minatori che lottano tra la vita e la morte di un compagno a un lavoro umano. Mi scusi.
Distinti saluti.
Giuliano Sorpresina, Via della Porta 8, Gerfalco (Grosseto)

La sua lettera mi commuove molto, caro Giuliano. Io conosco molti giovani come lei; ne conosco di nuovi, si può dire tutti i giorni. Essi parlano in dialetto, o in un italiano molto semplice e rozzo, tuttavia quello che hanno dentro, la loro forza vitale o la loro forza morale, riesce sempre a esprimersi. C’è il calore della presenza, della loro parola, della loro attenzione.
In Lei sento questa stessa forza vitale e morale, di molti suoi coetanei operai, o contadini, o disoccupati ma poiché Lei mi scrive, e non mi parla - e la sua lettera (dato che Lei, come scrive, ha fatto solo la prima elementare) non può avere la stessa efficacia naturale del discorso – quella sua forza intima risulta come compressa e avvilita.
L’incertezza della sua calligrafia, i suoi errori di grammatica, la difficoltà dell’espressione, sono come  una gabbia dentro cui è imprigionata la sua anima, che è appunto possibilità di espressione  e di comunicazione.
Ma che forte, inquieta, ribelle, speranzosa, prigioniera, quest’anima!
Capisco perfettamente il suo bisogno di un registratore! É certo che Lei vuol sfuggire dalle strettoie della sua scrittura appena elementare, poiché ha tante cose da dire, ha una sua legittima protesta da esprimere, che la viva voce  le è assolutamente necessaria.
Vedrò dunque di accontentare il suo desiderio. Ma, nel tempo stesso, sento il dovere di consigliarLa a non scoraggiarsi davanti alle difficoltà dello scrivere. S’impegni  tutti i giorni, a  scrivere un po’, a ricopiare  pezzi di libri buoni, pezzi di articoli  di giornali, o legga a lungo, a voce alta i passi che le interessano, mettiamo di  “Vie Nuove” o si rivolga a un maestro, a una maestra del suo paese, perché,  la domenica, la sera dopo il lavoro, l’aiuti a finire quegli studi che, a eterna vergogna della nazione in cui è nato, non è riuscito a compiere, neanche nei minimi limiti dell’istruzione elementare.
Se Lei sente dentro di sé oltre che dei sentimenti, anche il bisogno di esprimerli, non cerchi, per farlo, il modo più facile, ma il più difficile; Lei ha il dovere, davanti a se stesso e a suoi compagni di farsi da solo un’ istruzione, di progredire.
Sa quanti socialisti e comunisti, che adesso occupano posizioni importanti e di responsabilità nella lotta politica, hanno cominciato così!
Questo è il primo passo che un operaio deve compiere nella sua lotta ideologica contro la classe sociale che lo vuole ignorante e intellettualmente impotente.
È un primo passo personale, individuale, particolare, lo so: ma tuttavia quello che la spinge a farlo è la fede politica che Lei ha, ed è soprattutto per essere utile a questa fede politica – che significa poi il riscatto totale e popolare di una nazione – che Lei ha il dovere, lo ripeto, di migliorare.
Le auguro dunque che venga presto il giorno in cui Lei potrà scrivere da solo e con efficacia la testimonianza del mondo del lavoro in cui vive; dei dolori e delle ingiustizie  di cui ha esperienza (…). Se “Vie Nuove” vi ha promesso di fare un’inchiesta o un articolo sul vostro lavoro, faccio mia quella promessa; e appena avrò un po’ di tempo libero – ossia dopo febbraio – verrò a Gerfalco a trovarvi ed a ascoltarVi.
Così potremmo  discutere meglio quello che dicevo all’inizio di questa lettera, in cui per forza di cose, non ho potuto  essere che troppo breve e approssimativo.
Mi perdoni e mi saluti  con la più calda simpatia tutti i compagni.
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Di altro argomento  si occupa la lettera invita due anni dopo da un lettore di Grosseto. Per Pasolini il 1962 è un anno di svolta, oltre a collaborare con la rivista  vive un momento cruciale segnato dal passaggio della pubblicazione delle Ceneri di Gramsci (1957), una stagione attivamente contrassegnata attivamente da un atteggiamento contraddittorio tra passione e ideologia, tra Gramsci e “viscere”, alla esplosione di una crisi profonda della sua tensione razionale e storica, e alla prima formulazione di quel discorso disperato e lucido sul futuro capitalistico, che lo avrebbe  accompagnato fino alla morte.
Nella collaborazione con “Vie Nuove” Pasolini accetta il ruolo che più o meno implicitamente gli viene assegnato dal Partito Comunista italiano, e lo accetta, bisogna dire con convinzione e consapevolezza come mostrano il suo sincero attaccamento alla rubrica e l’insieme del suo atteggiamento, il ruolo, cioè, di un intellettuale  che con il movimento operaio  e con il marxismo ha un rapporto spregiudicato, fortemente problematico e anche polemico. I temi trattati  nella prossima lettere investono la figura di Dio, il confronto tra marxismo e cristianesimo e infine il ruolo della Democrazia Cristiana.

Caro Pierino (mi perdoni se la chiamo così ma non mi sento di rivolgermi a Lei usando il nome di un noto santo), le scrivo con l’intenzione di polemizzare.
E lo spunto polemico parte da un principio di ragione logica che io ritengo giusto; ma anche dal punto di vista cattolico, ateo-marxista e così via… questo principio è: credere in Dio, creatore del nulla, dell’uomo.
Credere in Dio e nei suoi primi e migliori figli, nelle leggi di Mosè, nei dieci Comandamenti.
Facciamo il confronto fra la vita sociale, spirituale, l’evoluzione della civiltà romana all’avvento di Cristo: la Sua luce è già annunziata e con il tempo vengono i Vangeli.
Il delirio religioso si espande e s’impernia sulla  voce di Cristo, e dove la sua voce non giunge non esiste il progresso ma il deserto più completo  regna sotto l’ombra di false religioni.
Non bisogna confondere la formazione tecnica dell’uomo con quella spirituale.
È convinzione della persona  d’oggi che non si può identificare  nel pensiero marxista  la massa della gente per bene (…). A mio parere la verità va cercata unendo la verità materiale con quella spirituale, combattendo la ribellione atea e fascista. È quindi sbagliata una frase che Lei ha detto: «Sono ancora più convinto  che il comunismo rappresenti la salvezza».
Sono d’accordo che la Democrazia Cristiana rappresenta il fascismo d’oggi e perciò vada combattuta, ma questa battaglia deve essere condotta con la voce di Gesù.
Attendo da Lei quanto prima una risposta.
Intanto vorrei farle una proposta: perché non si crea una forza nel quale siano fusi i concetti fondamentali della religione e i concetti sociali comunisti.
Iddio in fondo ha creato gli uomini uguali, dando ad essi beni materiali perché li godessero in vita e in morte.
Una tale forza, creata per il raggiungimento del benessere naturale, eliminerebbe il male, che in Italia domina occultato nel popolo e nella Chiesa
Luigi Novelli - Scarlino (Grosseto)

Perché usare l’argomento di Dio per dare soddisfazione al proprio narcisismo? Alla propria vanità? Lei parla di Dio come se il crederci fosse un ornamento prezioso e solenne della propria identità.
Sento che Lei si inorgoglisce della sua fede, s’insuperbisce della sua umiltà, va in brodo di giuggiole per la sua vena mistica…
E mica soltanto, sa. Quasi tutti quelli che parlano di Dio, parlano con quel tono, che, se non è ricattatorio, è mellifluo e stucchevole.
Leggendo la sua lettera, mi pareva di vedere una di quelle povere generiche che, convocate per partecipare alla scena di un film dove, loro, morte di fame, devono far la  parte di signore della società ricca, appaiono sul set con certi monumentali, incredibili cappellini con fiori e veli, e stanno lì per ore sotto il sole o al gelo, finché un po’ alla volta, la presenza di quel cappellino le trasforma nell’intimo: assumono un’aria distaccata e stupida, da gran signore annoiate, pazienti, i gesti si fanno misurati, gli sguardi severi, i sorrisi si fanno signorili.
Quel vecchio cappello usato mille volte, da mille altre generiche, dal pacchiano e polveroso splendore, ha finito col turbare la loro personalità, coll’invadere la loro anima…
E sono là, povere donne, trattate come un branco di pecore dalla troupe, ma tutte prese nel silenzioso orgoglio che discende come un carisma da quel vecchio cappello raccattato chissà dove e rispolverato per l’occasione.
Lei mi rispolvera una vecchia, noiosa, opprimente nozione di Dio, "creatore del nulla”, ecc.ecc.
Ma io non la capisco.
È inutile che lei – sia pure in buonafede, ingenuamente – mi ricatti, presupponendo che io la devo capire, in quanto nella nostra società si deve credere in Dio.
Io non ci credo, in questo suo Dio raccattato nei solai della Controriforma e del perbenismo borghese. Perciò fra noi due non c’è possibilità di dialogo.
Parliamo due lingua diverse, come si dice.
Quanto al suo voler combattere la Democrazia Cristiana, “nuovo fascismo”, con le parole di Gesù, non si è accorto, che, nel frattempo, le parole di Gesù - come Lei in questo caso pare intenderle - sono diventate le parole di Marx?
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La lettera del  sig. Novelli da Grosseto e la risposta di  Pasolini  fecero scatenare una polemica tra quest’ultimo e Lucio Lombardo Radice  che intervenne  criticando lo scrittore friulano che nella sua riposta avrà un atteggiamento di netto dissenso.
È significativo comunque nella lettera che Pasolini sia molto convincente nel difendere e motivare le ragioni della sua ricerca, più di quanto lo sia nell’affrontare certi nodi politici.

Caro Pasolini, indubbiamente la lettera di Luigi Novelli di Scarlino (Grosseto) pubblicata da “Vie Nuove” il 21 giugno scorso, è piena di idee confuse; di più, l’autore sembra non ammettere idee diverse dalle sue (secondo il Novelli, dove la voce di Cristo “non giunge, non esiste il progresso ma il deserto più completo regna sotto l’ombra di false religioni “). Ma la Sua risposta, caro Pasolini, mi sembra anch’essa piena di confusioni e carica di disprezzo per idee diverse da quelle che Lei appassionatamente professa. Il Novelli confessa di giudicare “a casaccio”, che non ha acquistato “per mancanza di mezzi”, e a casaccio la giudica una delirante poesia sui problemi proletari nella quale vengono confusi i mali sociali ed i mali spirituali”.
Ma Lei, mi scusi, giudica altrettanto “a casaccio” la confusa fede religiosa del signor Novelli, quanto dice: «Io non ci credo, in questo suo Dio raccattato nei solai della Controriforma e del perbenismo borghese», oppure quando si diverte a sviluppare un lungo e barocco paragone tra un «Dio ornamento prezioso e solenne della propria identità» e i «monumentali, incredibili cappellini con i fiori e veli che finiscono col trasformare nell’intimo le generiche costrette a portarli sulla scena, soddisfacendo il loro narcisismo».
Quanto alla sostanza della confusa ed acre discussione, vorrei sottolineare innanzitutto un singolare punto d’incontro tra i due contendenti. “Son d’accordo che la Democrazia Cristiana rappresenti il fascismo di oggi” dice Novelli; Pasolini su questo non discute, anzi rilancia la definizione ("quanto al suo voler combattere la Democrazia Cristiana, nuovo fascismo, con le parole di Gesù…”).
Francamente, caro Pasolini, non vedo la differenza tra una asserzione di questo genere e la vecchia tesi estremistica del 1921-1924 secondo la quale Giolitti e Mussolini, democrazia borghese e fascismo erano tutt’uno. “La Democrazia Cristiana, nuovo fascismo”: questa fraetta, buttata là come ovvia, distrugge anni e anni di intelligente studio, di responsabile sforzo per comprendere la natura e le contraddizioni del grande partito cattolico, di iniziative politiche per favorire e promuovere l’accordo tra partiti operi e marxisti e le correnti democratiche e popolari della Democrazia Cristiana.
A che vale proclamarsi marxisti, se poi si accetta, o si avalla, o comunque si “lascia passare” un giudizio che non regge quando lo si sottoponga a una elementare analisi storica? Il Novelli auspica la creazione di “una forza nella quale siano fusi i concetti fondamentali della religione ed i concetti sociali comunisti”.
Stando alla lettera, il Novelli propone un pasticcio ideologico, evidentemente inaccettabile (ma, probabilmente, sotto c’è un’idea che si può e si deve recuperare, chiarendola). Ma quando Lei risponde: “Non si è accorto che nel frattempo le parole di Gesù – come Lei in questo caso pare intenderle – sono diventate le parole di Marx?” non chiarisce affatto le idee né al Novelli né al lettore di “Vie Nuove”. Si tratta anzi, e la cosa non stupisce, della medesima confusione tra eclettismo ideologico e accordo politico e di classe che sta al fondo della lettera del Novelli.
Novelli vuole assorbire Marx in Gesù. Pasolini sembra voler inglobare Gesù in Marx; è lo stesso errore, cambiato di segno. Secondo me, il vero problema che agita e turba il Novelli (e lo spinge a scrivere agli scomunicati di “Vie Nuove” e all’ateo Pasolini, badiamo bene!) è il grande, difficile problema della soluzione del quale dipendono il consolidamento della democrazia e l’avanzata verso il socialismo in Italia, nel nostro periodo storico; il problema della collaborazione tra marxisti e cattolici in un’opera politica rivoluzionaria.
Più gli anni passano, e più mi convinco che la rivoluzione italiana ci sarà se, e soltanto se, sarà una rivoluzione a più voci. La rivoluzione italiana ci sarà se per essa opereranno, uniti e distinti (uniti nell’azione, distinti nell’idee), e marxisti e cattolici e mazziniani e credenti in una “religione aperta”, e altri e altri ancora.
Che la rivoluzione italiana sia cruenta o incruenta, che essa implichi o meno una “rottura” non può essere assicurato con certezza, perché troppe incognite sono in gioco, nell’Italia e nel Mondo; ma che essa, graduale o improvvisa, costituzionale o insurrezionale, debba essere una rivoluzione a più voci, questo mi pare certo.
Questo implica un compito preliminare importante: abituare noi stessi, e gli altri, non tanto a una liberale “tolleranza” verso ideologie diverse della nostra, ma alla rivoluzionaria ricerca della ideologia reale, quella che fa muovere, che fa parteggiare, che fa scegliere l’uno o l’altro schieramento, oggi.
Sulle ideologie nella loro espressione filosofica decideranno, io credo, i secoli e non gli anni; e una decisione valida verrà soltanto dal prolungato confronto storico, non certo dalla rissa ideologica.
Il Partito Comunista Italiano si avvia al suo decimo congresso; sono convinto che il problema al quale ho accennato sarà uno dei problemi non marginali della discussione. Se ci sono tra comunisti, tra marxisti delle divergenze, che vengano fuori con chiarezza, in modo netto e se necessario anche aspro. Il contrasto, anche tra compagni, non è che non lasci qualche traccia; quando però si avverte che il compagno-contraddittore è mosso solo da disinteressata passione, che non vi è nulla di “personale” nella critica politica e ideale (come io avverto in ogni Suo scritto, caro Pasolini, e come Lei avvertirà, sperò, in queste mie parole), allora il contrasto rafforza non solo il partito e il movimento, che ne escono con idee più chiare e profonde, ma anche i rapporti personali tra i “contendenti”. Mi creda Suo
Lucio Lombardo Radice
 

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Pasolini, a sua volta, risponde a Lucio Lombardo Radice
Gentile Lombardo Radice,
quando o dico - e l’ho detto più volte più in questa rubrica - che le parole di Cristo sono diventate le parole di Marx, non intendo dire qualcosa di scientifico o di storicamente attendibile. Dico soltanto una boutade, e, come boutade, ho sempre creduto che la prendessero i lettori di “Vie Nuove”: che considero abbastanza intelligenti per non prendere alla lettera delle asserzioni di questo genere. È uno schema, che astraendosi dalla realtà, come tutti gli schemi, conserva però della realtà qualcosa di vivo, di stimolante, il suo valore è puramente verbale, e vuol dire semplicemente: fino a un certo punto l’Uomo - l’Uomo fuori dalla storia, l’Uomo morale - aveva un grande paradigma su cui fondare i propri ideali: Cristo.
Ora quel paradigma è cambiato.
Sciocchezze, si capisce. Che intendono l’evoluzione morale dell’uomo come una specie di scommessa con se stesso, al di fuori delle circostanze storiche, una specie di fatalità, da cui la sua condotta è imprescindibile. Insomma: se l’uomo deve combattere una lotta ideale, per esistere, per obbedire ai requisiti del comportamento sociale - così come noi siamo abituati a concepirlo - deve pur avere una ideologia: esaurita l’ideologia cattolica - uno che vede il mondo dall’alto, dal di fuori, schematizzando - non può che constatare il proporsi di un’ideologia marxista, con lo stesso valore metastorico di lotta ideale. Tutto questo è ingenuo , lo so, lo ripeto. Ma parlando alla buona si fanno di queste semplificazioni. Io non scrivo mica solo questa rubrica “parlata” , del resto…
Mi integri con gli altri miei scritti, e non mi faccia dire quello che non voglio dire! Non ho mai inteso inglobare Gesù in Marx! Ai lettori ingenui, che mi si mostravano ingenuamente assetati di “lotta ideale”, io ingenuamente facevo un parallelismo astratto fra Cristo e Marx, ecco tutto. Ho sostenuto poi, anche che nulla di ciò che è stato esperimentato storicamente dell’uomo, può andare perduto; e che quindi non possono essere andate perdute neanche le parole di Cristo. Esse sono in noi, nostra storia.
E io sono ancora (e ancora ingenuamente ) convinto che per un borghese una buona lettura del Vangelo è sempre un fertilizzante per una buona prassi marxista. Quanto alla “Democrazia Cristiana come nuovo fascismo”, io ho solo citato il mio corrispondente con una certa simpatizzante ironia. Non volevo dunque dire che la Democrazia Cristiana è, alla lettera, un nuovo fascismo.
Le faccio notare, ad ogni modo, che la borghesia italiana che ha espresso il fascismo è la stessa che esprime la Democrazia Cristiana: la sfido a elencarmene sostanziali differenze nel campo della scuola, della magistratura, della polizia, dell’amministrazione pubblica, dei rapporti con la potenza clericale del Vaticano.
E la sfido a dimostrarmi anche le ragioni vere, culturali nel senso gramsciano della parola, per cui la Democrazia Cristiana può essere definita, come Lei fa, un “grande partito cattolico”.
Quale cultura ha mai espresso ? Quanto alle prospettive della lotta futura, a più voci, non cosa dirLe. Probabilmente sono d’accordo con Lei. Ma in quale voce sta la buona volontà? Forse sarà per colpa delle atroci circostanze che sto attraversando, ma io sono molto pessimista sui prossimi giorni futuri della nostra Nazione. La borghesia dirigente è sempre, continuamente, implacabilmente sistematicamente peggiore di quanto un uomo ingenuo come sono io - e come probabilmente anche Lei - riesce a immaginare.
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A partire dal 1960 Pasolini passa dalla letteratura al cinema. Nel giro di pochi anni firma, oltre a varie sceneggiature, la regia di numerosi film, inizialmente di scarso successo, ma che comunque impongono la sua figura sulla scena pubblica, suscitando spesso scandalo e polemica. Nell’autunno del 1961 è vittima di una campagna diffamatoria e viene addirittura accusato di rapina a mano armata.
. [Immagine sopra: copertina di un'edizione - Le belle bandiere (Editori Riuniti, giugno 1977, ripubblicata da l'Unità, agosto 1991) - del volume che raccoglie gli interventi che Pasolini affidò alle pagine di "Vie Nuove" dal 1960 al 1965. Nel retro di copertina del libro vi è uno scritto significativo che qui viene riportato: "Riproporre oggi i dubbi, le provocazioni, le intuizioni, le polemiche che scossero l'intelligenza del Paese e non di rado ne riaccesero lo spirito critico, ci sembra non un cedimento alla nostalgia, che pure esiste, e fortissima, per un "corsaro" che sembra non aver lasciato eredi nel panorama italiano; ma un tentativo forse meritorio di approfondimento culturale e ricerca civile. Misurarne l'attualità tematica, accertare ciò che è cambiato, e quanto, e se in meglio o in peggio, questo pure può essere esercizio positivo niente affatto infruttuoso".]
  • Estratto  dalla rivista “ Nero su Bianco" n°17, 4 ottobre 1990 - n° 19 2 novembre 1990 , anno III, 1990 Casa editrice: il Messaggio srl - via Saturnia 14/16 , Grosseto - Direttore responsabile: Marcello Morante - Redattore capo: Gianfranco Paoletti - Comitato di redazione: Antonio Areddu, Stefano Adami, Angelo Russo, Luca Verzichelli, Pier Giorgio Zotti - aut.tribunale 2/89 – quattordicinale di cultura.
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